Senatore Giovanardi: ” Quelli della S. Inquisizione erano dei dilettanti a confronto!”

//   3 maggio 2017   // 0 Commenti

Intervista in esclusiva per Mondoliberonline al Sen. Giovanardi

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Sen. Giovanardi

Senatore Giovanardi, così dopo 25 anni di Parlamento e dopo aver svolto il ruolo di Ministro, Sottosegretario, Vice Presidente della Camera, ecc., si ritrova negli scomodi panni di indagato per rivelazione di segreti di ufficio, minacce e intralcio a un corpo politico-amministrativo con in più l’aggravante mafiosa.
-Non so dirle se sono più addolorato o arrabbiato per queste accuse, per chi come me ha giurato in tre diversi Governi fedeltà ai principi costituzionali e che ha sempre operato non soltanto nell’ambito della legalità, ma in stretto collegamento, anche come ex carabiniere di leva, con tutti coloro che sono impegnati a far rispettare la legalità. Ma siamo in Italia e l’opinione pubblica è stata avvisata di questa indagine dal Settimanale l’Espresso, prima che il sottoscritto avesse potuto prendere visione su quali basi si fondavano queste pesanti accuse.

Ecco, appunto senatore, su quali basi si fondano?
-Beh, naturalmente l’Espresso enfatizza il mio interessamento per un’impresa modenese, la Bianchini, che con l’interdittiva antimafia non era stata ammessa in white list, i titolari della quale, successivamente ai miei interventi in sua difesa, sono stati arrestati con l’imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa.
Ma la Bianchini è soltanto una delle tante imprese modenesi operanti in provincia di Modena o nelle province vicine per le quali mi sono interessato, naturalmente nel mio ruolo di parlamentare, senza aver mai avuto un euro da nessuno, senza svolgere alcuna attività professionale e non avendo nessun rapporto né diretto né indiretto con gli esponenti dell’ndrangheta operanti in provincia di Modena smascherati dalla maxi inchiesta Aemilia.
Ho qui davanti, in un corposo volume, tutti gli atti parlamentari che ho svolto sull’argomento delle interdittive antimafia, sin dalla legislatura precedente all’attuale, sia come parlamentare, che come membro della commissione giustizia del Senato, sia come membro della Commissione parlamentare Antimafia.

Il 16 gennaio 2013 infatti ho presentato una interpellanza sul caso dell’impresa Baraldi, poi riammessa in white list, il 15 marzo 2013 (eravamo già nella legislatura successiva) sul problema white list e Coop7, il 15 marzo 2013 sulle ditte Geco e Baraldi, il 24 aprile sono intervento in aula sulla ricostruzione in Emilia-Romagna, il 15 maggio ho presentato un’altra interpellanza sulla F.lli Baraldi, il 6 giugno 2013 ho illustrato in aule alcune mie interpellanze ricevendo risposta dal Governo e finalmente il 26 febbraio 2014, per la prima volta, a seguito di un articolo del Sole 24 Ore che denunciava come la gestione della white list procurava più danni alle aziende sane di quanto ne procurasse la mafia, ho illustrato il caso Bianchini su cui sono poi tornato con interpellanze il 22 luglio, il 25 settembre e il 21 ottobre del 2014.
La Geco, la Baraldi, la Battaglia, la Lo Bello di Soria e la CPL, sono state poi riammesse in white list e in white list attualmente stanno.

Si è dato un gran daffare su questo argomento?
-Si, perché lo ritengo di grande importanza per quanto riguarda la doverosa lotta alla criminalità organizzata ma anche per il rispetto dei principi costituzionali, visto che tutto quello di cui si è parlato non riguarda affatto procedimenti penali o reati che possono venire addebitati agli imprenditori, ma soltanto interventi amministrativi delle Prefetture.

Ringraziandovi dello spazio che mi dedicate credo che la pubblicazione integrale del mio intervento in aula il 29 ottobre 2014, durante la discussione sulla relazione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e delle altre associazioni criminali, sia esaustivo per spiegare le mie opinioni, le stesse che ho espresso poi pubblicamente in interviste, incontri pubblici, discussioni, anche accese, con il prefetto di Modena ed anche altri prefetti, forze dell’ordine e persino il dott. Cantone. A cui ho chiesto un incontro che mi ha gentilmente concesso, per sottoporgli il mio punto di vista, che poi ha largamente condiviso in un’intervista rilasciata al quotidiano Nazionale.

Intervento integrale sostenuto in Aula al Senato il 29 ottobre 2014 sulla relazione della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie.

