Demagogia della “Casta”

//   15 luglio 2011   // 0 Commenti

lavoratori

In nessun altro Paese, come l’Italia, il tema delle pensioni scatena tanti moti di invidia accompagnati da velenose polemiche. L’aspirazione dei nostri concittadini è quella di andare in pensione il prima possibile e di rimanerci il più a lungo possibile. E i migliori trattamenti degli altri sono vissuti come una fortuna che a noi è stata negata.
Del resto, anche non si sono fatti mancare nulla. Il potere si è tradotto in generosi e ripetuti privilegi prima di tutto in materia di pensioni. Nessuno si è mai dato la briga di approfondire i veri motivi per cui vi è la consuetudine di eleggere a presidente della Consulta il giudice più anziano, allo scopo di garantirgli il relativo trattamento anche durante la quiescenza. E non si capisce, neppure, per quale motivo ad ogni ufficio (di quelli che si sono moltiplicati negli ultimi decenni come ad esempio le Autority) debba corrispondere un beneficio pensionistico. Nel clima di feroce antipolitica che si è scatenato nel Paese, alimentato da una campagna di stampa che ricorda quella dei primi anni ’90, è toccato all’assegno vitalizio di diventare la cartina di tornasole dei cosiddetti costi della politica (lo prova anche il successo editoriale del saggio “Sanguisughe” di Mario Giordano). In proposito, su questo come su altri aspetti, il Governo se la è cavata con la promessa di una Commissione incaricata di studiare come ridurre i costi della politica. Ma le Camere non riusciranno ad evitare un dibattito sul tema dei tagli agli invidiati ‘privilegi’ della “Casta” quando saranno chiamate, tra pochi giorni, ad approvare i loro bilanci.
Soprattutto dopo che la manovra ha compiuto una serie di errori per come è stato affrontata la questione del blocco della perequazione automatica prendendo di mira trattamenti effettivamente modesti. Si sa, poi, che il Pd – sull’esempio di quanto ha fatto la “Regione del cuore” (l’Emilia-Romagna) – proporrà di abolire, per il futuro, proprio gli assegni vitalizi. Anziché oscillare tra conservazione e demagogia, basterebbe un po’ di fantasia e di cultura previdenziale per risolvere il problema ricorrendo alle medesime regole valide per tutti i lavoratori e chiudendo così, per sempre, un’infinita polemica.
Nell’ordinamento vigente non esistono (se non in casi eccezionali) forme di reddito che non siano sottoposte tanto al prelievo fiscale quanto alle ritenute previdenziali e che non concorrano, quindi, a determinare un trattamento pensionistico. Sarebbe assurdo se il principio non valesse più per le indennità dei parlamentari, dei consiglieri regionali e, in generale, degli eletti. Così, dalla prossima legislatura andrebbe istituita, nei bilanci delle Camere, una gestione-stralcio che si prenda a carico, necessariamente, i trattamenti già erogati, mentre i neo eletti dovrebbero essere iscritti alla Gestione separata dell’Inps, secondo il metodo contributivo e alle condizioni stabilite per la loro posizione. Sono previste, infatti, aliquote diverse a seconda che si tratti di iscritti in via esclusiva (26%), di persone già pensionate (15%) o di appartenenti ad altra gestione obbligatoria (17%) rispetto alla quale per i soggetti interessati, posti in aspettativa, opererebbe la contribuzione figurativa. Il regime dovrebbe essere quello vigente nella Gestione, sia per quanto riguarda la ripartizione dei versamenti, il loro accredito, i requisiti anagrafici e contributivi (sono sufficienti cinque anni di lavoro effettivo purché il montante versato, moltiplicato per i coefficienti di trasformazione, assicuri una pensione pari all’importo dell’assegno sociale maggiorato del 20%), il calcolo della prestazione.
Grazie al metodo contributivo, un giovane deputato, non più rieletto, si porterebbe appresso l’ammontare accreditato aggiungendolo poi a quello maturato nella nuova attività. Gli altri avrebbero un assegno supplementare se già pensionati o una seconda pensione se iscritti, per la professione svolta, ad altra gestione obbligatoria.


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