Un popolo a rischio estinzione

//   13 gennaio 2012   // 0 Commenti

anziani

Nel 1861, al primo censimento dopo la raggiunta unificazione, gli italiani erano circa 22 milioni. Un popolo giovane, di cui poco più della metà aveva meno di venticinque anni, solo uno su venticinque superava oltre la soglia delle sessantacinque primavere. Da allora tutto è radicalmente cambiato.
La nostra situazione demografica è diventata un caso particolare e preoccupante anche nel desolante scenario europeo. Secondo le stime delle Nazioni unite, la popolazione residente italiana – che era secondo l’Istat al 31-12-2010 di 60.626.442 persone di cui stranieri 4.563.000 pari al 7,5% del totale della popolazione – è destinata a calare progressivamente nei prossimi decenni fino a precipitare sotto la soglia dei 51 milioni di abitanti nel 2050.
Questo fenomeno non nasce oggi. La crisi demografica italiana scoppia negli anni Settanta del secolo scorso, in coincidenza con la crisi economica innescata dallo shock petrolifero e soprattutto con l’affermarsi del movimento per i cosiddetti diritti civili, diretto a scardinare l’istituto familiare. Da quel momento inizia a cambiare la forma e la durata dell’unione coniugale, la dimensione e la composizione dei nuclei familiari, il ruolo dei genitori e il legame tra le generazioni.
Al censimento del 1971, le famiglie italiane erano sedici milioni. Sono diventate diciotto milioni e mezzo nel 1981, quasi venti nel 1991 e quasi ventidue nel 2001, l’anno del più recente censimento (il prossimo censimento è in corso quest’anno): un incremento del 36 per cento in trent’anni. Nello stesso periodo di tempo, gli italiani sono aumentati solo del 5 per cento, nonostante la crescita dell’aspettativa di vita, dell’età media e dell’immigrazione.
Un tempo le famiglie erano orizzontali, nel senso che ciascuno aveva tanti fratelli e cugini e zii e zie e pochi nonni, oggi ci sono pochi fratelli e pochi cugini, ma diversi nonni e bisnonni.
Le cause di ciò sono prevalentemente di carattere culturale, oltre che economico.
La prima causa è infatti l’egoismo generazionale, di cui si è ammalata la nostra società: ogni generazione tende a vivere solo nel breve termine, consumando quanta più ricchezza possibile senza prendersi cura di chi viene dopo.
Con ogni figlio aumentano le difficoltà e peggiora la qualità di vita, perché non ci sono agevolazioni fiscali ed il “quoziente familiare” è lontano da essere varato, anzi le tasse sono troppo alte, i contratti di lavoro troppo precari, mancano servizi ed asili nido. E’ esploso così il fenomeno della famiglia mononucleare. Via via i figli sono diventati una rarità e sono presenti solo nel 43 per cento delle famiglie. In parallelo si è andato fortemente riducendo il tasso di natalità. Proprio dagli anni Settanta, l’Italia si è cominciata ad allontanare da quella soglia di 2,1 figli per donna necessaria, secondo i demografi, a garantire la stabilità della popolazione. Nel 2009, ultimo dato utile di cui si dispone, il tasso di fecondità totale, come i demografi chiamano questo indice, era dell’1,41 per donna. L’età media a cui una donna comincia a fare figli è ormai situata tra i trenta e i trentuno anni, tra le più alte d’Europa. E sicuramente la più alta del mondo – secondo le statistiche dell’Onu – è l’età media in cui gli italiani diventano padri: trentatre anni compiuti.
Questi dati stanno allarmando i più disparati ambienti, le cui analisi e le cui ricette convergono.
Un interessante contributo lo ha dato lo statistico e sociologo Roberto Volpi, che nessuno potrà accusare di essere un oscurantista, considerato il suo curriculum e le sue esperienze, con il suo: “La fine della famiglia. La rivoluzione di cui non ci siamo accorti”. Volpi ha esplicitamente messo sul banco degli imputati nel processo alla denatalità italiana i radicali cambiamenti politici e sociali scaturiti dalle contestazioni agli istituti tradizionali, la famiglia innanzitutto, cominciati alla fine degli anni Settanta, che ebbero legittimazione istituzionale con l’introduzione nell’ordinamento italiano del divorzio, dell’aborto e del nuovo diritto di famiglia. Non meno danni hanno procurato gli anni Ottanta e Novanta con il loro edonismo, cui spesso si sono convertiti gli stessi profeti della rivoluzione permanente e delle cosiddette libertà civili degli anni precedenti.
Questo fenomeno è stato studiato scientificamente anche dall’economista americano Gary Becker, che ha inaugurato il filone “dell’economia della famiglia”. Secondo il premio Nobel statunitense, con il crescere del reddito pro capite (registrato negli anni Ottanta dopo la crisi del decennio precedente) si sarebbero potute verificare due ipotesi. La prima è che si facciano più figli, in quanto – come scriveva Thomas Malthus qualche secolo fa – si fanno figli solo se c’è qualcosa da mangiare. La seconda, la più frequente in società economicamente sviluppate, è che se sale il prezzo di un bene se ne domanda di meno. Vale a dire, se sale il costo di fare e crescere figli (lo stipendio orario che un genitore può guadagnare al posto di un’ora dedicata al figlio), se ne fanno di meno.
