Se ognuno facesse la propria parte…

//   22 febbraio 2012   // 0 Commenti

56 economia“Canta che ti passa”, si diceva una volta. Oggi invece, che neppure a  Sanremo c’è modo di sentire una canzone degna di essere ricordata, nessuno canta più. Tanto meno ora che la crisi morde davvero, come mai in passato.
Non sappiamo se e quanto i nostri governanti abbiano il polso della situazione, di quella vera, parliamo: così,  a occhio e croce non ci sembra che Monti &c. siano ben sintonizzati col Paese. Li vediamo troppo compassati, troppo presi negli schemi di un operare economico che sa molto di universitario, e poco di pratico. E ci sembra che l’énfasi con cui si è voluta incensare la manovra sulle liberalizzazioni abbia in buona parte confuso ed allontanato dai dibattiti pubblici quella che è la realtà cruda, quella che avvertiamo sempre più sulla nostra pelle.

Parliamo della crisi vera, la crisi di chi, lungi dal commuoversi quando il Professore invita alla sobrietà, vede avvicinarsi il giorno in cui deve chiudere i battenti della propria azienda. Non sappiamo se sia stato un caso particolarmente malevolo, ma è un fatto che da molti giorni non facciamo che incontrare, anche e soprattutto nel cosiddetto ricco Nord-Est, imprenditori preoccupati, avviliti, in preda ad un’amarezza nera. Più o meno, dicono tutti le stesse cose: non è una crisi passeggera, questa resta per gli anni a venire; le banche non tirano fuori un Euro e dunque nessuno vuole né può investire; le tasse lo Stato le vuole tutte e subito, salvo restituire i crediti d’imposta quando gli fa comodo; gli uffici pubblici, comunali o provinciali o regionali che siano, anziché dare una mano, semplificando le procedure, sembrano fare a gara nel trovare tutti i più inverosimili cavilli per rallentare o impedire; e poi nessuno vuole più arrischiarsi a investire, con tutti i controlli che rischia di subire…E poi non paga più nessuno, a cominciare dagli enti pubblici, cui è stato imposto un cappio che non sappiamo se stupido o ottuso, ma comunque perverso, quello del “patto di stabilità”. E’ fatto loro divieto, ormai lo sappiamo, di pagare i fornitori, se non entro limiti assurdi, anche e soprattutto quando gli enti debitori abbiano in cassa i soldi sonanti… Ci sarà una logica, indubbiamente, ma chissà dov’è…

I fallimenti si moltiplicano, tuttavia c’è motivo di ritenere che i fallimenti peggiori, quelli a catena, quelli che lasceranno a casa tantissimi capi famiglia, stiano per arrivare. Né potrebbe essere diversamente: se nessuno paga, a fallire non sono più solo i debitori insolventi, ma anche i loro creditori, che devono chiudere per non aver incassato il dovuto. E con un crescendo terribile, si moltiplicano i suicidi di quanti, non vedendo un futuro con possibilità di ripresa, preferiscono evitare il disonore di portare i libri in Tribunale. La notizia di queste tragedie passa veloce..  Piuttosto si continua a straparlare di quel famigerato articolo 18, lo togliamo, no non ve lo permetteremo, massì che occorre almeno modificarlo, ma noi della CGL faremo sciopero e avanti con questo minuetto, patetico e grottesco. …

Più parliamo coi titolari delle imprese di costruzioni, più l’umore ci resta amaro: ce ne fosse uno col sorriso sulle labbra. Li troviamo invece sempre più cupi, convinti come sono che per loro ci sia un domani solo a prezzo di andare a lavorare all’estero. Ma la prospettiva di lasciare, per impiantare da zero un’attività in Libia o nello Zambia o in Sud Africa, per i più costituisce una sfida impossibile.

C’è chi ormai ha una certa età, chi non conosce le lingue, chi sa già che le maestranze non verrebbero…

Però siamo a questi punti. Imprese storiche, con gli uffici tappezzati di foto scattate per le opere più suggestive, chiudono i battenti dall’oggi al domani…. E nessuno fa niente.
Noi non abbiamo la pretesa di sostituirci alle menti pensanti del governo tecnico, e però sappiamo, così, a naso, che il fumo è tanto ma l’arrosto manca. L’arrosto è il pacchetto di misure per rilanciare l’economia. E se questo pacchetto non esce, e presto, ci sembra che davvero tra non molto avremo sì un Paese risanato, ma morto e sepolto. E allora sarà tardi.
Vogliamo fare un esempio, giusto per rendere l’insoddisfazione che ci prende nel constatare quanto Monti e i suoi stiano dormendo, per così dire. L’esempio ci viene da una premessa che crediamo condivisa: in Italia non ci sarà ripresa se non si riprenderà a costruire. Noi non siamo la Germania, da noi il quaranta per cento dell’economia è legata all’edilizia. E finché il privato, per mille ragioni (tra le quali vogliamo citare la bella scoperta dell’IMU, vera coltellata al cuore di un comparto agonizzante), non investe nel settore, la sola cosa da fare è a nostro avviso il lancio in grande stile di un grande piano per l’edilizia pubblica, proprio come si fece nell’immediato dopo guerra.

Stiamo parlando, si badi bene, di un piano che miri alla realizzazione, in tempi rapidissimi, di centinaia di migliaia di alloggi da assegnare, attenzione, non ai soliti raccomandati della politica o del sindacato o della magistratura, ma solo a coloro che siano i grado di dimostrare di poter pagare un affitto attorno ai duecentocinquanta euro. Stiamo pensando, insomma, ad un piano-casa liberato da ogni orpello ideologico e che miri a dare un tetto a quella moltitudine silente di giovani coppie che non si sposano per mancanza di alloggio, di separati e separate che non riescono a pagarsi un affitto sul mercato libero, di pensionati che lascerebbero volentieri la loro casa ai figli per andare in un appartamento più piccolo e a poco prezzo…

Stiamo parlando, l’avrete capito, di un piano-casa che dovrebbe autofinanziarsi, sul modello consueto applicato dalle democrazie europee, quelle del welfare non a parole, non per slogan, ma coi fatti concreti. Il modello richiede la predisposizione di un cospicuo fondo di rotazione, che per sfuggire alla tagliola del Patto di Stabilità, ben potrebbe ad esempio essere finanziato dalla Cassa Depositi e Prestiti, in modo da non gravare (per carità!) sui conti dello Stato, o anche, a livello regionale –udite udite – da quelle belle addormentate che sono le nostre (sì, nostre, cioè del popolo..) fondazioni bancarie.

Studi attuariali hanno dimostrato la sostenibilità, a regime, di operazioni siffatte..

Certo, lo Stato dovrebbe concedere regimi fiscali di privilegio, i Comuni dovrebbero rinunciare a lucrare sull’IMU (come invece fanno sull’E.R.P., ohibò), ma insomma se tutti facessero la loro parte, i benefici in termini economici e sociali sarebbero enormi. Tanto più significativi, perché in controtendenza.

Nessuno che voglia raccogliere la sfida?


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