Stragi di civili e armi chimiche: fin dove può spingersi ancora il Califfato?

//   23 maggio 2017   // 0 Commenti

People walk past an Islamic State wall sign in the town of Tabqa, after Syrian Democratic Forces captured it from Islamic State militants this week People walk past an Islamic State wall sign in the town of Tabqa, after Syrian Democratic Forces (SDF) captured it from Islamic State militants this week, Syria May 12, 2017. Picture taken May 12, 2017. REUTERS/Rodi Said TPX IMAGES OF THE DAY - RTX35N30

ISIS SIRIA 608x400Il 18 maggio l’Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione non governativa con base a Londra che da anni monitora il conflitto in Siria, ha dato notizia dell’ennesima strage di civili compiuta dai miliziani del Califfato di Abu Bakr Al Baghdadi. Gruppi armati dell’ISIS hanno attaccato diversi villaggi situati lungo la strada che collega Aleppo a Homs, città sotto il controllo delle forze regolari del governo di Bashar Al Assad sostenute da russi e iraniani. Il bilancio dell’offensiva è di almeno 52 civili uccisi, compresi 5 bambini. Tutte le vittime appartenevano alla comunità ismailita, una setta religiosa legata all’Islam sciita considerata eretica dai sunniti del Califfato.

Contemporaneamente, secondo quanto riferisce l’agenzia governativa siriana Sana i jihadisti hanno attaccato il villaggio ismailita di Aqarib Al Safi, a est rispetto ad Hama, uccidendo 20 civili prima di essere respinti dalle milizie governative che nella giornata del 18 maggio hanno riconquistato tutte le posizioni attaccate dai guerriglieri sunniti.

Anche se continua a mostrarsi sanguinosamente aggressivo, lo Stato Islamico negli ultimi mesi ha perso importanti porzioni del territorio conquistato in Siria dopo l’apparentemente inarrestabile offensiva dell’estate del 2014. Il Califfato deve oggi fronteggiare la pressione militare esercitata sia dalle forze di Damasco che dalle milizie ribelli arabe e curde delle SDF (Syrian Democratic Forces). Queste ultime, grazie all’appoggio fornito dalle forze speciali e dall’aviazione americana, solo nell’ultima settimana hanno conquistato circa 350 chilometri quadrati di territori occupati da tre anni dai miliziani dell’ISIS, tra cui l’importante cittadina di Tabqa a soli 50 chilometri da Raqqa, la capitale del Califfato in Siria.

L’appoggio degli USA ai curdi siriani

Le milizie delle SDF, composte da guerriglieri arabi e, in massima parte, da curdi dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo), stanno completando l’assedio di Raqqa, un’operazione avviata nel novembre dello scorso anno e che dovrebbe portare all’assalto finale della roccaforte jihadista all’inizio della prossima estate.

Secondo il colonnello Ryan Dillon, portavoce delle forze americane schierate in Siria, intervistato dall’agenzia Reuters, circa 4mila guerriglieri dell’ISIS sono attualmente asserragliati a Raqqa e si preparano a un’ultima disperata resistenza. «Nell’ultima settimana - ha affermato – i combattenti delle SDF hanno stretto il loro cappio intorno al collo dell’ISIS, accerchiando la sua capitale da nord, da ovest e da est. La postazione più vicina conquistata dalle SDF è ora a soli 4 chilometri dalla periferia di Raqqa».

Gli americani finora hanno fornito armi ed equipaggiamento militare ai combattenti arabi delle SDF e, per decisione della Casa Bianca, anche alle milizie curde, proprio in vista dell’offensiva su Raqqa.

La reazione di Ankara

Questo cambio di passo nella strategia militare contro ISIS ha allarmato il governo turco aggravando le tensioni politiche interne e internazionali che si agitano nel ginepraio siriano. Ankara, infatti, teme che un successo dei curdi sul campo possa nel futuro dopoguerra creare le premesse per la costituzione di uno stato curdo a cavallo tra Siria e Iraq – dove già i curdi si sono costituiti nella regione autonoma del Kurdistan Iracheno – e di quelle porzioni di Siria che l’YPG riuscirà a conquistare.

«Abbiamo davanti un quadro preoccupante – ha detto il 17 maggio il presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante un incontro con la comunità finanziaria del suo Paese – nel quale organizzazioni terroristiche (YPG, ndr) sono supportate e rafforzate (dagli americani, ndr) e si confrontano con noi [] con l’operazione Scudo sull’Eufrate siamo riusciti a far fallire questo complotto e non esiteremo ad attuare altre simili operazioni se lo riterremo necessario».

L’operazione “Scudo sull’Eufrate” venne lanciata dai turchi nell’agosto del 2016 con il duplice scopo di liberare le terre di confine tra Siria e Turchia dalla presenza dell’ISIS e di contenere le milizie curde dell’YPG che combattevano nella zona con il supporto aereo americano.

USA bombardano un convoglio di siriani e iraniani

Nello scorso mese di marzo l’operazione è stata dichiarata «conclusa con successo» dai militari di Ankara. Quasi per confermare che in Siria la situazione sul campo è tutt’altro che semplice e che amici e nemici sono spesso indistinguibili, proprio mentre le SDF avanzavano in direzione di Raqqa, un convoglio di militari governativi siriani e iraniani – che in teoria lottano al fianco degli americani contro il Califfato – è stato pesantemente bombardato dagli aerei statunitensi nelle vicinanze del confine con la Giordania. Secondo un portavoce delle forze USA in Siria, il convoglio si stava avvicinando «troppo» alla base di Tanf dove stazionano gruppi di «militari delle forze speciali occidentali». Il bombardamento è avvenuto dopo che, per prudenza, gli americani avevano avvertito telefonicamente i russi della loro iniziativa.

ISIS: a Deir Ezzor un centro per attacchi chimici

Il 18 maggio, la rete americana CNN ha dato notizia di un’ulteriore, preoccupante, evoluzione del conflitto siriano: in vista della possibile, imminente, caduta di Raqqa, i leader dello Stato Islamico avrebbero deciso di spostare nell’area di Deir Ezzor – dove da un anno resiste sotto l’assedio jihadista una brigata dell’esercito di Damasco – il loro quartier generale e di costituire nella zona una cellula specializzata nell’uso di armi chimiche.

Già in passato l’ISIS ha usato le armi chimiche sia in Siria che a Mosul in Iraq. Questa notizia è molto preoccupante alla luce di quanto dichiarato nella sua intervista a Lookout News dal generale israeliano Nitzan Nuriel, secondo il quale i terroristi dello Stato Islamico possiedono il know how adeguato per costruire armi chimiche e, se sconfitti in Siria e in Iraq, potrebbero decidere di attaccare l’Europa con ordigni di distruzione di massa. Uno scenario agghiacciante che le notizie che giungono dalla Siria rendono purtroppo tutt’altro che in-credibile.

Fonte: LookOutNews


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