Sud Sudan ufficialmente indipendente. Ma a quale prezzo?

//   19 luglio 2011   // 0 Commenti

Salva Kiir e omar al bashir

Juba – Dopo 60 lunghissimi anni, due guerre civili (1955 e 2005) che hanno lasciato sul campo 2 milioni di morti e privato di un’abitazione 4 milioni di sfollati, il grande giorno è arrivato. Lo scorso 9 luglio il Sud Sudan ha proclamato ufficialmente la propria indipendenza nella capitale Juba, un grande villaggio più che una città. Un cerimoniale a cui hanno partecipato l’istrionico neo presidente sudsudanese Salva Kiir Mayardit, ospiti illustri quali il ministro degli Esteri britannico, William Hague, quello francese, Alain Juppè, il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, l’ex Segretario di Stato americano Colin Powell e il generale Carter Ham, comandante in capo di Africom (centro di pianificazione strategica dell’esercito americano per l’Africa), ma anche il “grande nemico” e spauracchio, Omar Al Bashir. Una cerimonia di festa per un intero paese che però non può e non riesce a nascondere le gravissime problematiche che fin da subito attendono al varco il neonato Stato.

La questione Abiyei

petrolio 300x200Primo su tutti, la questione Abiyei. Il distretto petrolifero a cavallo dei due paesi che ancora non sa se apparterrà al Nord o al Sud. Un bisticcio diplomatico nato nel 2005, quando alla regione venne concesso uno statuto speciale. La partita si gioca fondamentalmente qui per due motivi: uno, manco a dirlo, riguarda le rendite petrolifere, il secondo è che una parte della sua popolazione, quella settentrionale, è costituita da pastori che con la stagione delle piogge si spostano verso sud. Una fetta di popolazione che teme che Abiyei possa essere annessa al Sudan del Sud e reclama il diritto di voto in quello che sarà il referendum risolutivo. Ma l’inghippo sta proprio qui: sempre secondo gli accordi stipulati alla vigilia della guerra civile, il diritto di voto nel referendum spetta “ai sudanesi del Sud e ad altri residenti“. Peccato però che non venga citato il nome delle popolazioni interessati. Chi sono “gli altri”? Chi avrà diritto di voto? La disputa si è fatta subito incandescente, con l’invasione di Abiyei da parte dell’esercito sudanese all’indomani della dichiarazione d’indipendenza del Sud dello scorso gennaio. Ora è schierato un contingente di 4200 caschi blu eritrei del contingente di pace targato Onu dell’Unisfa, ma la partita è destinata a protrarsi a lungo.

Le rendite petrolifere

Ma i problemi di Kuba non finiscono qui. Il Kordofan meridionale e il Blue Nile, vilajet sudanesi dove la popolazione è in maggioranza nera e cristiana o animista e nelle guerre civili ha combattuto contro Khartoum, rimarranno al nord. Per quanto? Alcuni comboniani hanno denunciato il genocidio commesso dall’esercito sudanese ai danni delle popolazioni nere dei monti Nuba, presunti fiancheggiatori dell’Splm/a, il Sudan People’s Liberation Movement/Army, il partito politico e il suo braccio armato che hanno preso il potere a Juba. E nel frattempo i satelliti hanno rilevato il movimento verso il Kordofan di un convoglio lungo un paio di chilometri composto da un migliaio di truppe di Khartoum.
Il 29 giugno, grazie alla mediazione dell’Unione Africana, era stato trovato un accordo tra le parti, ma a due giorni dall’indipendenza Al Bashir l’ha disconosciuto in uno dei suoi tipici dietrofront. D’altronde, il presidente sudanese non ha nessuna intenzione di mollare il Kordofan meridionale, la regione petrolifera più ricca rimasta al Sudan dopo la secessione del sud; qui vi giacciono il 75% delle intere risorse petrolifere del Paese, i cui proventi sono attualmente divisi a metà, perché Juba ha la materia prima ma il Nord ha le raffinerie, le pipeline e i terminali. Per ricordare l’importanza capitale dell’oro nero da queste parti, basti dire che oggi equivale al 98% del Pil sud sudanese, pari a 1,5 miliardi di dollari. Ironia della sorte, pur con tutto questo petrolio nel paese manca la benzina. La ragione può esser soltanto una: Juba sta stoccando riserve in vista di una nuova guerra con Khartoum?

I conflitti interni

dinka 300x251Oltre ai conflitti irrisolti con il Nord, il paese è minacciato anche dal conflitto etno-tribale, una piaga che affligge da sempre il continente nero. Le comunità Nuer denunciano una pulizia etnica da parte dei Dinka, l’etnia del presidente Salva Kiir. Contro lo strapotere dell’Splm/a, molti ex comandanti hanno preso le armi contro Juba, con imboscate e attacchi che hanno già mietuto 1800 vittime da gennaio a oggi. Come se non bastasse, i rappresentanti della diaspora sud sudanese appartenenti alla comunità Nuer si sono riuniti nel Minnesota, per un forum che minaccia di diventare il primo passo verso una futura politicizzazione delle differenze etno-tribali.
Oltre che con i Nuer, i Dinka sono in combutta anche con i Bari, popolazione contadina nei cui territori sorge Juba, per non perdere terreni a favore di speculatori e palazzinari e bloccare l’espansione di una città che da semplice villaggio è diventata capitale di un nuovo stato. A complicare ulteriormente il quadro, a Juba sono arrivati negli ultimi mesi businessman da tutto il mondo, soprattutto dall’Eritrea. Stanno acquistando un numero spropositato di hotel e locali, mentre è facile immaginare che la pioggia d’oro derivante dall’indipendenza – 500 miliardi di dollari di investimenti privati in cinque anni – stimolerà l’appetito di una classe politica povera e inesperta.

Divisi, ma per quanto?

Il più giovane degli stati africani si appresta dunque ad affrontare molteplici sfide, con il fantasma di una nuova guerra all’orizzonte e un interrogativo: al di là della retorica indipendentista, quali vantaggi porterà l’autonomia al Sud Sudan? Riusciranno i due Stati divisi ad affrontare problematiche che già da unito non riusciva a risolvere? C’è già chi ipotizza che alla fine, come le due Germanie, il Sudan ritornerà ad essere unito.


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