GIOVANARDI (NCD). Signor Presidente, il nostro Gruppo condivide il contenuto delle due relazioni, che sono complesse, articolate e serie.
Rivolgendomi ai tanti colleghi intervenuti, proprio perché la materia è di grande serietà segnalo che forse va affrontata con meno visione di film seriali in televisione sulla mafia tipo «La Piovra» e più attinenza alla realtà dei fatti.
Sono sempre stato favorevole e continuo ad esserlo alle misure più severe e repressive possibili nei confronti della criminalità organizzata, compreso il carcere duro, che la mia area di appartenenza ha sempre sostenuto con grande rigore. Sono dunque a favore della lotta alla mafia, alla ‘ndrangheta, alla camorra e alla criminalità organizzata senza quartiere e con tutti gli strumenti, come la gestione corretta dei pentiti o anche gli accordi internazionali – come avviene per queste realtà – che possano efficacemente colpire questo fenomeno.
Approfitto di questa occasione per sottolineare come una certa interpretazione della lotta alla mafia, alla camorra e alla ‘ndrangheta invece di colpire i malavitosi colpisca i cittadini onesti. Ci troviamo di fronte ad una situazione kafkiana, specialmente al Nord, dove imprese sane e cittadini perbene vengono colpiti in modi – adesso vi leggerò come – che, secondo me, sono indegni di un Paese civile perché ci riportano alla Santa Inquisizione, visto che si tratta di situazioni nelle quali i cittadini non possono difendersi rispetto alle accuse che vengono sollevate nei loro confronti.
Parto da una premessa: occorre fare un’analisi seria della situazione. Ho partecipato ad una seduta della Commissione antimafia a Bologna, dove mi è stato presentato un documento del gennaio di quest’anno in cui mi si dice che – io sono di Modena – le Province di Modena e Reggio Emilia soprattutto hanno avuto un’infiltrazione della mafia e della ‘ndrangheta che ha occupato militarmente il territorio, i cittadini e le loro menti, con un condizionamento ancora più grave. Le nostre due Province sarebbe dunque state occupate militarmente dalla criminalità organizzata che avrebbe occupato anche i cuori e le menti di 1.100.000 cittadini modenesi e reggiani. Nel documento si aggiunge che chi, come me, ha contestato delle interdittive è un erosore di legalità perché chi critica determinati interventi diventa un alleato.
Colleghi, come funziona attualmente? Leggo l’ultima interdittiva di ieri nei confronti di un giovane di 32 anni; il padre era stato interdetto e la sua azienda nel modenese è fallita. Lui a 30 anni ha cercato di mettere su un’azienda, ma a sua volta è stato oggetto di un provvedimento interdittivo. Vi rileggo, come ho già fatto in un’altra occasione, che cosa c’è in un provvedimento interdittivo, perché si abbia consapevolezza di che cosa è la lotta alla mafia, alla ‘ndrangheta e alla criminalità, e di che cosa è altro. Richiamo l’attenzione del vice ministro Bubbico, perché la questione riguarda il Ministero dell’interno.
Che cosa c’è scritto oramai “a stampino” in queste interdirettive? Ascoltate: «Il concetto di tentativo di infiltrazione mafiosa, in quanto di matrice sociologica e non giuridica, si presenta estremamente sfumato e
differenziato rispetto all’accertamento operato dal giudice penale, signore del fatto. La norma non richiede che ci si trovi al cospetto di una impresa criminale, non si richiede la prova dell’intervenuta occupazione mafiosa, né si presuppone l’accertamento di responsabilità penali in campo ai titolari dell’impresa sospettata». Nel caso di cui parlo, gli imprenditori sono persone assolutamente oneste che, però, hanno assunto degli operai, dei manovali di Crotone uno dei quali, dagli accertamenti, è risultato avere una relazione sentimentale con una donna di 23 anni figlia di un boss. Quindi, non ci devono essere presupposti di responsabilità penale, «essendo sufficiente che dalle informazioni acquisite tramite gli organi di polizia si desuma un quadro indiziario che, complessivamente inteso, ma comunque plausibile, sia sintomatico del pericolo di collegamento tra l’impresa e la criminalità organizzata». Dunque, non si può escludere.
Si legge inoltre: «L’informativa antimafia deve fondarsi su di un quadro fattuale di elementi che, pur non dovendo assurgere necessariamente a livello di prova (anche indiretta), siano tali da far ritenere ragionevolmente, secondo l’”id quod plerumque accidit”, l’esistenza di elementi che sconsigliano l’instaurazione di un rapporto con la p.a. Né è richiesta la prova dell’attualità di una situazione di pericolo». Più avanti si legge inoltre: «rilevato che per costante giurisprudenza la cautela antimafia non mira all’accertamento di responsabilità, ma si colloca come la forma di massima anticipazione dell’azione di prevenzione, inerente alla funzione di polizia e di sicurezza, rispetto a cui assumono rilievo, per legge, fatti e vicende solo sintomatici e indiziari, al di là dell’individuazione di responsabilità penale».
Scusate, ma è ciò che ha scritto il «Sole 24 Ore» finora. Quelli della Santa Inquisizione erano dei dilettanti al confronto!
Può quindi capitare che in un’impresa con sede a Modena, a Reggio, in Emilia-Romagna da cento anni di cui si conoscono i titolari, i figli, i parenti, di cui si sa tutto di tutti, arrivano gli inquirenti che, controllando, verificano che è stata assunta una persona che intrattiene una relazione sentimentale con un certo individuo per cui si incorre in un dato pericolo. Quindi arriva l’interdittiva per cui l’impresa non può più lavorare con gli enti pubblici, saltano le commesse e fallisce. E se il figlio del titolare vuole lavorare non può farlo perché, essendo suo figlio, si è legittimati a pensare che se avvia un’azienda lo fa per eludere l’interdittiva emanata nei confronti del padre. Il figlio dunque deve impiccarsi? Deve suicidarsi? Cosa c’entranp la mafia, la ‘ndrangheta e la camorra con questo?
