Chi ha paura del lupo cattivo?

//   21 novembre 2011   // 0 Commenti

urbanisticaSarà la difficoltà di esercitare, in questo paese e non volendo far parte della casta, la professione di urbanista, o la noia di seguire disposizioni incomprensibili , imprevedibilmente mutevoli (o inventate, al momento, dall’apparato, se non dal singolo burocrate) che mi è sembrato fosse giunto il momento di aprire, con pochi amici ben preparati, una discussione critica sull’urbanistica dopo oltre un lustro di pressoché assoluto silenzio.
In realtà gli incentivi a discutere sono molti e forti: forse è cambiata l’aria, oppure (ma è meno probabile) la ricerca della Verità è diventata più forte degli interessi che la relegavano in conventicole chiuse, con pochi e fidati Sacerdoti celebranti.
Ma la necessità di un dibattito ora, -e non prima- nasce da un disastro: il fallimento ormai riconosciuto della pianificazione “impositiva” dell’urbanistica neoclassica , che pretendeva di raggiungere, tramite la ragione e con 8-10 anni d’anticipo (tanto ci vuole perché un piano veda la luce), obiettivi prefissati calcolati da pochi Demiurghi su calcoli del fabbisogno di 2 anni precedenti.
Così ogni Piano nasceva, e ancora nasce, già morto, perché nel frattempo la realtà se ne va dove ritiene giusto andare , obbligando lo strumento ad adottare centinaia di varianti, realizzando “abusi di necessità” o corruttele di varia natura..
La fonte culturale dell’urbanistica neoclassica , illuminista , pretendendo di poter conoscere l’intera realtà, ha sempre dato vita a pure superstizioni della ragione come il tanto sopravvalutato motto della Bauhaus ”dal cucchiaio alla città” (che sarebbe come dire che progettare una bacchetta con una concavità in fondo equivale a comprendere, e quindi a riprodurre e riprogettare, organismi dinamici complessi come le città fatti di azioni, rapporti, interrelazioni e mutamenti umani tanto veloci quanto imprevedibili, oggi quanto mai evidenti). Questo attutisce forse l’errore ideologico, ma non ne giustifica la sua assunzione acritica (e la mancanza di umiltà che ne deriva).
Di fatto occorreva verificare gli esiti (ma l’utopia illuminista della “città perfetta” non lo consentiva, proprio perché , nel Regno delle Idee, già perfetta) , per notare che nei Piani generali la forbice tra obiettivi dichiarati e raggiunti non superava mai il 15-20%. Il resto si otteneva e tuttora si ottiene tramite miriadi di varianti e accordi di dubbia legittimità. Piano e obiettivi dello stesso però ,nel frattempo, spariscono.
Non vorrei però limitarmi ad affermare che la pianificazione neoclassica era errata per passare ad un altro sistema, quale quello implicito nel modello liberale, senza accennare alle cause del disastro – la cui portata non è ancora del tutto visibile- almeno per cercare di evitarle in futuro:

1)“Ascientificità del metodo di rilevamento dei fabbisogni”: normalmente, tutti i piani generali sono stati finora costruiti sulla base di rilevazioni statistiche del fabbisogno (case,servizi,attività). sulle quali si eseguivano proiezioni un po’ più in basso o un po’ più in alto. Era sufficiente che nei Comuni adiacenti venisse edificato un attrattore di media grandezza ( da agricolo a centro direzionale, ipermercati, ecc.) per scombinare tutte le previsioni di piano e mantenere suoli deserti, o renderli attivi tramite varianti lunghe ,costose e tanto inutili quanto prevedibili: il problema poteva essere risolto adottando un sistema di regole- e non certo con un piano impositivo- che seguisse la realtà, anziché imporla (e qui si comincia ad introdurre il tema della “prevalenza del diritto” o “Rule of law”, che costituisce un’evoluzione del comunque auspicabile concetto dello “Stato di diritto”).

2)“Acriticità dell’approccio”: l’urbanistica si è spesso autodefinita, immotivatamente, come disciplina scientifica, come la matematica imperitura ed immodificabile, capace di costruire modelli astratti perfetti, ma non in grado di tenere nella debita considerazione i limiti umani né le enormi capacità non razionali di autoorganizzazione delle società in quanto semplicemente incomprensibili. Oggi si può affermare che se nessuno di noi è in grado di pianificare la propria imprevedibile e tutt’altro che perfetta vita per qualche giorno, nessun Demiurgo lo potrà, per tutta la popolazione di una città, per 10 anni.

