Siria, la lotta non conosce tregua

//   7 febbraio 2012   // 0 Commenti

bashar assad siria 300x179E’ trascorso quasi un anno dall’inizio della cosiddetta “primavera araba”, che ha visto la caduta di regimi dittatoriali in piedi ormai da decenni. A partire da Ben Ali in Tunisia, si sono susseguite manifestazioni e rivolte contro il potere che hanno provocato la caduta di Hosni Mubarak in Egitto e la morte di Muhammar Gheddafi in Libia.
C’è ancora un regime che sopravvive alla forza della rivolta, ed è quello di Bashar al-Assad in Siria.
A marzo dello scorso anno, mentre in Libia l’Occidente di preparava ad intervenire per fermare la corsa omicida di Gheddafi, in Siria avevano luogo le prime manifestazioni contro il regime di al-Assad.
La protesta si allargò in poco tempo, imitando ciò che era accaduto anche in Tunisia, Egitto e Libia e purtroppo anche i numeri delle morti civili cresceva senza controllo.
Sebbene Stati Uniti, Francia e altre potenze occidentali abbiano ritenuto fondamentale l’intervento in Libia, lo stesso discorso non è valso per la Siria, dove si è preferito restare fuori dagli sconvolgimenti interni del Paese.
L’escalation di violenza in Siria sembra non aver conosciuto tregua, e lo scorso novembre la Lega Araba ha votato quasi all’unanimità la sospensione della Siria dall’organizzazione, richiedendo la fine immediata delle violenze. I sostenitori di al-Assad reagirono alla notizia, assaltando le ambasciate di Francia, Turchia e Arabia Saudita presenti sul territorio siriano.
Nel mese che è appena iniziato, si contano già  i337 vittime e circa 1300 feriti,n seguito ad una terribile offensiva che l’esercito governativo avrebbe lanciato nella città di Homs, cosiddetta città ribelle, che resiste ancora alla violenza del regime.
La comunità internazionale, ha finalmente deciso di muovere passi concreti, affinché si prendano decisioni mirate a fermare la scia di sangue che le rivolte si sono portate dietro in questi mesi. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ha ribadito che la via diplomatica è ancora la strada migliore da intraprendere per risolvere la situazione. Non crede, infatti, che la comunità internazionale voglia davvero intervenire militarmente come invece è successo nel caso della Libia. A tal proposito, le Nazioni Unite hanno votato la Risoluzione che avrebbe dovuto sanzionare le attività sanguinarie di al-Assad in Siria. Nel corso del voto, Russia e Cina hanno posto il proprio veto, scatenando le polemiche dei rappresentanti degli altri Stati membri. In modo particolare, il Ministro degli Esteri francese ha dichiarato che “il conformismo che chiude gli occhi davanti ad un dittatore sanguinario, è inaccettabile.” La reazione del segretario Hilary Clinton è stata dura e decisa, e ha definito “parodia” il voto di tre giorni fa. Anche il Consiglio Nazionale Siriano che unisce i componenti dell’opposizione, ha fatto sapere che è in totale disaccordo con le scelte di Russia e Cina, i quali avrebbero, con tale veto, dato al regime di al-Assad il “permesso di uccidere impunemente.”

A difesa del suo Paese, il viceministro degli esteri russo, Ghennadi Gatilon ha dichiarato che l’ONU non avrebbe fatto alcuno sforzo affinché la risoluzione potesse essere approvata all’unanimità.
Anche oggi, la violenza del regime non ha conosciuto soste: ci sarebbero state almeno cinquanta vittime che si vanno a sommare alle 230 di sabato.
Per sottolineare ancora una volta il completo disaccordo con le scelte che il governo siriano ha fatto finora, gli Stati Uniti ha deciso, poco fa, di chiudere la propria ambasciata in Siria, richiamando i suoi diplomatici.
Una violenza senza precedenti continua dunque a colpire la Siria. Né la Lega Araba né le accuse dell’Occidente colpiscono il regime di al-Assad, che sembra voler proseguire con la sua politica sanguinaria. La decisione di Russia e Cina dà, secondo alcuni, maggiore potere al presidente siriano e riporta al punto di partenza le discussioni per il raggiungimento di un accordo tra i diversi attori in campo. Il vero problema però è che, mentre i grandi del mondo discutono, c’è una popolazione che combatte una guerra e, allo stremo delle forze, ancora crede in un ideale e cerca di difenderlo, anche con la propria vita.


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