Il dibattito irrealistico del centrodestra

//   2 marzo 2017   // 0 Commenti

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Renziani e scissionisti del Partito Democratico sono troppo impegnati ad insultarsi reciprocamente per discutere della questione di chi potrebbe essere il candidato premier della sinistra disunita in occasione delle future elezioni politiche. Ma non c’è solo il livore da fresco divorzio a provocare questa indifferenza per la scelta di chi dovrebbe guidare un futuro governo espresso da tutta la sinistra. C’è anche una buona dose di realismo politico. Quello che sul fronte opposto del centrodestra sembra mancare del tutto. Qui si discute soprattutto di chi debba essere il candidato premier dello schieramento moderato. Con Silvio Berlusconi che si ripropone dicendosi certo di poter ottenere dalla Corte europea il via libera alla ricandidatura. Con Matteo Salvini che stoppa il Cavaliere affermando che il posto è suo. Con Berlusconi che per bloccare il leader della Lega avanza la candidatura del leghista Luca Zaia e di qualsiasi altro esponente leghista o del centrodestra in grado di unire il fronte moderato. E infine con Giorgia Meloni che tace ma coltiva il sogno di finire come la terza godente tra i due inconciliabili litiganti.

Qualcuno, però, dovrebbe spiegare agli esponenti del centrodestra ciò che i divorziati del centrosinistra sembrano aver scoperto già da tempo. L’epoca del maggioritario non c’è più. Al momento la legge elettorale uscita fuori dalle forbici della Consulta è segnata dal più puro proporzionalismo. E l’aria che tira in Parlamento non sembra affatto diretta verso la riesumazione del maggioritario della Seconda Repubblica. Accapigliarsi sul nome del candidato premier in assenza di una legge elettorale con premio di maggioranza per le coalizioni appare del tutto irrealistico. Può servire ad alimentare la polemica tra le singole forze politiche, ma produce soltanto una inutile perdita di tempo. Perché con il proporzionale, magari non più puro, ogni partito dovrà preoccuparsi di scegliere il leader più capace di rappresentare al Paese la propria identità e specificità. Del futuro Presidente del Consiglio (non più premier) se ne parlerà dopo il voto. Sulla base della coalizione di maggioranza che potrà nascere dall’accordo tra i partiti.

È vero che nel centrodestra qualcuno pensa all’ipotesi di una lista unitaria. Ma la proposta può essere realizzata solo su base locale ed in occasione delle amministrative. A livello nazionale l’idea è irrealizzabile. A meno di non prevedere una lista per il Nord destinata ad eleggere solo leghisti, una per Roma per gli esponenti di Fratelli d’Italia e una per il Sud e le isole con capilista solo di Forza Italia.

Più che al premier, allora, i singoli partiti dell’ex Pdl pensino alle rispettive identità culturali e programmatiche. E alla possibilità di dare vita a una confederazione plurale in cui di comune ci sia solo la volontà di presentarsi agli elettori come l’alternativa alla sinistra dei divorziati e al grillismo dei dilettanti inadeguati.

 

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