Un Partito Popolare dal basso

//   24 novembre 2011   // 0 Commenti

Le convulsioni della crisi finanziaria (e quindi economica e sociale) dell’Occidente stanno accelerando, in un clima torbido da “cupio dissolvi”,
il declino di una fase politica. E nell’inquietudine, nell’incertezza, nello scoramento, nell’inerzia del Paese, uno dei segni di positiva vitalità è costituito dallo sforzo di ricomposizione dell’associazionismo sociale e culturale cattolico.
Per l’Italia il Forum di Todi è stato una rotta non un salvagente: l’inizio di una vasta riflessione tra associazioni e movimenti, senza il fine
strumentale e forse antistorico di costruire un partito cattolico; un contributo dei cattolici, senza orgoglio di primazie e senza chiusure
fondamentaliste, dopo il declino di un ciclo politico; è un cammino, un seminare, un dialogo, uno sforzo di superamento delle divisioni e delle
frammentazioni, perciò un contributo al dialogo ed alla pacificazione; un richiamare con umiltà quella splendida fioritura di spiriti cristiani
esemplari, che hanno lasciato una traccia profonda nella storia e nella civiltà del nostro Paese (da Sturzo a De Gasperi, a Moro, a Dossetti, a
Lazzati, a La Pira, a Bachelet, a Ruffilli …).

Certo è che la vasta delusione del Paese e l’incertezza del futuro fanno germogliare una comprensibile nostalgia per il passato e per la stagione della DC.
Ma la DC è sempre stata “un partito di cattolici” e in nessun caso dei cattolici; e comunque quella stagione è storicamente irripetibile.
Coltiviamo non la nostalgia, che è un sentimento rivolto al passato, ma la speranza, l’impegno, il coraggio verso il futuro, la assunzione di
responsabilità, richiamando di quella stagione politica idee, valori, progetti, comportamenti, che non sono ancora stati concretizzati nella vita
del nostro Paese. Perciò Todi resta un passaggio fondamentale sia per lo sforzo di ricomposizione, sia per l’atteggiamento di dialogo verso le altre grandi
tradizioni ideali della nostra storia, sia per lo sforzo di rinnovamento della politica, sia per aver fissato con limpida lucidità alcuni punti fissi utili
come substrato alle scelte politiche ed all’impegno dei cattolici. Ad esempio: in questo tempo di cambiamenti straordinari, essere
coerenti coi valori non negoziabili e declinarli nel sociale e nel politico; il silenzio e la delega totale sono una colpa in questi tempi di crisi; urgente la
rinascita della politica per dissipare questo virtuale e dannoso “teatrino dell’antipolitica”; una politica fatta di testimonianza e di coerenza, di elaborazione di cultura, di formazione e selezione di una nuova classe dirigente, di ripristino del valore della rappresentanza e del diritto-libertà
dei cittadini nella scelta dei candidati; la crisi demografica e l’invecchiamento stanno trasformando antropologicamente il nostro Paese:
la globalizzazione non è governata e la prevalente finanziarizzazione provoca crisi a ripetizione e disarticolazioni sociali molto acute.
Di fronte a questa rinnovata vitalità della realtà cattolica, la Sinistra appare del tutto distratta ed irretita nel suo ossessivo antiberlusconismo.
Del resto, tutta l’élite politica, di opposizione come di governo, è bloccata in una sorta di oligarchia autoreferenziale, anche a causa di una
legge elettorale che non facilita il ricambio e che alimenta “la cultura di corte” anziché la libertà, il confronto, il dissenso.

Certo è che i cattolici costituiscono un segmento vitale e decisivo dell’area moderata; anzi, c’è una vasta cultura popolare e moderata che si ispira ai valori cristiani. Eppure, lo sforzo di rinnovamento del PdL appare lento, tutto ripiegato su se stesso e sui propri problemi di equilibri interni, superficiale e poco
incisivo: ad esempio, lo sforzo di mobilitazione per il tesseramento e per la
stagione dei Congressi è totalmente privo di slancio ideale, di ricerca
politica, di strategie culturali. Sembra una banale conta senz’anima, senza sforzi di rinnovamento,
senza regole rigorose per le incompatibilità, senza sinceri sforzi di decentramento e di ascolto della realtà profonda del Paese. È come se i Congressi fossero una conta per spartirsi le spoglie nel dopo Berlusconi. Che illusione! Il virtuale non rappresenta il Paese reale. Non serve rianimare il PdL con qualche maquillage o con qualche gioco
pirotecnico virtuale: non c’è più tempo.
Colleghiamoci a questo vasto processo di rinnovamento, di riconoscimento, di riaggregazione che anima il mondo cattolico;
recuperiamo i collegamenti con la vitalità dell’associazionismo e del volontariato; ristabiliamo il circuito vitale della rappresentanza; usciamo
dal bunker in mare aperto, con coraggio, con speranza, con capacità di dialogo, con una cultura politica meno gridata e più costruttiva.
Rinnoviamo questo bipolarismo da «signori delle armi»; anzi, rifondiamolo: attraverso una visione di lungo periodo; attraverso una
grande mobilitazione delle energie civili, sociali, imprenditoriali; attraverso una classe dirigente motivata, preparata, esemplare; attraverso una progettualità di senso condiviso e profondamente ancorata ad un vasto sentimento di popolo; attraverso la capacità di tradurre in opere la grande domanda di cambiamento che emerge dal Paese; attraverso un intelligente passaggio dal radicamento sociale alla cultura politica ed infine al
consenso politico.

È vero, niente si replica nella Storia, ma è arduo affrontare il futuro senza una cultura politica e senza progetti e ideali. E ancora una volta ridiamo vitalità e storicizzazione nel futuro ad alcuni ideali di Sturzo e del PPE: un federalismo solidale e responsabile; la costruzione degli Stati Uniti d’Europa; l’orgoglio della italianità dentro le sfide della globalizzazione; la centralità della famiglia e della cultura della vita (molto scarsi, negli ultimi venti anni, i risultati italiani rispetto alla Francia, nelle politiche demografiche); un welfare rinnovato attraverso la sussidiarietà e il volontariato e liberato dalle tentazioni burocratiche; la titolarità del voto come patrimonio dei cittadini. Ma anche sui nodi economici, molte speranze di Sturzo sono ancora le nostre speranze; l’economia sociale di mercato; lo sviluppo come desiderio di futuro di un popolo; la riduzione del debito pubblico rendendo più leggero lo Stato (beni immobili, beni mobili, municipalizzate, deburocratizzazione, riduzione dei costi della politica e semplificazione dell’architettura istituzionale); un sistema fiscale che privilegi la famiglia, e la vita, il lavoro, l’investimento, la ricerca per il lavoro dei giovani e la emergenza educativa; gli stimoli per la produttività, l’efficienza, la
competitività, il recupero del ceto medio squassato da una crisi profonda. Quindi un cambiamento profondo, culturale, sociale, politico.
E il compito di una tradizione politica come la nostra è quello di affrontare con coraggio la grave crisi del Paese, tenendo però coeso il
mondo dei moderati e salvaguardando, assieme al risanamento ed allo sviluppo, la coesione sociale. Una sfida ardua, quasi la quadratura del cerchio: ma questo è il nostro
futuro politico.

 

 


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