Una pugnalata alle spalle

//   4 luglio 2011   // 3 Commenti

dia

E’ stata così percepita la dichiarazione di un magistrato che, in alcuni interventi pubblici, ha citato testualmente: “La Procura Nazionale Antimafia può essere ridotta del 50%, mentre la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) può essere chiusa”. Un’esternazione, fuori dal coro, che ha dell’incredibile e questa rubrica subisce un sussulto nella  constatazione che un’affermazione del genere sia potuta pervenire da un uomo impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, per giunta, di stampo mafioso. Dopo l’iniziale imbarazzo, la ragione prende il sopravvento e, con l’aiuto di Seneca, mi chiedo: “cui prodest”. E già, a chi giova sparare al zero – è proprio il caso di dirlo – alla Direzione Investigativa Antimafia, nata dalla legge 410/91 e  fortemente voluta da Falcone e Borsellino? La DIA non è una struttura che si può aprire e chiudere a piacimento, sottoponendola agli umori personali o magari ad una procedura fallimentare, come se producesse tubetti. La sua dèbacle avrebbe un sapore amaro, significherebbe ammettere la sconfitta dello Stato, in un settore, quello mafioso, contro il quale non sono ammesse divisioni o peggio litigi. La DIA, per ciò che riassume e per sua vocazione, è essa stessa fonte di aggregazione ed è espressione positiva nella lotta contro il crimine organizzato.
Provo a schiarire le idee. La DIA da circa venti anni produce risultati. Per andare sul concreto ed ai giorni nostri, se prendiamo in esame il periodo giugno 2008 – aprile 2011, i dati relativi ai sequestri di beni effettuati dalla DIA nei confronti di organizzazioni criminali mafiose ammontano a 6 miliardi e 451 milioni di euro e le confische ad 1 (un) miliardo e 609 milioni di euro. Numeri impressionanti se confrontati con quelli pubblicati nella direttiva di pianificazione del Ministero dell’Interno che dichiara di aver effettuato, nel medesimo periodo, sequestri ai beni mafiosi per 15 miliardi e 205 milioni di euro, mentre le confische ammontano a 3 miliardi e 460 milioni di euro. Il raffronto è imbarazzante, dato che nel conteggio Ministeriale sono state inserite anche le cifre sopra menzionate della DIA.

