Riforma dell’Articolo 18, accelerata del Governo. Ecco cosa cambierà

//   17 marzo 2012   // 0 Commenti

fornero

Roma – Si avvicina il fatidico momento. Il ministro Elsa Fornero e il governo Monti accelerano sulla delicata questione della riforma del mercato del lavoro. ‘‘Il ministro ha pronto un testo incisivo, che modifica immediatamente l’articolo 18 per i nuovi assunti. Su questa norma si gioca il futuro del Paese” le parole di Monti nel suo intervento odierno al convegno biennale del centro studi Confindustria a Milano che confermano la notizia. Nella giornata di ieri, infatti, in un vertice con i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, il ministro del Lavoro ha illustrato la sua proposta sui licenziamenti. Il diritto al reintegro nel posto di lavoro previsto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori resterebbe solo nel caso dei licenziamenti discriminatori. Per quelli per motivi economici ci sarebbe invece solo un indennizzo, mentre per quelli disciplinari sarebbe il giudice a decidere se il lavoratore debba essere reintegrato oppure indennizzato, sul modello tedesco. Si prevede inoltre un tetto al risarcimento in caso di reintegro, che dovrebbe essere di 24 mesi. Significa che se anche la sentenza arriva, per esempio, dopo 4 anni, il lavoratore ha diritto a non più di 2 anni di stipendio arretrato, ma i contributi per la pensione devono essere pagati dall’azienda per tutto il periodo. Si sta infine valutando come instaurare una procedura d’urgenza per i processi in materia di licenziamento.

Braccio di ferro

La proposta Fornero è giudicata troppo dura dai sindacati, che vogliono mantenere l’articolo 18 senza modifiche (reintegro) anche sui licenziamenti disciplinari. Contro questa richiesta è schierata la Confindustria, ma anche il Pdl. «Per noi la reintegrazione va eliminata. Demandare al giudice la scelta tra indennizzo e reintegro non è una soluzione, ma aggrava i problemi», dice Maurizio Sacconi. Sul fronte opposto il Pd sostiene la posizione dei sindacati, accettando al limite di togliere dal diritto al reintegro solo i licenziamenti per motivi economici oggettivi. Da martedì pomeriggio, a Palazzo Chigi, comincerà la non stop per arrivare all’accordo. Fornero e Monti ci contano. L’intesa con sindacati e imprese metterebbe le norme al riparo da modifiche in Parlamento.

Il documento sui contratti

Anche questo è stato mandato da Fornero alle parti sociali, come quello sugli ammortizzatori sociali. Si compone di 5 pagine ed è intitolato: «Linee di intervento sulla disciplina delle tipologie contrattuali». Obiettivo: «Rendere più dinamico il mercato del lavoro (…) contrastando al contempo il fenomeno della precarizzazione». Per questo ci vuole flessibilità in entrata e in uscita, rendendo «più adeguata la disciplina limitativa dei licenziamenti individuali, e in particolare di quelli per motivi economici». Molte le novità. Accanto al contratto a tempo indeterminato, che resta la forma normale di lavoro, il contratto di apprendistato diventerebbe il canale principale di ingresso al lavoro, mentre resterebbero 7 tipi di contratto a termine ma sarebbero più difficili da utilizzare. Eccoli qui nel dettaglio.

Contratto a tempo determinato più costoso

Con riferimento al contratto a tempo determinato, l’obiettivo del Governo è di disincentivarne  il ricorso da parte della aziende, penalizzando i datori di lavoro che optano per questa tipologia contrattuale aumentandone il costo contributivo (aliquota dell’1,4%)  per finanziare l’assicurazione sociale per l’impiego.

Previsto anche un “premio di stabilizzazione” per le aziende che trasformano il contratto a termine in una assunzione a tempo indeterminato, permettendo il recupero della precedente maggiorazione contributiva.

Scoraggiato anche il susseguirsi di più contratti a termine, tramite l’aumento dell’intervallo temporale obbligatorio tra la scadenza di un contratto e la stipulazione del successivo con la stessa azienda.

Apprendistato

Sul contratto di apprendistato si è concentrata gran parte dell’attenzione riservata alla riforma del lavoro, individuando in questa tipologia contrattuale il canale privilegiato di accesso dei giovani al mondo del lavoro.

In merito al contratto di apprendistato vengono proposti alcuni interventi correttivi, «che si muovono nello spirito del Testo unico (e che in parte sono di mera “pulizia” del testo), segnatamente l’introduzione di norme rivolte: a condizionare la facoltà di assumere tramite apprendisti al fatto che il datore di lavoro possa dar conto di una certa percentuale di conferme in servizio nel passato recente; a prevedere una durata minima dell’apprendistato (fermo restando la possibilità dell’apprendistato a termine nelle attività svolte in cicli stagionali); a eliminare l’ambigua figura del “referente” aziendale e prevedere la presenza obbligatoria del tutore; a chiarire che anche durante l’eventuale periodo di preavviso al termine del periodo di formazione continua ad applicarsi la disciplina dell’apprendistato; a chiarire che sin quando non sarà operativo il libretto formativo la registrazione della formazione è sostituita (come di fatto già accade, ma con incertezze degli operatori) da apposita dichiarazione del datore di lavoro».