In questo scenario desolante si è alzata anche la voce di un demografo, come Antonio Golini, che non ha mai nascosto la sua militanza progressista. Lo studioso ha lanciato un appello ai governi europei – e a quello italiano in particolare – affinché tengano nel debito conto i due assi portanti delle società occidentali: previdenza sociale e famiglia. Perché una società come quella conosciuta negli ultimi decenni possa sopravvivere è necessario – secondo Golini – la convivenza di un welfare “esterno”, assicurato dallo Stato, che garantisca pensioni e sanità soprattutto a chi non ha più o non ha ancora un lavoro, e un welfare per così dire “interno”, assicurato dalle famiglie e destinato a garantire benessere psico-fisico a chi non è più in grado di provvedere a se stesso, anziani e non solo. Solo in questo modo si potrà realizzare quel patto intergenerazionale che negli ultimi decenni è stato messo fortemente a rischio. Fino a quando famiglie sempre più assottigliate di componenti potranno supplire alle evidenti carenze pubbliche, per esempio nella disponibilità di asili e nell’assistenza ad anziani e disabili?
In Italia abbiamo inventato il fenomeno delle “badanti”. Ce ne sono circa un milione e cinquecentomila e costano alle famiglie, che si assumono privatamente un onere anche pubblico, calcolato in dieci miliardi di euro l’anno; una cifra enorme che finisce in gran parte all’estero. Ma in futuro chi potrà continuare a sostenerle questo impegno? A chi potranno essere accollate queste supplenze rispetto all’amministrazione pubblica?
Ma non basta, la denatalità ha forti impatti anche sull’economia. Negli ultimi tempi l’Italia ha perso centinaia di migliaia di matrimoni e di nascite ogni anno. L’Italia è uno dei paesi europei in cui ci si sposa di meno. «Il calo si manifesta in tutto il territorio nazionale, anche se la nuzialità più elevata si continua a osservare nel Mezzogiorno con un quoziente pari a 4,6 per mille abitanti (2008 era 4,9). Le regioni del Nord e del Centro, invece, passano, rispettivamente. a 3,3 e 3,7 per mille (3,6 e 4,0 nel 2008)». Per il 2009 il quoziente nazionale di nuzialità osservato è di 3,8 per mille rispetto al 4,1 dell’anno precedente. A livello europeo, all’interno della Ue27, la situazione rimane stabile. Nell’anno 2008, si sono avuti i seguenti quozienti di nuzialità: la Bulgaria (3,6 per mille), il Lussemburgo (3,9 per mille) e l’Ungheria (4,0 per mille). Si è osservata una tendenza sempre più decisa alla posticipazione delle prime nozze verso età più mature. Gli sposi hanno in media 33,0 anni e le spose 29,9 anni al primo matrimonio, mediamente 6 anni in più rispetto ai valori osservati intorno agli anni ’70.
E poi l’Italia ha una struttura, secondo le fasce di età, che la colloca come secondo paese più “anziano” d’Europa. Nell’Unione europea, al 31 dicembre 2009, l’Italia viene solo dopo la Germania, in cui si manifesta maggiormente il processo di invecchiamento della popolazione. Il rapporto tra gli ultra 64enni e i giovani (0-14 anni), rappresentato dall’indice di vecchiaia, ha assunto proporzioni notevoli ed è per il 2009 pari al 144%. L’indice è in continuo aumento: nel 2005 era a quota 139,9%, nel 2006 a 141,7, nel 2007 a 142,8 e nel 2008 a 143,1. Il che dimostra l’inarrestabile trend dell’invecchiamento. In altre parole nel nostro Paese gli anziani sono circa il 43% in più dei giovani. E’ causale il progressivo e parallelo calo di competitività e di crescita economica nazionali? Sicuramente no, se si prende ad esempio il caso francese.
La Francia ha conosciuto una bassa natalità fin dai primi decenni dell’Ottocento. Le donne francesi non volevano dare altri figli a una Patria che, con le guerre napoleoniche glieli aveva strappati o ne aveva versato in abbondanza il sangue per le terre d’Europa e d’oltremare. Ma un’avveduta politica di aiuti alla famiglia provocò una forte inversione di tendenza fin dagli anni Trenta del secolo scorso. Secondo Nicolas Baverez, economista e storico francese, molto vicino a Nicolas Sarkozy, al centro della crescita intensiva (con un prodotto interno lordo che saliva tra il quattro e il cinque per cento all’anno) e della piena occupazione degli anni Trenta ci fu il “baby boom” di quegli anni, con un record in grado di anticipare il risveglio del dopoguerra di ventuno nati ogni mille abitanti raggiunto nel ’42, nonostante i rovesci militari e l’occupazione tedesca.
