Scomporre per ricomporre?

//   26 marzo 2012   // 0 Commenti

simboli partiti italiani 300x214Serpeggia tra i partiti una tentazione minimalista ed antistorica, cioè riattivare la formula e la prassi morotea dello “scomporre per ricomporre”. Antistorica perché ai tempi di Moro il quadro politico era
completamente bloccato dalla ferrea logica dei blocchi; perché i partiti avevano ancora una fortissima legittimazione, di natura sostanzialmente ideologica, nella società italiana; perché la proposta di Moro era
totalmente rivolta alla realtà democristiana, per cercare di adeguare il partito alle spinte profonde del ’68.
Ora le condizioni sono radicalmente cambiate e l’incertezza è il segno distintivo della crisi della postmodernità.
Un’altra tentazione, un po’ furbastra ed un po’ rinunciataria, è quella di perpetuare l’esperienza del Governo Monti oltre la scadenza naturale della legislatura.
Nulla di più irrealistico: nel 2013 la legittimazione del nuovo Governo del Paese sarà totalmente nelle mani del corpo elettorale, al cui giudizio i partiti attuali o futuri non potranno sottrarsi; né potranno sottrarsi gli attuali governanti che vorranno cimentarsi nella costruzione di una nuova compagine politica.
Da queste osservazioni d’apertura si ricavano alcuni punti fermi ineluttabili: che i tempi sono brevi; che la crisi è profondissima e vastissima; che non ci sono scorciatoie per il dopo; che il processo di rigenerazione dei
partiti è particolarmente complesso: che il Governo Monti può vivamente stimolare questo processo di rinascita della politica.
Certo, c’è bisogno di grande coraggio, di lucidità e lungimiranza, di pazienza, di ragionevolezza. Perché questa fase declinante della Seconda Repubblica e la violenza della crisi hanno riempito la scena di enormi macerie, difficili da rimuovere: il suicidio del bipolarismo provocato dalla eterogeneità delle maggioranze, dalla violenza dell’antiberlusconismo, dalla inamovibilità delle élites; la debolezza strutturale della democrazia italiana e della sua cultura politica; le derive populiste, emotive, irrazionali, spesso generate dalle ondate di antipolitica; il continuo “civettare”, autolesionista e provinciale, della cultura, dei media, degli stessi partiti con l’antipolitica. Eppure, nonostante l’allarmante incrociarsi di scenari carichi di ombre, non c’è alcuna alternativa, utile per il Paese e razionale, alla rigenerazione dei partiti.
Se crediamo nella democrazia, se ci sta a cuore il futuro del nostro Paese nel mondo, allora dobbiamo scommettere, impegnarci, lavorare alacremente per la rigenerazione dei partiti. Certo, i partiti sono sconvolti da una profonda crisi e da una vasta delegittimazione popolare: fragilità delle identità, spinte centrifughe che si moltiplicheranno dopo le elezioni amministrative, debolezza carismatica delle leadership, visioni miopi e di corto raggio legate alla ossessione emotiva dei sondaggi, poco ricambio della classe dirigente e molto trasformismo, approssimativo radicamento nel territorio, scarsa predisposizione a favorire la partecipazione ed a porsi in dialogo con la società e le sue articolazioni sociali e culturali, una capacità limitata e casuale nel fare cultura politica e nel formare le nuove classi dirigenti. In sintesi, dei corpi rinsecchiti e burocratizzati che non riescono più a dare risposte costruttive alle pulsioni, alle paure, alle speranze del Paese. Quindi, percepiti come sovrastrutture lontane, isolate, impenetrabili e chiuse ad ogni trasformazione.
Eppure, nonostante queste carenze e l’evidente spaesamento dei partiti attuali, non si può fare a meno delle forze politiche nella vita democratica, perché restano ancora l’unica struttura di aggregazione del consenso per
perseguire gli interessi generali; gli unici canali di aggregazione che possano esorcizzare rischi di neonotabilato, di moralismi elitari o di derive giustizialiste.
Se l’unico interprete degli interessi generali è il popolo, allora i partiti restano il male minore nella costruzione della democrazia. Di fronte a questo ineludibile assunto, diventa prioritario per tutte le energie vitali del Paese contribuire alla crescita della consapevolezza del ruolo insostituibile della politica (essenziale in una fase di grande instabilità globale); in secondo luogo è fondamentale un’opera di pacificazione e di ricucitura del tessuto socioculturale del Paese, respingendo con ferma pacatezza la crociata e i livori dell’antipolitica.
Una società vive di equilibrio tra soggetti individuali, corpi intermedi, responsabilità statuale, dinamica internazionale: invece, le grida, le chiassose semplificazioni, i processi di piazza, generano livori ed odi sociali; l’eredità pesante della demagogia, del populismo, del moralismo viscerale e fanatico hanno finora provocato solo macerie. A tal punto che il Paese soffre di una profonda crisi di identità; per uscire dalla crisi ci vuole solidarietà, cooperazione, senso civico, misura. Ma l’antipolitica è un veleno mortale per le democrazie mature. E qualche brillante successo editoriale, qualche effimera manciata di voti, qualche bagno di folla in piazze vocianti e fanatiche vale davvero i costi di lacerazioni profonde alla identità del Paese? In realtà, il crepuscolo della Seconda Repubblica si sta consumando segnato dalle difficoltà dei partiti, da sentimenti convulsi, sterili, astiosi, inquieti.
Quasi senza sbocchi, senza prospettive. Per di più le elezioni amministrative accelereranno le spinte centrifughe, i processi di disgregazione, le tentazioni trasformistiche. A quel punto nessuno si illuda di governare i processi attraverso la tecnica dello scomporre per ricomporre o mediante asfittici tatticismi. I mutamenti sono profondi, vasti, carsici. Solo una seconda ricostruzione, dalle radici, delle forze politiche può salvare la politica e ridare una prospettiva al Paese. Ma quali saranno i contenitori e con quale identità? Chi saranno i “Federatori”? Chi susciterà le speranze di rinnovamento e saprà amalgamarle in un nuovo soggetto politico? Ecco, è ormai l’ora di uscire in mare aperto, di assumere, dal basso e da più ambiti del Paese, iniziative politiche che avviino i processi di rigenerazione, di rinnovamento, di riaggregazione. Per quanto riguarda il vasto e multiforme mondo moderato, io sogno
che, in ogni città e in ogni regione, si costituiscano assemblee costituenti per la creazione della sezione italiana del PPE. Dai consumati e screditati balletti dei vertici non nascerà una nuova stagione della politica italiana, ma l’ennesima convulsione trasformistica di questa interminabile transizione. Pensiamo perciò al futuro come a una sorta di “statu nascenti” della politica e dei partiti: nei contenuti identitari, nelle forme della partecipazione, nei meccanismi di selezione della classe dirigente, nei messaggi della comunicazione.

Gianstefano Frigerio
Membro dell’Ufficio Politico del PPE


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