Contratto a tempo parziale

Sui contratti di lavoro a tempo parziale, la volontà del Governo è di scoraggiarne il ricorso istituendo l’obbligo di comunicazione amministrativa e di preavviso al lavoratore per ogni eventuale variazione di orario attuata in applicazione di clausole previste dal part-time verticale o misto.

Contratto di lavoro intermittente

Il contratto di lavoro intermittente, o “a chiamata”, come il contratto a tempo parziale, è soggetto al rischio di impiego irregolare e anche in questo caso la soluzione individuata dal Governo è di inserire l’obbligo di effettuare una comunicazione amministrativa ma in questo caso con modalità più snelle.

Contratto a progetto: più contributi sui co.co.pro.

Per quanto concerne le collaborazioni a progetto l’obiettivo del Governo è, come per le collaborazione coordinate e continuative, di evitare che questi mascherino situazioni di subordinazione.

La soluzione individuata è di inserire disincentivi sia normativi che contributivi. Dal punto di vista normativi viene fornita una definizione più stringente del “progetto”, «che non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale dell’impresa committente»; abolito il concetto fuorviante di “programma”; introdotta «una presunzione relativa in merito al carattere subordinato della collaborazione quando l’attività del collaboratore a progetto sia analoga a quella svolta, nell’ambito dell’impresa committente, da lavoratori dipendenti»; eliminata la possibilità di introdurre clausole individuali per il recesso anticipato del committente anche senza giusta causa.

In merito alla contribuzione, viene aumentata l’aliquota contributiva prevista a favore della Gestione separata INPS, sempre più vicina a quelle previste per il lavoro dipendente (33%).

Partite IVA

Anche in questo caso la volontà è di contrastare l’abuso del ricorso a collaborazioni professionali con titolarità di partita IVA. Vengono quindi proposte norme che, «a partire dalla contiguità logica e normativa tra le collaborazioni professionali (autonome e occasionali) e la collaborazione a progetto (coordinata e continuativa), e tenuto conto della disciplina che sanziona le collaborazioni coordinate e continuative prive di un progetto specifico con la conversione della collaborazione in contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sono introdotte norme rivolte a far presumere, salvo prova contraria, il carattere coordinato e continuativo (e non autonomo ed occasionale) della collaborazione tutte le volte che essa duri complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno, da essa il collaboratore ricavi più del 75% dei corrispettivi (anche se fatturati a più soggetti riconducibili alla medesima attività imprenditoriale), e comporti la fruizione di una postazione di lavoro presso il committente».

Rimangono però escluse da tali presunzioni «le collaborazioni professionali realizzate con professionisti iscritti ad albi, per attività riconducibili almeno in misura prevalente all’attività professionale contemplata dall’albo in discorso».

In ogni caso verranno anche rivisti i requisiti e le modalità per l’apertura di una Partita Iva.

Associazioni in partecipazione con apporto di lavoro

L’abuso delle associazioni in partecipazione con apporto di lavoro viene perseguito «tramite la limitazione del numero massimo degli associati di lavoro (o di capitale e lavoro), tale da lasciare operante l’istituto soltanto nelle piccole attività (ove operano sino a cinque soggetti, compreso l’associante), e fatte salve le associazioni costituite in ambito familiare, nonché, eventualmente, quelle aventi ad oggetto lo svolgimento di attività di elevato contenuto professionale».

Previsto anche un aumento dell’aliquota contributiva per la Gestione separata INPS, come per i contratti a progetto.

Lavoro accessorio

Sul lavoro accessorio la volontà è di restringere il campo di operatività dell’istituto; sul regime orario dei buoni (voucher); sull’introduzione di modalità snelle di comunicazione amministrativa dell’inizio dell’attività lavorativa.

Apprendisti solo se l’azienda assume

Si parte dalla riforma Sacconi e si aggiungono alcuni correttivi. In particolare, si legge nel documento, si vuole «condizionare la facoltà di assumere tramite apprendisti al fatto che il datore di lavoro possa dar conto di una certa percentuale di conferme in servizio nel passato recente». Insomma le aziende potranno assumere apprendisti beneficiando del fortissime agevolazioni sui contributi solo se dimostreranno di avere stabilizzato a tempo indeterminato una parte di quelli assunti in precedenza. Inoltre la formazione dovrà essere certificata e garantita dalla «presenza obbligatoria del tutore».

Resta l’indennità di mobilità

Rispetto al documento sugli ammortizzatori, nell’incontro di ieri, i sindacati avrebbero ottenuto da Fornero la disponibilità ad allungare la fase transitoria dal 2015 al 2016-17, prima dell’andata a regime del nuovo sistema. Nel quale, inoltre, dovrebbe sopravvivere l’indennità di mobilità che sussidierebbe il lavoratore terminata l’Aspi, la nuova indennità di disoccupazione. Il tutto per accompagnare il più possibile i lavoratori espulsi dalle aziende in crisi vicino alla pensione. Il testo sugli ammortizzatori prevede comunque per i lavoratori anziani la possibilità di costituire, con accordi sindacati-imprese, fondi di solidarietà a carico delle aziende (sul modello del settore bancario) per consentire il prepensionamento con 4 anni di anticipo rispetto alle regole generali.

fonte: corriere.it


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