Siria e Libia, due pesi due misure

//   1 agosto 2011   // 1 Commento

assad e gheddafi

17 febbraio 2011. Sull’onda della ‘primavera’ araba, il popolo libico insorge contro il regime di Gheddafi.

19 marzo
. A seguito della feroce repressione avviata dal raìs, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione 1973 con la quale legittima l’intervento militare contro Tripoli.

18 marzo. Un giorno prima che i caccia iniziassero a bombardare la Libia, a Daraa e dintorni il malcontento nei confronti di Bashar al-Asad, presidente della ‘fittizia’ repubblica araba di Siria dal 2000, sfocia in proteste di massa senza precedenti.

1° agosto
. Ad Hama, città sotto assedio dell’esercito da un mese, i carrarmati sparano sulla folla, uccidendo più di 100 persone e perpetrando l’ennesima carneficina civile. Ad Harasta, periferia di Damasco, almeno 42 persone sono rimaste ferite dal lancio di bombe riempite di chiodi da parte delle forze lealiste della Quarta Divisione. A Deir Ezzor, nell’est del paese, i cecchini hanno giustiziato 19 civili.

Al di là delle dichiarazioni di facciata, Stati Uniti, Unione Europea, Onu, l’Occidente intero, rimangono ancora una volta a guardare. Mentre in Libia si combatte da mesi nel nome di “democrazia e libertà“, la Siria viene abbandonata al suo destino. Viene allora da chiedersi: qual è la differenza tra siriani e libici? I primi non hanno forse anch’essi gli stessi diritti dei “fratelli maghrebini”?

La domanda è provocatoriamente mal posta. E’ palese, infatti, che la situazione dei due popoli, sottoposti ad una brutale repressione da parte di un regime dittatoriale a tutti gli effetti (la Siria è ufficialmente una repubblica, ma il capo di Stato è succeduto al padre e governa ininterrottamente da 11 anni), sia analoga. Dunque, il discrimine viene fatto sui governanti. Tra chi come Gheddafi è ormai considerato un ‘peso morto’ di cui sbarazzarsi, e chi come Assad è ritenuto una pedina fondamentale, imprescindibile, nel delicatissimo scacchiere politico mediorientale.
E’ proprio questo il motivo per cui Stati Uniti e Occidente –  avete forse mai sentito Obama delegittimare la leadership di Assad, come invece fece senza remore con Mubarak e Gheddafi? – non ritengono opportuno un intervento militare in Siria. Damasco è l’ago della bilancia della politica mediorientale, destabilizzarne la leadership attuale significherebbe innescare una potenziale reazione a catena. A partire dal futuro politico del confinante Iraq, il cui esito non può prescindere dall’influenza dei suoi vicini – Turchia e Arabia Saudita da una parte, Iran e Siria dall’altra – e dall’intenzione americana di disimpegnarsi con le maggiori garanzie possibili. Ma soprattutto Assad è l’unico ad avere legami stretti con i poteri sciiti dell’area, da una parte il temibile Iran di Ahmadinejad, dall’altro Hezbollah e Hamas, interlocutori principe nelle trattative di pace in Libano e Palestina. Inoltre, Turchia, Israele e Arabia Saudita, alleati statunitensi in Medioriente, considerano il leader siriano un interlocutore affidabile. Infine, il partito Ba’th è storicamente un granitico baluardo contro la minaccia estremista delle frange islamiche.

Massacri di civili, bombe contro la folla, diritti umani calpestati ogni giorno: nulla può contro le sacrosante ragioni della politica. Cacciare Gheddafi fa comodo, così come fanno gola i giacimenti di gas e petrolio presenti in grandi quantità nel sottosuolo libico. Assad, invece, per il ruolo che ricopre, deve restare al suo posto.
Se ancora a qualcuno non fosse chiaro, autodeterminazione dei popoli, libertà e democrazia sono soltanto belle parole con cui i politicanti cercano di ammantare le reali intenzioni nascoste sotto il velo delle cosiddette “missioni di pace”. Ma la realtà è sotto gli occhi di tutti. E la Siria, vittima del più classico “due pesi due misure” continua ad assistere impotente al massacro del suo popolo.


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