Ungheria: orgoglio e identità

//   24 febbraio 2012   // 0 Commenti

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«C’è qualcuno che avrebbe preferito che non avessimo menzionato re Santo Stefano nel preambolo alla nostra nuova Costituzione. Ebbene, se non lo avessimo fatto avremmo negato le nostre radici, la nostra storia, in una parola la verità». È apparso convincente, determinato, carismatico il parlamentare europeo PPE József Szájer, in visita a Roma lunedì per un incontro con la stampa, al mattino presso la sede dell’ambasciata ungherese, e in serata con gli studenti della prestigigiosa John Cabot University.
Szájer, praticamente sconosciuto in Italia, non è un politico qualunque nel suo Paese. Ha presieduto la Commissione per la Redazione della Legge Fondamentale Ungherese ed è a lui che si deve il celebre e contestato preambolo che recita: «Noi, appartenenti alla nazione ungherese, all’inizio del nuovo millennio, provando senso di responsabilità per ogni nostro connazionale, proclamiamo: Siamo orgogliosi che il nostro re Santo Stefano [nella foto] abbia costruito lo Stato ungherese su un terreno solido e abbia reso il nostro paese una parte dell’Europa cristiana mille anni fa. Siamo orgogliosi dei nostri antenati che hanno combattuto per la sopravvivenza, la libertà e l’indipendenza del nostro paese. Siamo orgogliosi delle eccezionali conquiste intellettuali del popolo ungherese. Siamo orgogliosi che il nostro popolo nel corso dei secoli abbia difeso l’Europa in una serie di lotte e arricchito i valori europei comuni con il suo talento e diligenza. Riconosciamo il ruolo del cristianesimo nel preservare la nazione. Apprezziamo le varie tradizioni religiose del nostro paese. Ci impegniamo per preservare l’unità intellettuale e spirituale della nostra nazione lacerata nelle tempeste del secolo scorso. Le nazionalità che vivono con noi fanno parte della comunità ungherese politica e sono parti costitutive dello Stato».
L’europarlamentare di Fidesz (il partito di Viktor Orban) ha spiegato ai pochi giornalisti presenti in sala – tra i quali si notavano le clamorose assenze di la Repubblica, Corriere della Sera e Sky, testate tra le più ferocemente critiche nei confronti dell’attuale situazione politica ungherese – che gli ungheresi hanno assistito alle durissime critiche ricevute per la libera e sovrana scelta di dotarsi di una nuova Carta con una certa perplessità e ha spiegato il perché: nel 1222 re Andrea II d’Ungheria emanò la cosiddetta Bolla d’oro, ovvero un atto molto simile alla Magna Charta emanata in Inghilterra solo quattro anni prima, che impegnava il sovrano a rispettare certi limiti nella sua azione e che rappresenta pertanto la prima “Costituzione” dell’Europa continentale.
József Szájer ha avuto modo di ribadire che la scelta di dotarsi di una nuova Costituzione era molto sentita dagli ungheresi anche perché le istituzioni democratiche sviluppatesi man mano dal 1990 in poi, poggiavano sempre e comunque sull’ormai datato e discusso testo della Costituzione sovietica del 1949 «copiata sic et simpliciter dalla costituzione sovietica del 1936».
Szájer ha pure risposto alla giornalista di Radio Radicale Ada Pagliarulo che chiedeva le motivazioni che avevano portato a non iscrivere il rifiuto della pena di morte nella Carta del 2011 che gli ungheresi da vent’anni hanno definitivamente abolito la pena di morte aderendo anche a trattati internazionali che ne impediscono nuovamente l’adozione: «la nostra Costituzione – ha però ricordato l’europarlamentare magiaro – sancisce l’inviolabilità della persona, il primato della vita e altri principi di grande importanza».
Nel corso dell’incontro nella sede diplomatica magiara è emerso, sempre con riferimento alla tanto contestata nuova Carta, che la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa ha espressamente dichiarato di apprezzare «il fatto che questa nuova Costituzione stabilisce un ordine costituzionale basato sulla democrazia, lo stato di diritto e la protezione di diritti fondamentali quali principi basilari» (L’Opinione, 20 giugno 2011).
Szájer ha spiegato assai bene che la contestata riforma della Costituzione era per i magiari un passaggio necessario e fondamentale.
Non va sottovalutato, ha detto il parlamentare europeo, che gli ungheresi per decenni hanno subito il dispotismo comunista che ha profondamente condizionato il modo di concepire la politica, le istituzioni e le stesse convivenze sociali cosi come nel resto dell’Europa dell’Est. Dare una nuova costituzione agli ungheresi – ha spiegato – ha contribuito a riconsegnare agli ungheresi l’orgoglio per la propria identità, quella di un popolo che ai tempi degli Asburgo, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, vantava un pil superiore a quello austriaco.
L’europarlamentare si è molto battuto in questi anni a Strasburgo e a Bruxelles (proponendo, per esempio, due anni fa, una “Risoluzione del Parlamento europeo sulla coscienza europea e il totalitarismo”), insieme ad altri colleghi provenienti da Paesi una volta appartenenti al Patto di Varsavia, per un riconoscimento e una equiparazione tra nazismo e comunismo che in Occidente, per svariate ragioni, è ignorata ma che comprensibilmente è avvertita fortemente da tutti i popoli che hanno subito duramente il regime comunista. L’ultima prova è stata data dalla piccola repubblica baltica della Lettonia, la cui popolazione è per un terzo russofona, dove nei giorni scorsi si è tenuto un referendum sull’adozione del russo come seconda lingua. Ebbene la consultazione ha visto un’affluenza alle urne di circa il 70% e una sonora bocciatura con ben l’80% di no.
Noi italiani sempre distratti, con la memoria perennemente corta, dovremmo ricordare i tempi in cui Cracovia, Milano e Budapest erano parte del medesimo ordinamento giuridico-politico. Noi che siamo usciti da vent’anni di dittatura rispondendo con una costituzione molto forte, dovremmo capire il bisogno del popolo magiaro di voltare pagina definitivamente con l’adozione di una innovativa carta costituzionale.


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