Africa Orientale nella morsa della carestia. Una tragedia evitabile

//   27 luglio 2011   // 1 Commento

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Una tragedia annunciata. Evitabile. L’urlo di dolore e allarme arriva dall’Africa Orientale: una terra storicamente martoriata che sta silenziosamente affrontando la carestia più devastante degli ultimi 60 anni. Le cifre sono eloquenti in tutta la loro terribile evidenza: 11 milioni di persone sono a rischio fame, mentre per le vittime non esistono stime attendibili ma è ben facile immaginare quante potranno essere a breve. Una piaga biblica che da Somalia, Kenya ed Etiopia si sta espandendo verso Burundi, Gibuti, Sud Sudan e Uganda, inglobando così il Corno d’Africa e la regione dei Grandi Laghi. Secondo gli operatori nemmeno la carestia che colpì l’Etiopia nell’84-’85 e fece un milione di morti ha assunto dimensioni tali.

Una fotografia impietosa

Come si suol dire, le immagini valgono più di mille parole. E allora basta far un giro da queste parti per capire l’entità della tragedia: carcasse di animali scheletriti lungo viottoli polverosi, donne che vagano come impazzite dopo aver lasciato i loro figli nella giungla, migliaia di disperati che fuggono verso i campi profughi che assomigliano più a lager che a centri d’accoglienza. A Dabaab, Kenya, sono stipati 380 mila sfollati in tre campi che potrebbero contenerne appena 90 mila. Nairobi ha acconsentito ad aprire un altro campo, Ifo II, soltanto dopo aver subito forti pressioni dalle Nazioni Unite. Il governo keniano, infatti, temendo l’afflusso di miliziani filoqaedisti di al Shabaab infiltrati tra i profughi somali, ha fatto di tutto pur di non aprire il campo. Guerra e fame qui si mescolano indissolubilmente, e spesso i disperati preferiscono la prima alla seconda, come in Somalia, epicentro della carestia, dove gli sfollati fuggono verso il campo di Badbaado, a 400 metri dalla linea del fronte.

Prevenzione insufficiente

Insomma, meglio la guerra alla fame. D’altronde, loro malgrado, i somali sono avvezzi a vivere sotto il rumore cupo di spari e bombe. Mogadiscio, dopo aver assistito alla secessione de facto del sud e del centro per mano delle formazioni islamiche che vogliono rovesciare il debole governo provvisorio, vive il dramma della guerra civile da vent’anni. Nel vicino Sudan, da poco divisosi in Nord e Sud, è sempre in agguato, con la grana frontiera in ballo. I conflitti permanenti dell’Africa Orientale esasperano una situazione già grave, causando centinaia di migliaia di sfollati, paralizzando economie e società, portando distruzione e lasciando intere popolazioni in uno stato di forte vulnerabilità.
Il problema è sostanzialmente uno: manca la prevenzione. Pur lodevole, l’intervento della comunità internazionale si rivela insufficiente: sulla cifra totale destinata agli interventi umanitari (16,7 miliardi di dollari nel 2011), appena 75 centesimi ogni 100 dollari  vengono destinati a questo scopo. E come sempre, è peggio curare che prevenire. A fronte degli 800 milioni di dollari che sarebbero bastati ad evitare il disastro, oggi si devono sborsare 1,6 miliardi.

Crisi annunciata

Perché, anche se duole dirlo, la tragedia era evitabile. Le carestie sono avvenimenti prevedibili, non sono come un terremoto o uno tsunami: i livelli di precipitazioni piovose degli ultimi due anni, bassissimi in Etiopia e Kenya, quasi nulli in Somalia, erano arcinoti. Le Ong avevano già lanciato l’allarme, mentre in Etiopia il governo distribuisce razioni alimentari da febbraio.
Ma la scarsità di piogge è soltanto l’ultimo tassello del puzzle distruttivo assemblato dall’uomo. Da un lato, i cambiamenti climatici stanno desertificando l’area, riducendo le già scarse aree coltivabili e adatte al pascolo. Dall’altro, l’ingordigia delle multinazionali sta dando vita al cosiddetto land grabbing, l’acquisto di enormi porzioni di territorio, impoverendo il tessuto economico-sociale autoctono. Infine, la forte urbanizzazione e la speculazione - che ha portato ad una notevole crescita dei prezzi dei prodotti alimentari e ha escluso dall’accesso al mercato larghi segmenti della popolazione – ha fatto il resto. E adesso porre rimedio ad un’emergenza umanitaria tanto poco sponsorizzata quanto preoccupante sarà ancora più difficile.


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