Ultimi giri di valzer

//   9 gennaio 2012   // 0 Commenti

monti_sarkozy_merkel

Ultimi giri di valzer per ricostruire un trinomio (Francia-Germania-Italia) che fu all’origine dell’Unione Europea sono in programma in questi giorni nel teatrino della politica europea.
Si susseguono con alterne varianti: fisso il binomio franco-tedesco, con il terzo incomodo italiano, prima deriso con il Cavaliere e ieri osannato al limite della vischiosità da un partner francese con la strizza del prossimo rating sulla sua tripla A e alla vigilia delle presidenziali d’oltralpe.
Il presidente italiano, più a suo agio con l’alta burocrazia europea che con i capi di stato e di governo nazionali, ha tentato, anche se ancora troppo timidamente, di indicare alcuni criteri per superare gli errori di una diarchia che, se prolungati, rischiano veramente il break-up dell’euro e, con esso, dell’intera costruzione europea.
Siamo oramai al limite di rottura, con una BCE che: o diventa garante di ultima istanza della moneta di cui gestisce, senza copertura politica, i flussi, oppure non sarà in grado di impedire alla speculazione finanziaria dei mercati di produrre, in sequenza, con il default della Grecia e dell’Ungheria, quelli in rapida successione di altri Paesi europei tra cui l’Italia.
Certo non mancavano e non mancano serie ragioni tedesche a sostegno di un maggiore rigore nella tenuta dei conti pubblici e nel controllo/riduzione dei debiti sovrani di ciascun partner europeo.
E l’Italia, seppur con assai scarsa equità e ad alto rischio di recessione, ha fatto e sta facendo la sua parte; tuttavia, continuare, come pare stia ancora facendo la Merkel, a difendere la totale rigidità contro i Bond europei e il ruolo della BCE quale prestatore di ultima istanza, costringerà molti paesi europei, e in primis l’Italia, a rivedere sostanzialmente il suo ruolo e la sua posizione all’interno del sistema monetario dell’euro e della stessa Unione europea.
Stiamo vivendo una complessa e fase di transizione e di mutamenti epocali: l’identificazione tra sistema liberale di mercato e democrazia, che sembrava un assioma senza discussione, nell’era della globalizzazione è di fatto saltata.
Sospensione delle normali regole democratiche con la politica ridotta al nulla dalla sua impotenza e facile bersaglio delle non infondate polemiche anticasta; incursioni nemmeno troppo coperte delle tecnocrazie burocratiche e finanziarie, come nel caso ungherese, dove è bastato il declassamento a spazzatura dall’agenzia di rating Fitch, dei titoli di stato di quel Paese, per mettere con le spalle al muro un governo forte di una maggioranza di due terzi a sostegno del suo progetto, per quanto discutibile, di riforma costituzionale: sono vicende che dimostrano come nell’Occidente sia accaduto e stia accadendo qualcosa che è destinato a stravolgere completamente, con gli assetti politici e di governo, gli stessi criteri sui cui si sono costruite le costituzioni degli stati nazionali di più antica e recente formazione.
Nel caso italiano una cosa è ormai certa: sarebbe folle pensare di sottoporre il Paese ad altre cure di lacrime e sangue con un prelievo fiscale complessivo già oltre la soglia del 50 % e con un equilibrio sociale ad alto rischio di implosione, e, dunque, o in breve tempo si giunge alla costruzione di un vero stato federale europeo e una Banca Centrale prestatore di ultima istanza, oppure bisogna prendere atto del fallimento del sogno europeo e ripensare globalmente alla posizione dell’Italia nel sistema monetario dell’euro e nella stessa Unione Europea. Un dilemma da esporre con grande realismo alla Kanzlerin al prossimo incontro di Bruxelles.
Che senso avrebbe, d’altronde, continuare a far finta di rispettare costituzione e regole di uno stato nazionale a guida tecnocratica, con una classe politica impotente sottoposta ai vincoli e alle decisioni assunte da tecnocrazie burocratiche esterne irresponsabili e da poteri finanziari incontrollati e incontrollabili?
E che senso avrebbe continuare con minuetti e quadriglie europeiste sostanzialmente ripetitive e inutili a sostegno di un’Europa politica incapace persino di difendere l’unico strumento che l’ ha unificata e la sta soffocando, ossia la sua moneta?
O nasce l’Europa federale e gli stati nazionali si riducono all’esercizio di alcune funzioni residue, o salta la costruzione europea e si lavora per una diversa totale dislocazione strategico politica internazionale.
Si fa presto a dire: maggiore crescita e svalutazione dell’euro uniche medicine realistiche alla crisi dell’Europa. Tutti i dati macro e microeconomici vanno nella direzione contraria ad ogni ipotesi di crescita, mentre si fa sempre più evidente il rischio di recessione.
Ritorno alla lira, dunque? Potremmo esserne obbligati in caso di break-up non impossibile dell’euro. E sarebbe ora di mettere in agenda tale opzione.
Suo possibile collegamento al tasso di cambio con il dollaro e un più forte allineamento politico strategico con Gran Bretagna e Stati Uniti ? Non sarebbe un’ipotesi politica da scartare, considerato il ruolo fondamentale che il nostro Paese può e deve svolgere nel Mediterraneo in rapida e pericolosa convulsione su tutta la costa nord-africana e mediorientale e corridoio di traffici marittimi di materie prime indispensabili per le economie del mondo.
Penso che le prossime settimane saranno decisive per comprendere cosa accadrà in Europa e al destino dell’euro e, a quel punto, sarebbe bene presentarsi preparati con meditate soluzioni di ricambio.
Dubito che sarà dalle attuali silenti e impotenti forze politiche e parlamentari che potranno venire le risposte adeguate, anche se dovremo tutti concorrere a quell’opera di scomposizione degli attuali assetti politico-partitici, espressione di una fase storico-politica conclusa, per ricomporne di nuovi su interessi e valori condivisi.


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