E non solo, anche nell’attività di Polizia Giudiziaria la DIA ha portato a casa risultati eccellenti. I dati riassunti nel medesimo periodo ci dicono che le persone proposte e sottoposte a provvedimenti restrittivi della libertà personale sono state ben 2.531, mentre i sequestri di droga ammontano a 1.888 Kg ed i sequestri di armi sono stati ben 441. Chi ritiene, pertanto, che la DIA svolga esclusivamente indagini preventive relative all’applicazione di misure di prevenzione, è sbugiardato clamorosamente. I numeri richiamati e le numerose operazioni di polizia, non ultima quella sul mercato ortofrutticolo di Fondi dove sono state sgominate varie consorterie mafiose che avevano messo mano sulla commercializzazione e gestione  dell’intera filiera, ne sono la prova provata. Cifre che non escono da un cilindro funambolico, ma sono l’espressione di un continuo e proficuo lavorio di uomini e donne della DIA che, ricordo, sono distribuiti sul territorio nazionale in numero risibile (poco più di un migliaio) a differenza dei tre Corpi (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza) che, di contro, possono avvalersi di otre 250 mila appartenenti, sparsi in maniera capillare in ambito locale.
Sia chiaro, la DIA non è una “santa sanctorum”, necessiterebbe dei correttivi. Allora perché non concentrare l’attenzione sulle strategie, sulle criticità, sui punti deboli e battersi per migliorarla, snellirla, riformarla. Su queste basi il ragionamento avrebbe un senso, in ciò vedrei la scommessa all’ordine del giorno, altro che chiuderla! Punterei, per esempio, al suo potenziamento accorpando al proprio interno le altre strutture operative come lo SCO (Servizio Centrale Operativo) della Polizia di Stato, il ROS (Reparto Operativo Speciale) dei Carabinieri ed il GICO (Gruppo Investigativo Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza), organizzazioni certamente fotocopia. Insieme si potrebbe lavorare meglio ed all’unisono. Non a caso, l’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, personalità di indubbie qualità istituzionali, ci aveva visto giusto quando, a capo del Dicastero dell’Interno, propose l’unificazione delle strutture operative  individuando nella DIA l’alveo naturale dove avrebbero dovute confluire tutte le altre strutture operative impegnate nella lotta alla criminalità organizzata. L’iniziativa, non per sua volontà, naufragò miseramente rimanendo inevasa.In principio, alla DIA sono giunti tanti bravi, bravissimi investigatori dalle tre Forze di Polizia, che hanno lavorato con professionalità e capacità, sui quali ha gravato l’onere di dare risposte immediate e precise, nonostante la ritrosia di fondo delle Amministrazioni di appartenenza poco propense ad interloquire con una struttura che, sebbene racchiuda al proprio interno personale giunto dalle medesime, malvolentieri favoriscono l’approdo di elementi di riconosciuta e maturata esperienza in ambito criminale e di Polizia Giudiziaria. La DIA è come una squadra di calcio, cambia allenatore, acquista o cede i propri calciatori, accusa contraccolpi finanziari, perde e vince, suscita ira e ilarità, ma mai e poi mai il tifoso vorrebbe vedere la propria compagine fuori dal campionato. E se le idee non sono chiare a sufficienza si potrebbe andare avanti nell’elenco e dire, per esempio che una delle specificità e punto di forza della struttura sono “le operazioni finanziarie sospette”. Peculiarità della legge anti-riciclaggio che ha individuato nella DIA il soggetto competente a ricevere, in via prioritaria, l’enorme documentazione che giunge dall’UIF della Banca d’Italia che a sua volta riceve gli impulsi dagli Istituti di credito e da altri soggetti tenuti a segnalare. Un compito svolto in tandem con la Guardia di Finanza. Ed ancora. Il Ministro dell’Interno è tenuto a presentare al Parlamento la “relazione semestrale” che prende in esame proprio l’attività di contrasto alla criminalità organizzata svolta dalla DIA. Un documento programmatico rilevantissimo al quale fanno riferimento tutti gli organi istituzionali. Nessuna delle altre Forze di Polizia ha un compito così pregnante. In aggiunta, la DIA offre anche supporto tecnico-giuridico ai quesiti Parlamentari nelle “Interpellanze” e nel “Question Time” della Camera dei Deputati. E siccome la DIA “è farraginosa”, come qualcuno paventa, il Governo le ha assegnato ulteriori compiti, quali gli appalti pubblici per i grandi eventi, parlo dell’EXPO di Milano 2015, della SA-RC, del TAV (treno alta velocità), del ponte sullo Stretto di Messina, della ricostruzione de L’Aquila dopo lo spaventoso terremoto, della nuova Metropolitana di Roma ed altri. Competenze che offrono uno spaccato di come la DIA operi a 360 gradi. Ma per qualcuno non è ancora sufficiente, come non lo è l’art. 3 della richiamata legge 410/91 dove si stabiliscono una serie di paletti in ambito operativo, avvertendo che “Tutti gli ufficiali ed agenti di p.g. debbono fornire ogni possibile cooperazione al personale investigativo della DIA”. Fatto senza precedenti e senza ombra di dubbio preminente nel settore delle investigazioni. Eppure, la DIA non siede al tavolo della “Conferenza dei servizi di Polizia Giudiziaria” ufficializzata presso il Ministero dell’Interno. Un controsenso clamoroso! Nonostante tutto, la DIA è lì, silenziosamente, a produrre, non curante della crisi economico-finanziaria che non l’ha risparmiata, vedasi il crollo verticale ed il forte ridimensionamento dei fondi assegnati al Ministero dell’Interno alla voce “Capitolato DIA”. Una proposta interessante, in tal senso, potrebbe essere quella di assegnare alla DIA il 20% (l’Iva) dei beni mobili ed immobili che la struttura confisca alla mafia, come avviene negli Stati Uniti d’America, dove l’Amministrazione assegna alla DEA, “Drug Enforcement Amministration”, l’Antidroga Americana, parte del ricavato percepito dai sequestri di droga. Un’idea semplice ed innovativa che, oltre ad incentivare il personale, sgraverebbe il bilancio statale. Una parolina va detta circa l’annosa questione del ruolo unico. La legge 410/91 all’art. 4 delle disposizioni concernente il personale, al punto 5, detta: “Con successivo provvedimento legislativo saranno istituiti appositi ruoli investigativi speciali…”. L’inciso non è di secondaria importanza, dato che il personale della DIA è ancora in attesa dei decreti attuativi per la costituzione di quel ruolo unico che trancerebbe il pesante ed incomprensibile cordone ombelicale che lega questi uomini alle amministrazioni di provenienza, che ricordo sono la Polizia Stato,  l’Arma dei Carabinieri, la Guardia di Finanza ed l’Amministrazione Civile dell’Interno. Un fatto che non permette la piena armonia della struttura, incidendo negativamente sulla funzionalità e sulla certezza dei ruoli e  compiti dei singoli. Sono solo alcune delle incongruenze che attendono risposte e le dichiarazioni di quel magistrato certamente non vanno nella direzione giusta. Favorire contrapposizioni tra organi investigativi non ha alcun senso logico, la loro competizione è figlia di incomprensioni inutili e controproducenti.
Questo è un mondo in cui tutti devono operare scelte serie e ponderate. La direzione giusta è stata indicata, ora è il momento di operare quelle scelte scritte in tempi non sospetti. Chi ha la responsabilità di questo paese non può disconoscerle mettendo in dubbio con la propria omissione ciò che gli stessi legislatori hanno disposto. Bisogna avere il coraggio di portare al termine le riforme annunciate nel comune interesse degli italiani e questo è un settore nel quale non si può procrastinarle oltremodo.


