Un nuovo umanesimo: dalla “società dell’incertezza” al “quarto settore”

//   26 settembre 2011   // 0 Commenti

manlio d'agostino

In questi ultimi mesi si è molto dibattuto sulla quantificazione “economico-finanziaria” della percezione del rischio, associandola (correttamente da un punto di vista prettamente tecnico) al maggiore spread dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi.
Non si può non evidenziare come tale processo decisionale riguarda pochi soggetti, mentre gli effetti ricadono su Tutti (si badi, non su molti!): sarebbe opportuno riflettere come mai un nucleo ristretto di persone non elette, ne possa avere tanto la “delega” e quanto la “legittimazione”.

Valutazioni di merito basate su elementi percettivi, oltre che oggettivi e statistici: sia ben chiaro che alcune considerazioni sono certamente condivisibili, ma sembra che ormai si siano innescate delle “spirali” che amplificano gli aspetti negativi sino a livelli non ragionevoli.

La scelta avviene sempre tra pensieri, perché è sempre troppo tardi per scegliere tra fatti” (così come affermò l’economista britannico George Shackle nel 1972), e proprio in relazione al fatto che l’opinione – tanto individuale, quanto pubblica – si costruisce sulla base dei messaggi molto spesso auto-referenziali (generando asimmetrie informative, di cui non si parla più), e meno sul senso etico della responsabilità (per cui ognuno è responsabile delle proprie azioni e, moralmente, per ciò che si lascia fare agli altri).
Molti pretendono di poter misurare il rischio di ogni evento ed attività, anche con grande anticipo, ma soprattutto con la presunzione di poterlo sempre ridurre, facendolo tendere a zero. Purtroppo, se da un lato è possibile la misurazione, non è sempre possibile la mitigazione, soprattutto se l’obiettivo finale è il totale annullamento: d’altronde non è credibile che il valore “zero” si possa considerare raggiunto, solo perché è stato spostato ad un altro soggetto, senza considerarne l’effetto flipper (può ritornare al medesimo punto, in modo ordinato o disordinato).

Siamo persone umane che vivono in un contesto sociale, e non è possibile adottare esclusivamente modelli matematici o statistici per governare i fenomeni sociali ed economici: sono proprio gli imprenditori che sanno assumersi un “rischio calcolabile”, vivendo il processo di mitigazione contestualmente alla produzione di “valore aggiunto”, e svolgendo la funzione sociale e filantropica (propria contribuzione alla società).

L’imprenditore (l’essere imprenditori, e non tanto il fare impresa) trova difficoltà nel gestire l’incertezza: “per conservare la distinzione…tra l’incertezza misurabile e l’incertezza non misurabile, si può adottare il termine “rischio” per designare la prima, e il termine “incertezza” per la seconda” (citare Franck Knight, significa richiamare non solo l’autore di “Risk Uncertainty and Profit” ma, anche, uno dei maestri del premio nobel Milton Friedman).
Infatti, in primis, dobbiamo distinguere il rischio dall’incertezza: sono due concetti molto diversi. Quest’ultima di fatto non è calcolabile, e le viene attribuita la “soggettività delle probabilità”, ovvero l’impossibilità di prendere in considerazione l’effetto di fattori endogeni ed esogeni al mercato.

Il mercato finanziario e del credito, negli ultimi decenni ha perso quel legame bivalente con l’economia reale, sviluppandosi – al contrario – sulla costruzione di modelli spesso autoreferenziali (sia in termini di fonti di informazioni che di criteri di valutazione): perdendo di vista la classificazione fondamentale delle probabilità oggettive e soggettive, il risultato è stata una estremizzazione delle valutazioni, la creazione di circoli viziosi, e di paradossi informativi.
Modelli costruiti per il mercato, ma “poco” scientifici (non prendono in considerazione alcune variabili o eventi), si rivelano poco attendibili, generando perdite e soprattutto richiedendo continui e costosi aggiustamenti. La fallibilità nel calcolo umano, l’esistenza di limiti cognitivi e in taluni casi l’irrilevanza del modello di razionalità adottato dagli economisti rispetto alle euristiche utilizzate nella vita comune e dagli esperti dovrebbero indurre gli economisti a un maggior realismo e alla prudenza (Margherita Turvani, 2006).
Sia ben chiaro: non si sta mettendo in discussione se e quale ruolo debba avere la finanza!
Anzi, al contrario, è proprio la tensione responsabile verso un componente già ben definita ed importante della moderna società che porta a richiamare l’attenzione dei “primi”, verso una seria riflessione, finalizzata a trovare un nuovo ordine. Soprattutto per uscire dal cul-de-sac.
Colin Clark ha teorizzato come “al progredire di una economia il peso relativo di ciascun settore diminuisce a vantaggio del settore successivo”: allora sarebbe opportuno che nascesse un “quarto settore”, trasversale e che si fondi sulla relazione umana e sociale, con l’obiettivo di ri-dare impulso al settore primario, ed innescando il processo di valorizzazione tanto della manifattura (secondario) quanto del terziario (ivi compreso, il mercato finanziario e del credito). È paradossale come – proprio in questo momento storico – non esiste un sano dibattito sulla “produttività” e sul “valore aggiunto”, sebbene si tenga monitorato il PIL!
Una nuova economia tanto di mercato quanto di relazione, che tenda ad includere ed a condividere, emarginando gli individualismi e gli eccessivi tecnicismi. Ad esempio: sarà un caso oppure vi è un collegamento tra la eliminazione dei direttori dalla agenzie delle banca (in favore di complicatissimi modelli matematici di calcolo) ed il peggioramento del merito creditizio?!
Le imprese bancarie che hanno mantenuto un forte legame ai propri valori ed alla propria vocazione territoriale, vantano una credibilità e solidità maggiore alla media. È innegabile che vi sia una proporzionalità diretta tra la credibilità (che tecnicamente possiamo anche definire reputazione) che favorisce il credito, e la fiducia tra i diversi attori che agevola il processo di affidamento, sia delle imprese che delle persone-cittadini.
Sembra quasi che negli ultimi anni si sia perso di vista l’obiettivo “uomo”: oltre all’aspetto cristiano (creatura di Dio, fatta a Sua immagine), esiste un senso civico del “rispetto della persona”, che non riguarda solo “io” e gli “altri”. Troppo spesso e facilmente ci si dimentica che esiste un continuo cambiamento dei ruoli, che tocca alternativamente tutti i singoli individui (oggi si è tanto consumatori, quanto datori di lavoro, oppure automobilisti quanto pedoni!), e che da posizione privilegiata, ci ritroviamo in basso alla lista.
Un modello economico e sociale che, negli ultimi anni, ha esagerato nell’investimento in “tecnologia” piuttosto che sugli uomini, accumulando una elevatissima quantità di dati e di informazioni ma, che alla resa dei conti, non è in grado di utilizzare né nel breve né tantomeno del lungo termine. Al giorno d’oggi è ancora troppo presto pensare di delegare totalmente a modelli quantitativi e matematici (i software) una capacità “qualitativa”: il “pensare creativamente”.
Forse, dovremmo prendere spunto dalla filosofia dell’artigiano: produrre quotidianamente molte cose nuove ed utili (rispondendo ai bisogni specifici dei clienti), e distinguendosi per la sua capacità di trasmettere il proprio know-how alle nuove generazioni, garantendo non tanto la “sua” sopravvivenza, ma quella dell’arte e del suo sapere.


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