Come ho già detto in Commissione antimafia, ci sono intimidazioni, ci sono minacce, ricatti e scalate societarie in galera. Queste persone vengono inquisite. Ma lo Stato, i prefetti, l’interforze non devono essere percepiti dal cittadino come dei nemici.
Quando tre anni fa a Modena sorse una polemica pubblica perché nelle liste del PdL sembrava volessero iscriversi persone sospette perché nate in Sicilia, in Calabria o in Campania in qualità di Sottosegretario ho incontrato il prefetto, il colonnello dei Carabinieri, il questore e il procuratore della Repubblica per far vedere loro un elenco di nomi che avevo rilevato anch’io, avendo letto sui giornali che potevano avere qualche legame, e, colleghi senatori, che cosa hanno detto le quattro autorità? Che non potevano darmi alcuna indicazione perché i dati erano protetti da privacy. Ripeto, non potevano darmi indicazioni.
Allora, ditemi se è giusto che un politico, un parlamentare, un imprenditore che assume una persona nata in quelle Regioni o che ha un contatto con un’impresa di quelle Regioni che, magari, per la prefettura e il DURC risultano regolari, poi riceva l’interdizione perché da indagini successive risulta che questi hanno dei collegamenti o hanno parlato con dei sospettati. Ma vi sembra sia questo il modo di condurre la lotta contro la criminalità organizzata? Sembra di tornare al tempo dei Catari, quando, entrando nella città, si chiedeva al vescovo come distinguere i buoni cattolici dagli eretici ed egli rispondeva che si dovevano uccidere tutti perché poi Dio avrebbe saputo distinguere gli uni dagli altri.
Rivolgendomi al rappresentante del Governo e ai colleghi, dico: massima repressione e massima severità nel colpire il crimine; massima sensibilità nell’aiutare le aziende, se ci sono dei tentativi di infiltrazione, a
superare questa fase. Ma se un’azienda ha rimosso queste situazioni è mai possibile che si debba leggere ancora oggi di interdittive che colpiscono i figli per colpe mai dimostrate dei padri? È mai possibile che oggi nel Nord – e mi rivolgo ai colleghi meridionali – l’unico modo per salvarsi teoricamente è quello di non volere persone o imprese che provengono dalla Sicilia, dalla Calabria e dalla Campania? Il fatto stesso di avere contatti con loro mi mette a rischio, mette a rischio la mia azienda e la mia reputazione di parlamentare. Se poi affermi questa cosa, qualcuno dice che Giovanardi è un «erosore» di legalità perché non accetta in maniera acritica quello che fa un giudice. Qui, però, non parliamo di penale. Almeno lì un giudice dà un’imputazione, vi sono tre gradi di giudizio e ci si può difendere, e non si è colpevoli fino a sentenza passata in giudicato. In questo caso, un organo amministrativo «ammazza» te e la tua azienda: sei morto per un mese, due mesi, tre mesi o un anno. Tu rimuovi le cose che hanno detto, licenzi i manovali, ma dicono no, perché teoricamente non è escluso che in futuro possano ripetersi situazioni di questo tipo.
Se questa è la lotta alla mafia e alla camorra, vi avverto che occorre considerare una cosa: il sentimento popolare è importantissimo perché – e concludo, signor Presidente – i cittadini devono essere alleati nella lotta contro la criminalità organizzata; devono avere paura della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra, non possono avere paura delle istituzioni, non possono considerare le istituzioni come loro nemici. Se ci mettiamo su questo piano di fanatismo, finirà che, invece di fare un dispetto alla mafia e di combatterla, le faremo una cortesia. (Applausi dei senatori Albertini, Schifani e D’Anna. Congratulazioni).
L’Espresso dice che in un video ripreso a sua insaputa lei definisce coniglio l’ex prefetto di Modena.
Non era un’offesa al dott. Di Bari, che peraltro è persona rispettabilissima, ma un modo di dire, estrapolato da un ragionamento, in ordine ad un rimpallo di responsabilità tra il prefetto che si diceva vincolato ad applicare le indicazioni del Girer (Il gruppo di polizia interforze) mentre i responsabili del Girer mi assicuravano che la valutazione della fondatezza delle informative è del prefetto.
Ma senatore, se le cose stanno in questa maniera, sono tutte documentate agli atti, c’è uno stretto collegamento fra la sua attività parlamentare e le accuse che le vengono rivolte, anche perché in qualche informativa dei carabinieri, le viene addebitata la volontà di voler modificare le leggi in materia e addirittura di aver incontrato il prefetto capo del legislativo del Ministero degli Interni.
E qui infatti siamo nel surreale: se grandi aziende come la CPL si sono salvate, lo devono proprio alla modifica legislativa del 2014 che ha consentito che per le aziende colpite dall’interdittiva fosse nominato un commissario, per evitare le disastrose conseguenze dell’interdittiva stessa, nel periodo necessario per chiarire o per eliminare i supposti pericoli di infiltrazione mafiosa.
Quindi in sostanza come emerge chiaramente dalle intercettazioni telefoniche e dai tabulati attualmente all’attenzione del Gip per una loro eventuale distruzione o la trasmissione al parlamento per chiedere la loro utilizzazione, emerge la mia totale buona fede. Aggiungo un piccolo particolare. Nell’interdittiva della ditta Bianchini il titolare Augusto Bianchini, appartenente ad una delle più note e stimate famiglie della bassa modenese, veniva indicato come persona incensurata e per bene.