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3 COMMENTS

  1. By antonio, 5 agosto 2017

    Condivido pienamente. Questi tipi di magistrati, invece di lavorare seriamente,insistono per la chiusura di validissime strutture antimafia come la DIA e la DDA.
    La domanda nasce spontanea perché ? Non trovo risposte.

    Ho letto su alcuni libri che in calabria esiste una struttura c.d. “Santa” sovraordinata alle cosche e della quale farebbero parte anche soggetti delle istituzioni, forse massoni.
    Perché questo magistrato non si preoccupa di chiudere la “Santa” anziché la DDA o la DIA ?

    Saluti

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  2. By robert, 5 agosto 2017

    Anche io inviterei quel magistrato a fare il lavoro per cui è pagato e basta. Ricordo che anche lui è un dipendente pubblico che prende lo stipendio dallo Stato per cui lavora.queste infelici esternazioni le tenesse per se e lasci a chi ha il mandato politico ad esprimersi su problematiche che a lui non competono. la magistratura ormai tende a sgomitare per prendere il posto della politica unico ambito legittimato dal popolo italiano a mettere eventualmente in discussione, in senso lato, le leggi della repubblica italiana. e la DIA è stata istituita per LEGGE, e pertanto il signor magistrato non ha alcun diritto a criticare pubblicamente una struttura dello stato, che sembra, dai risultati ottenuti,funzioni bene, potrebbe si funzionare molto meglio, e che evidentemente, chissà per quale motivo, gli da fastidio.forse è lui che deve cambiare posto di lavoro, lasciando l’antimafia a chi ha più entusiasmo di lui a lavorarci.

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  3. By MAX, 5 agosto 2017

    Sicuramente dietro le lapidarie e disfattiste dichiarazioni del magistrato in questione, ci sono (o almeno dovrebbero esserci)delle argomentazioni a supporto; ebbene mi piacerebbe “interrogarlo” e sapere innanzi tutto quali sono, e se le tesi che sostiene sono suffragate da sufficienti conoscenze dell’argomento in tutte le sue sfaccettature. Magari come dice giustamente Robert,queste istituzioni gli danno fastidio. Ma non è che invece ne ha timore per chissà quale motivo che non ci è dato conoscere?

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