Smart working, cresce il settore privato. E nella Pa siamo all’8 per cento

//   8 dicembre 2018   // 0 Commenti

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Positivo il bilancio emerso dal convegno organizzato a Roma dall’AIDR che ha messo a confronto manager del settore pubblico e impresa privata.

Lo Smart working è ormai una realtà consolidata, in forte espansione in tutta Italia, e il numero dei lavoratori coinvolti cresce significativamente sia nell’impresa privata, sia nella Pubblica amministrazione, che in parte sta colmando i ritardi accumulati.
Sono questi i risultati emersi da “Smart working, a che punto siamo nelle aziende e nella Pa”, il convegno che si è tenuto mercoledì 5 dicembre alla Camera dei Deputati a Roma.
Il convegno, che è stato organizzato dall’Associazione Italian Digital Revolution, presieduta da Mauro Nicastri dell’Agenzia per l’Italia Digitale, in collaborazione con la Macchioni Communications, ha proposto e messo a confronto esperienze, casi concreti e testimonianze presentati da manager del settore pubblico e privato come Flavio Siniscalchi, direttore risorse umane del Dipartimento Protezione Civile, Cristiana Luciani, funzionario Garante Privacy, Manuela Conte, Funzionario Commissione Europea, Daniele Eleodori, direttore risorse umane e organizzazione Fondazione Telethon, Filippo Busceti, direttore risorse umane della Ferrero, Giovanna Bellezza, direttore risorse umane Telecom Italia, Cristina Fioravanti, responsabile risorse umane Asvis, Guelfo Tagliavini, Presidente Tesav. A moderare l’evento Maria Antonietta Spadorcia, giornalista parlamentare del Tg2 RAI.
La legge che ha regolamentato lo smart working in Italia risale a un anno e mezzo fa. E nel frattempo, come rivela una ricerca realizzata dall’Osservatorio del Politecnico di Milano, sono stati fatti grandi passi avanti, con un fenomeno che è letteralmente esploso nell’impresa privata. In Italia, secondo la ricerca, sono 480 mila gli “smart worker”, e sono in crescita soprattutto nelle grandi imprese (+20 per cento rispetto al 2017), e sono mediamente più soddisfatti dei lavoratori tradizionali sia per l’organizzazione del lavoro che nelle relazioni con colleghi e superiori. E una azienda su due, tra quelle intervistate, conferma di aver avviato progetti di smart working.
In ritardo e più lentamente, invece, si sta muovendo la Pubblica amministrazione, che nel convegno è stata messa a confronto con l’impresa privata e che pure avrebbe dei vantaggi dall’adozione di modelli di smart working.
“Lo smart working è una buona filosofia manageriale di revisione dei modelli organizzativi – ha confermato Marco De Giorgi, direttore generale del Dipartimento Funzione pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei ministri – Ci sono vantaggi per il singolo individuo che migliora la motivazione e il rapporto di fiducia con l’amministrazione e anche il proprio benessere. Ci sono vantaggi per l’organizzazione perché c’è un aumento della produttività e delle performance e una riduzione dei costi per l’organizzazione pubblica. E ci sono vantaggi anche per la collettività, per esempio con la riduzione dell’impatto ambientale per la riduzione del pendolarismo tra centro e periferia”.
Ciononostante, lo smart working è tuttora in ritardo nella pubblica amministrazione.
“Purtroppo i dati dicono che – ammette De Giorgi – benché abbiamo un quadro normativo molto avanzato, nella Pa c’è ancora una applicazione marginale. Dobbiamo lavorare sul versante applicativo procedendo di pari passo con la digitalizzazione. Quello che vogliamo evitare nel pubblico, e per questo guardiamo con attenzione al settore privato, è di non incorrere in una visione riduttiva dell’istituto. Lo smart working sicuramente non è il telelavoro, non è solo per le donne ma anche per gli uomini, per gli over 50 ma anche per i giovani. E noi vogliamo rendere attrattivo il settore pubblico anche per loro che già da tempo vivono in modalità smart. Vogliamo attirare talenti nella PA”.
Una comparazione del fenomeno dello smart working tra il settore pubblico ed il settore privato è stata offerta dall’avv. Sergio Alberto Codella, segretario generale di AIDR, che ha fatto notare le differenze soffermandosi anche su alcuni aspetti comuni e sottolineando come “molto è stato fatto, ma che c’è da fare molto di più” per superare “alcune diffidenze legate soprattutto ad una resistenza al cambiamento ed al modo di pensare le organizzazioni sia pubbliche sia private in modo ancora tradizionale”.


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