Siria, fine di un’epoca. Il Partito Ba’ath rinuncia al monopartitismo

//   6 gennaio 2012   // 0 Commenti

bashar assad siria

E’ presto per dire se cambierà qualcosa, ma la notizia diramata dal quotidiano Ba’ath il 3 gennaio 2012 segna comunque la fine di un’epoca. L’organo ufficiale di stampa del partito ha infatti annunciato che tra un mese, dopo quasi 40 anni di dominio assoluto, il Ba’ath rinuncerà alla sua posizione di monopolio nel panorama politico siriano. Sta dunque per finire l’era del monopartitismo in Siria, introdotta con le leggi di emergenza varate dalla giunta di ufficiali golpisti l’8 marzo 1963. Dopo mesi di feroce repressione, anche Assad paga le “conseguenze” della primavera araba, cedendo alle pressioni della comunità internazionale e, ultima in ordine di tempo, alla Lega Araba, che il 16 novembre scorso aveva sospeso Damasco dall’organizzazione.

Se il Ba’ath negli ultimi mesi è diventato simbolo di regime, repressione e violazione dei diritti umani, gli intenti dei suoi fondatori, Michel Aflaq e Salāḥ al-Dīn al-Bīṭār, erano ben altri. Il partito nacque nel secondo Dopoguerra come “terza via” arabo-socialista, alternativa al modello statunitense e a quello sovietico vicina al nasserismo, un movimento di “rinascita” (ba’ath) il cui obiettivo era l’affrancamento dal potere coloniale occidentale. Un nazionalismo socialisteggiante che risvegliava l’orgoglio del popolo arabo, in una visione laica ed egualitaria della società, dove l’Islam, pur non essendo il principale elemento d’identità politica, rappresentava comunque fattore d’unità culturale e spirituale.
“Unità araba, libertà e socialismo” erano le parole d’ordine del Ba’ath, l’unico grande partito di massa arabo che riuscì però a sfondare, con golpe militari, soltanto in due paesi, Siria e Iraq. Ma il messaggio originario del Ba’ath ben presto venne abbandonato, lasciando strada alla “degenerazione” politica: a Baghdad un gruppo di ufficiali dell’esercito prese il potere con un golpe nel 1958 e ridisegnò le gerarchie con due altri colpi di Stato nel 1963 e nel 1968, da cui emerse la dittatura di Saddam Hussein; a Damasco, al golpe del 1963 ne fecero seguito altri due, e al termine del secondo (13 novembre 1970), prese la guida del Paese Hāfiz al-Assad, a cui è succeduto il 17 luglio 2000 il figlio, Bashār al-Assad. Il resto è cronaca dei nostri giorni.

Ora, cinque anni dopo la tragica fine di Saddam Hussein, pare calare definitivamente il sipario sul baa’thismo, un importante (nel bene e nel male) pezzo di storia del Medio Oriente spazzato via dalla primavera araba. Il modello laico ha fallito miseramente qui come altrove, ed è facile immaginare l’avanzata dei movimenti islamici. Vedremo se sapranno fare di meglio.


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