Proprio il divario nel tasso di fecondità francese con quello tedesco – hanno assicurato i ricercatori dell’istituto IW di Colonia – permetterà all’economia francese di superare quella tedesca nel 2035 quando la popolazione francese sarà salita dagli attuali 62,6 milioni di abitanti a 78,9 milioni e quella tedesca sarà calata da 81,9 a 71,4 milioni. Non è un caso che il divario tra lo sviluppo economico europeo e quello americano è attribuito proprio allo scarto demografico: gli Usa sono stabilmente sopra i 2,1 figli per donna contro l’1,5 dell’Europa a venticinque Paesi. E’ per questo che il governo di Berlino, da quando è guidato da Angela Merkel, sta studiando correttivi alle politiche per la famiglia sulla scorta dell’esperienza francese (basta vedere i cospicui finanziamenti per gli asili nido e le scuole materne). Peraltro, la Francia, a differenza di quanto accade anche in Italia, non si avvantaggia affatto dalle nascite nelle famiglie di immigrati, che sono perfettamente in linea con quelle nell’ambito delle famiglie di “vecchi francesi”.
In questo dibattito sulla crisi della famiglia e di conseguenza sulla crisi demografica è intervenuto spesso Papa Benedetto XVI che ricorda «la famiglia è un elemento portante della vita sociale» e che solo «lavorando in favore delle famiglie si può rinnovare il tessuto della società civile». Viceversa – ha detto sempre il Sommo pontefice – continuando a colpire la famiglia tradizionale, l’Italia e tutta l‘Europa si incamminerà definitivamente verso la denatalità che «oltre a mettere a rischio la crescita economica, può anche causare enormi difficoltà alla coesione sociale e favorire un pericoloso individualismo, disattento alle conseguenze per il futuro».
Di fronte a questo unanime “grido di dolore” di laici e cattolici, di scienziati ed uomini di cultura la politica continua a penalizzare le famiglie e in particolare quelle con i figli, rimandando alle calende greche riforme e benefici.
Per la spesa a sostegno delle famiglie, il Primo Rapporto Ocse sulla famiglia, ci piazza nientemeno al 26esimo posto su 33 Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. L’Italia infatti è uno dei Paesi Ocse che spende meno per le sue politiche familiari: l’1,4% del Prodotto interno lordo, mentre la media dell’organizzazione è del 2,2%. La Gran Bretagna spende il 3,5% della ricchezza prodotta, la Francia ben il 3,8. Per dirla in soldoni senza arrivare al record del Lussemburgo (93mila dollari per bambino), la Francia spende 55mila dollari all’anno in servizi e agevolazioni per ogni bambino al di sotto dei 5 anni.
La media Ocse è di 36mila dollari, l’Italia è a 33mila.
E siamo certi che, dopo le manovre finanziarie della scorsa estate del Governo Berlusconi e l’ultima del nuovo governo Monti, questa percentuale vergognosa sicuramente raggiungerà livelli ancora più preoccupanti.
Ma non basta: solo il 6% dei bambini italiani trai 6 e gli 11 anni frequenta un pre-doposcuola. Questo perchè da noi proprio non esistono incentivi fiscali mirati per le famiglie. Ci si limita ad erogare gli assegni familiari irrisori in busta paga (0,63% del Pil).
Altro problema italiano poi è «che è molto difficile conciliare lavoro e figli».
Spesso la coppia è costretta a scegliere tra lavoro e figli.
Chi non può rinunciare ad uno stipendio magari è costretto a rinunciare o a rinviare la scelta di avere un erede. Rispetto a una media Ocse del 70,9%, la quota di donne al lavoro nella fascia 25-54 anni è infatti del 59,1%, la più bassa dopo Turchia, Messico e Cile.
In pratica da noi ci si limita ad erogare meno servizi per conciliare lavoro e cura familiare. Questo vuol dire minore occupazione femminile, tassi di fertilità più bassi, maggiori oneri sulle giovani generazioni ed equilibri pensionistici precari. Il nostro welfare mediterraneo infatti privilegia trasferimenti monetari più che servizi, a differenza di quanto avviene nel mondo scandinavo che non a caso registra tassi di occupazione nel femminile elevatissimi.
In conclusione si può affermare, come fa lo Studio curato dal Comitato per il progetto culturale della Conferenza episcopale italiana (Cei) “Il cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia”, (Bari-Roma, Editori Laterza, 2011, pagine XVIII + 191, euro 14) da circa tre decenni in Italia si è instaurato un «circolo vizioso involutivo da cui il Paese non sembra ancora in grado di uscire e non sembra neppure avere una consapevolezza adeguata alla drammaticità delle sfide che lo attendono». Mentre, «la ricerca di nuovi equilibri in una società che invecchia» richiede azioni politiche che mettano ancora una volta «al centro la famiglia e le scelte che ne accompagnano i processi di formazione e di sviluppo». Insomma, «occorre diffondere una nuova mentalità che renda più generativa ed equa la società italiana».

Riccardo PEDRIZZI
Presidente Regionale UCID Gruppo Lazio


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