Emmanuel Macron e il riformismo del nuovo Maggio francese

//   9 maggio 2017   // 0 Commenti

Supporters of Emmanuel Macron celebrate near the Louvre museum after results were announced in the second round vote of the 2017 French presidential elections, in Paris Supporters of Emmanuel Macron celebrate near the Louvre museum after results were announced in the second round vote of the 2017 French presidential elections, in Paris, France May 7, 2017. REUTERS/Benoit Tessier TPX IMAGES OF THE DAY - RTS15K37

A trentanove anni, Emmanuel Macron diventa l’ottavo presidente della V Repubblica francese. Il più giovane capo dello Stato d’Oltralpe dopo Napoleone Bonaparte. Un risultato straordinario per il neo presidente, che ha conquistato il consenso del 66% dei francesi senza avere un solido partito alle spalle, dopo essere sceso nella competizione elettorale con l’intento – riuscito – di raccogliere i voti di quei suoi concittadini delusi dal neoimperialismo sterile del centrodestra di Nicholas Sarkozy e dall’immobilismo inconcludente dei socialisti del presidente uscente Francois Hollande, proponendo un programma riformista realista e rigoroso ma privo di qualsiasi venatura qualunquista.

Con una spettacolare opera di “rottamazione costruttiva” del panorama e degli assetti politici tradizionali della V Repubblica, il tecnocrate centrista Macron ha sconfitto la demagogia populista e xenofoba di Marine Le Pen e del suo Front National con un messaggio che non ha temuto di rivendicare il ruolo della Francia come membro fondatore dell’Europa, e l’impegno a migliorare l’Unione piuttosto che a distruggerla.

Marine Le Pen è riuscita, con un uso spregiudicato della demagogia, a convincere ben 11 milioni di elettori a votarla – un risultato storico per l’estrema destra francese – ma il suo messaggio di paura, di antieuropeismo isolazionista e di miope xenofobia, non è riuscito a fare breccia nei cuori e nelle menti della maggioranza dei francesi, che non si sono lasciati incantare da una sirena populista e facilona che proponeva di chiudere le frontiere per fronteggiare un fenomeno terroristico che lungi dal venire dall’estero aveva mostrato caratteri di natura interna e nazionale (tutti i terroristi islamisti che hanno insanguinato la Francia negli ultimi 2 anni erano cittadini europei, francesi o belgi).

Con le sue soluzioni facili, anzi facilone, – analoghe del resto a quelle proposte dai populisti di casa nostra – a problemi invece complessi, Le Pen ha tentato di far leva sugli istinti più bassi del popolo francese, dall’odio per lo straniero, immigrato o naturalizzato, al rifiuto degli impegni per contribuire a rendere migliore e più efficiente l’Europa.

L’operazione, per fortuna, non è riuscita e oggi la Francia è retta da un giovane presidente che non ha esitato a scendere in campo da solo, non solo contro l’establishment politico tradizionale e “governativo”, ma anche contro gli estremismi improduttivi e pericolosi del neo fascismo e della gauche nostalgica del comunismo.

Come ha ammesso, forse a malincuore, il presiedente uscente Francois Hollande, la vittoria di Macron conferma che «la maggioranza dei francesi si è riunita intorno ai valori repubblicani e ha mostrato il suo attaccamento all’Unione Europea». Dato ancor più importante e significativo, la maggioranza che ha scelto il nuovo inquilino dell’Eliseo ha dimostrato con il suo attaccamento a quelli che Hollande giustamente definisce i «valori repubblicani», che oggi in Europa è possibile fare una “rivoluzione intelligente” che faccia piazza pulita di un establishment obsoleto e incapace, senza percorrere i sentieri facili e pericolosi dell’estremismo, della demagogia spicciola e del bieco populismo.

Macron ha ora davanti a sé il compito non facile di trasformare il suo movimento, En Marche, in un solido partito politico in grado di affrontare con successo le prossime elezioni legislative, evitando di restare intrappolato nei giochi politici, nelle manovre e nei veti incrociati dei gollisti e dei socialisti, che difficilmente spianeranno la strada al nuovo presidente cedendogli spontaneamente le loro quote di potere.

 

Un compito non facile, ma neanche impossibile, per un politico “nuovo” e giovane che negli ultimi mesi ha dimostrato ai francesi che è possibile realizzare, senza suggestioni estremiste, un progetto di rottamazione politica che tenda a migliorare le istituzioni senza farle crollare, restando ben ancorato ai principi della democrazia liberale e moderata basata sul consenso di cittadini progressisti e di conservatori illuminati.

Alla sconfitta della Le Pen si è affiancata la debacle dei post comunisti di Jean Luc Melenchon, dimostrando che la sinistra vetero-marxista francese – al pari del resto di quella italiana – è incapace di elaborare nuove proposte e preferisce condannarsi a un orgoglioso quanto impotente isolamento, piuttosto che aderire a nuovi e coraggiosi programmi riformisti.

Dalla Francia del 7 maggio e di Emmanuel Macron, viene un potente messaggio per tutti gli elettori europei: è possibile tentare di uscire dalle crisi nazionali ed europee di questa difficile congiuntura della storia, cercando strade riformiste che pur essendo “moderate” – o forse proprio per questo – sono rivoluzionarie.

 

Fonte: LookOutNews

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