Ciao, ciao America. Il padrone sono io

//   6 agosto 2012   // 0 Commenti

usain bolt

Senza scendere sotto la soglia dell’uma­no, Bolt si prende la gloria. Vince l’istinto,non la forza.Perché il fra­tellino Blake era andato più veloce di lui tutto l’anno. E no, caro Yohan. Ripassa la prossima volta: questa è la mia stagione, la mia ge­nerazione, la mia epoca.L’età del­l’oro giamaicano che fa morire d’ammirazione il resto del mon­do. Si parla, si dice, si racconta: esi­sterà mai uno più forte di Bolt? I cento metri segnano leggende che non muoiono neanche quando i loro protagonisti smettono. Usain ha 26 anni e nessuno sa se ha rag­giunto ancora il top. Neanche lui. Torna la leggenda dell’atleta che vince la gara più importante diver­tendosi. Senza pressione, senza tensione. Ride prima di entrare in pista, fa gli stessi gesti spacconi che l’hanno consegnato alla popo­larità assoluta. Bolt è un gradasso che fa simpatia perché si trascina la consapevolezza sua e di tutti gli altri di trovarsi di fronte a un feno­meno unico nella storia, nella pri­ma prova di uomo bionico e nel­l’ultimo esempio di macchina a sembianze umane.

Chi è che può pensare oggi di non ammirarlo? Chi è che si permette di dire che non è il migliore? Lui e il suo modo di fare da bulletto impertinente piacciono. Vedrete quelle braccia tese ad arco come simbolo di un’era,vedremo quei balli all’arri­vo come icona di uno sport che ave­va perduto personaggi e ha trova­to un interprete. Bolt è un’iperbo­le, una figura retorica, un simbolo. Londra voleva lui. Solo lui. Que­sta vittoria, più di ogni altra. Per­ché i cento sono tutto, sono oltre. Racchiudono l’atletica e quindi l’Olimpiade intera. La vittoria di Bolt è la vittoria dei Giochi. Phelps s’è preso l’eternità, Usain si pren­de la contemporaneità: come se lo sport intero ruotasse attorno a lui, quello che qui non riesce a fare due metri senza che qualcuno lo fermi. Mi fai un autografo? Posso farti una foto? Gli piace. Gode. È la sua vita, è il suo mondo. Con i passi dell’uomo più veloce della storia lui ha avuto quello che voleva. Usa­in corre per correre, corre per vin­cere, corre per ridere, corre per fir­mare un altro contratto miliona­rio. Non è vero che non insegue i soldi: va a caccia di una tappa do­po l’altra per racimolarne di più. Quello che faceva Bubka nel salto con l’asta:tutti sapevano che pote­va saltare più in alto, lui superava l’asticella un centimetro a mee­ting. Perché ogni salto era un re­cord e ogni record un assegno. Bolt s’accontenta delle vittorie.Di­ce che potrà superare anche se stesso. Quando? Non importa. Non sa neanche se sia vero. Ma chef a ora? Conta quest’oro, que­sto lampo che arriva davanti a tut­ti. E soprattutto davanti a Blake, l’amico rivale che l’aveva sfidato: «Ti batto». Aspetta, non è ancora il tuo turno. Questa è ancora una Bol­tiade.

 

Fonte:ilGiornale.it


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