A questo punto senatore cosa intende fare?
-Continuare a testa alta la mia battaglia politica e amministrativa lasciando che siano i processi a stabilire se la famiglia Bianchini ha commesso reati. Voglio segnalarvi l’ultima vicenda di cui mi sono interessato. Quella del signor Giovanni Soria che più delle altre mi ha anche emotivamente coinvolto.
Soria, di origine napoletana, ha conosciuto la moglie mentre svolgeva il servizio militare a Palermo, poi si è trasferito a Modena dove gestisce un’azienda edile. Dopo il matrimonio suocero e cognato sono stati arrestati a Palermo per vicende collegate alla mafia. Dopo aver scontato la pena sono stati autorizzati a raggiungere la figlia a Modena purché trovassero un lavoro e il genero li ha assunti come manovali.
Dopo il terremoto Soria ha chiesto di entrare in white list ma la Prefettura ha colpito la sua azione con l’interdittiva antimafia rilevando che aveva alle sue dipendenze due pregiudicati, malgrado la nostra Costituzione preveda il reinserimento nella società a chi ha scontato la pena.
Con la morte nel cuore Soria è stato costretto a licenziarli, ma la prefettura si è rifiutata di rimetterlo in white list in quanto permaneva il rapporto di parentela.
Quando è venuto da me non volevo crederci, e l’ho consigliato di rivolgersi immediatamente al Tar dell’Emilia-Romagna che purtroppo gli ha dato torto. Sulla questione ho presentato due interpellanze al Ministro dell’Interno. Ho sollevato pubblicamente la questione sui giornali modenesi e con mia grande soddisfazione e di Soria il Consiglio di Stato gli ha dato perfettamente ragione facendolo iscrivere alla white list perché in un paese democratico non si possono rovinare le famiglie e le imprese per il solo fatto di essersi innamorato o aver sposato una donna i cui parenti dopo il matrimonio hanno commesso reati.


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