Sanità digitale, il futuro degli ospedali è in rete

//   15 marzo 2017   // 0 Commenti

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Telemedicina. Cartella elettronica. Medico digitale. Parole che stentano a entrare nel linguaggio quotidiano ma che rappresentano la sanità del futuro. Del terzo millennio. Dove tante prestazioni saranno collegate online, con uno o più server, con nuovi modelli di cura in grado di alleggerire il lavoro delle strutture di pronto soccorso ma anche dei reparti di degenza e addirittura delle sale operatorie per quanto riguarda i piccoli interventi chirurgici.

Allora, è tanto lontano un futuro del genere? Quando nei CUP (i centri unificati di prenotazione) o nelle guardie mediche faranno irruzione per sempre le tecnologie digitali diventando indispensabili nell’operatività quotidiana?

Se a livello europeo le maggiori attenzioni di questo settore ormai prioritario sono giustamente rivolte all’organizzazione di un nuovo assetto delle rete assistenziale basata principalmente su criteri tecnologici, tra le mura di casa nostra c’è da fare i conti non solo con il sensibile invecchiamento demografico, ma anche con i ritardi accumulati negli ultimi tempi. A discapito di prevenzione, diagnosi e cura.

Certo, c’è qualche iniziativa meritevole in atto. In Toscana, all’ospedale di Barga, c’è in sperimentazione il teleconsulto, realizzato grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e alla collaborazione dell’università di Pisa che ha l’obiettivo di portare in rete cliniche e ospedali specializzati nelle zone più remote del lucchese, dove vi sono soltanto strutture generaliste. E dove, così come accade in altre realtà, vengono smantellati reparti interi di ospedali delle aree periferiche allo scopo di contenere i costi che sono in costante crescita.

O in Piemonte, e precisamente nella clinica Irccs di Veruno, nel Novarese, dove è in corso il progetto “Tele Park”, di telemedicina, ovvero la riabilitazione dei malati di Parkinson allo stadio iniziale della patologia. In concreto, una trentina di pazienti svolge degli esercizi a casa propria per due giorni alla settimana, monitorati a distanza da specialisti quali fisioterapisti, infermieri e medici.

O in Umbria, a Terni: qui l’azienda ospedaliera ha fornito a 80 persone diabetiche un kit medico comprensivo di glucometro, bilancia, sfigmomanometro e una piattaforma per la registrazione e l’invio telematico delle misure.
Incoraggiante il risultato complessivo: oltre 500 “situazioni preoccupanti” sono state positivamente gestite a domicilio, ottenendo così un doppio vantaggio. Anzitutto per i pazienti, che hanno evitato corse in pronto soccorso, e per gli ospedali che hanno risparmiato gli oneri dei ricoveri.

Mentre c’è chi cerca sempre più di attrezzarsi al meglio. L’associazione non profit Vidas, ad esempio, che opera nell’area della Brianza assistendo i malati terminali a domicilio e nell’hospice Casa Vidas, ha progettato un piano di assistenza individuale utilizzando piattaforme digitali con gli operatori, impegnati presso il domicilio dei pazienti, dotati di tablet per documentare il percorso clinico. Pensando anche alla piattaforma sorta presso il dipartimento di epidemiologia della Regione Lazio, contenente informazioni a supporto delle decisioni nella pratica clinica.

Con tale strumento il personale è in grado di consultare tutto in tempo reale, dal database farmacologico al materiale informativo e di rispondere agli interrogativi che si pongono quotidianamente gli operatori del settore.

Ma in generale siamo sempre indietro a realtà come l’America, dove sono ben tremila i nosocomi “virtuali” creati nei luoghi meno popolati. Altra cosa rispetto all’Italia, dove la telemedicina stenta a radicarsi, soprattutto per via del fatto che dalle nostre parti si investe ancora poco nel settore: a fronte di una spesa per la salute che oggi ammonta a 113 miliardi di euro l’anno, il budget a disposizione per la telemedicina è di circa 20 milioni. E dove i medici di base sono sempre di meno.

Infatti, secondo la Federazione dei medici di famiglia, entro il 2023 andranno a riposo 21.700 camici bianchi. Tanti. Se si considera che un dottore su quattro non verrà sostituito per il semplice motivo che le Regioni investono meno risorse in borse di studio per l’accesso alla professione e quindi, in questo modo, nel giro di sette-otto anni 20 milioni di italiani potrebbero restare senza medico di fiducia.

Di questo passo, un terzo dei cittadini sarà costretto a percorrere chilometri per un consulto. Una consapevolezza che, almeno fino ad ora, non si è tradotta in scelte concrete e in investimenti. Problema che si aggiunge alla mancanza di uniformità nella scelta delle priorità da parte delle singole aziende sanitarie.

Nel 2015, ad esempio, la Cartella clinica elettronica (Cce) ha rappresentato il principale ambito di investimento di tali strutture con una spesa pari a 64 milioni di euro. Una soluzione che, come altre, non riesce a decollare in quanto, se da una parte sono ormai diffuse molte funzionalità di gestione della documentazione clinica, come le consultazioni di immagini e referti o le richieste di prestazioni diagnostiche, dall’altra mancano altre praticità necessarie a una gestione completa del paziente. Come nel caso della farmacoterapia, presente solo nel 34% delle aziende, o la gestione clinica di ricovero.

Tutte sfide da affrontare senza esitazioni, collegate in particolare alla cronicità e all’indispensabile supporto che il digitale deve fornire al territorio. Cercando di non trascurare l’esigenza di salvaguardare la privacy del cittadino/paziente e quindi la sicurezza dei sistemi che regolano i flussi di informazioni rilevanti e riservate.

Il Patto per la Sanità digitale approvato dalla Conferenza Stato-Regioni evidenzia come la digitalizzazione deve rappresentare un fattore determinante nella costruzione di un nuovo rapporto tra operatori del sistema socio-sanitario e utenti.

Con la consapevolezza che, per raggiungere tutto ciò, necessita la formazione, con gli operatori in ambito sanitario obbligati ad acquisire competenze digitali. Perché in gioco c’è il domani del Servizio sanitario nazionale, e con esso le aspirazioni e i diritti di tutti a ottenere prestazioni mirate e di qualità.

Fonte: Italian Digital Revolution

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