Protesi Pip, nella Asl 6 un impianto. Ma le protesi non risultano acquistate

//   14 marzo 2012   // 0 Commenti

protesi pip 300x207Nella Asl 6 di Livorno nessuna protesi mammaria Pip (acronimo di Poly Implant Prothese) risulta mai acquistata. Dalle cartelle cliniche, però, a una paziente risulta impiantata proprio una delle protesi francesi pericolose. Come è possibile? Ed è stato solo uno, il caso? Su questo giallo indagano i Consiglieri regionali del Pdl Marco Taradash e Stefano Mugnai (Vicepresidente della Commissione sanità), autori di un’interrogazione nella quale chiedono proprio queste spiegazioni all’assessore al diritto alla salute Daniela Scaramuccia, invitandola a fornirle in forma scritta.

Questi i fatti, così come ricostruiti dagli esponenti del Pdl nella premessa del loro documento: «Il 26 gennaio scorso, l’Asl 6 di Livorno ha deciso di costituire una commissione interna per verificare il rispetto delle procedure di impianto di protesi mammarie, come da indicazione del Ministero dopo lo scandalo delle protesi Pip. Nel documento della Asl si legge che “si è reso necessario procedere a una verifica sull’attività sanitaria effettuata a qualsiasi titolo (istituzionale o libera professione) per conto dell’Asl 6 di Livorno e relativa alla corretta osservanza delle procedure di impianto di protesi mammarie”. L’inchiesta – specificano Taradash e Mugnai – mira a verificare se siano state impiantate le protesi Pip (Poly Implant Prothese), prodotte in Francia e incriminate negli ultimi mesi perché “facili alla rottura” e prodotte “con silicone che avrebbe caratteristiche diverse da quello autorizzato”».

Fin qui è cronaca. Poi, il guaio: «A un primo controllo, effettuato tramite il settore delle registrazioni degli acquisti, era emerso che non erano mai state impiantate protesi di quel tipo. Ma a una seconda verifica, fatta tramite l’analisi delle cartelle cliniche, è risultato che a una donna, già contattata dalla Asl per avviare le procedure di sostituzione, era stata impiantata una delle protesi incriminate».

Sulla difformità di dati, Taradash e Mugnai vogliono ora che sia fatta formalmente luce. Per questo hanno scelto la via dell’interrogazione, nella quale domandano innanzitutto «se in effetti l’impianto di tale protesi si sia verificato soltanto in un caso», e poi «come possa essere avvenuto che un prodotto che non risulta acquistato sia invece finito tra quelli utilizzati in chirurgia».


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