3)”Modalità obsoleta nell’approccio ai problemi” come nel classico assioma ”Maggiore il dettaglio negli strumenti urbanistici, maggiore la probabilità di conseguire gli obiettivi”.: Errato. Il dettaglio non tiene conto dei movimenti di una società viva e in realtà l’ostacola. Il suo obiettivo è il cimitero, dove il calcolo dei fabbisogni è pressochè perfetto e i mutamenti nulli. Inoltre offre un indubbio vantaggio: gli utenti non si lamentano. In questo senso vanno oggi i Piani di sistema e territoriali a cascata. (il Piano Provinciale di Bologna giunge al divieto di immettere fauna non autoctona nei parchi- circa l’80% del territorio – e di rimuovere le carogne degli animali). L’uomo diventa un nemico, e non il soggetto primario del “Piano della felicità”.

4)”Inversione di campo” . I Piani di sistema, che sono leggi e come tali dovrebbero esprimersi , tendono oggi più alla letteratura d’effetto. La L.R. 20/2000 dell’Emilia .Romagna. usa ad esempio un’articolato con espressioni del tipo“…i piani non devono superare le soglie di sostenibilità ambientale…” o “…occorre ridurre la pressione degli insediamenti attraverso la mitigazione degli impatti per promuovere il miglioramento architettonico ed ambientale..”.
Suonano bene ma sono incerte, quindi, semplicemente, non sono norme: quanto sono alte le “soglie”? E a quanti Joule deve resistere un “impatto ambientale”? Ecco che ritorna la necessità della “Prevalenza del diritto”, qui usato e banalizzato come strumento (chi comanda è il “Piano-romanzo d’autore” , mentre chi dovrebbe dare alla società certezze e neutralità è il Diritto ed il suo linguaggio, neutrale verso chiunque e quindi naturalmente democratico) .

5)“Eccesso di discrezionalità e sperequazione tra i cittadini”. La pianificazione tradizionale attribuisce ai cittadini indici (e quindi ricchezza) in modo discrezionale, arricchendone alcuni ed impoverendone altri senza compenso , con la motivazione della prevalenza dell’”interesse pubblico”. L’interesse pubblico spesso è dubbio, ma la mancanza di pari trattamento – cioè di democrazia ed uguaglianza – tra cittadini, è certa

* * *

Non è quindi solo di uso dei suoli o di regole urbanistiche che si deve parlare , ma di quali modifiche culturali ed istituzionali siano oggi necessarie al fine di consentire anche in Italia forme di libero scambio dove è oggi limitato da ideologie nostalgiche (o interessate), e di come debba modificarsi il ruolo dello Stato nella regolazione e gestione delle attività, con particolare riferimento a quelle di pubblico interesse.
Nello stato liberale pubblico/privato e Stato/mercato non si contrappongono ma collaborano e nessuno ha la prevalenza, regolati dal Diritto. Ciò in quanto lo Stato non ha l’esclusività della tutela dell’interesse pubblico,che, come si è visto, non riesce a gestire, ma tale tutela è delegata alle certezze ugualitarie del Diritto stesso: quindi dire “Prevalenza del Diritto” e non dello Stato burocratico monopolistico costituisce di per sè un’affermazione rivoluzionaria.
Diventa quindi legittimo affermare che solo tramite norme statali di cornice (cioè di limite , in grado quindi di limitare anche loro stesse) un mercato finalmente liberato , ovvero l’unica forma di amministrazione che consenta una gestione degli usi del suolo in grado di rispondere in tempi rapidi alle reali necessità dei cittadini, può coordinarsi , anche consentendo ed anzi favorendo la formazione di comunità autonome ed autoorganizzate, che proteggano il mercato da chi lo distrugge (Trust, monopoli pubblici o pricati,ecc.).

Visti i risultati di un illuminismo che dimostra nei fatti quanto miope sia la ragione sui processi complessi, tentiamo un’altra strada, reipotizziamo la capacità di autoregolazione spontanea della società e riorganizziamola in un insieme di leggi (di mercato) che ne consentano tempi brevi per le modifiche, sviluppo, creatività, soddisfazione. Le regole cornice (non quadro) devono seguire, modificandosi periodicamente dopo aver verificato gli esiti (cosa, come già detto, non necessaria nella “città ideale” dei filosofi; a Bologna gli Assessori all’urbanistica e alla mobilità che hanno causato più danni erano filosofi, e sia l’una che l’altra sono tuttora in un caos insolubile), i movimenti sociali, imprevedibili e mutevoli , in modo da contenerli in limiti e non guidarli a priori, pretendendo di conoscere tutte le possibili interrelazioni sociali decine di anni prima che avvengano. La frase “governare il cambiamento” è una disastrosa illusione e, apparentemente, una follia autodistruttiva. Le nostre capacità di conoscere le azioni umane è modesto, e ancora meno lo è quella del loro sviluppo nel futuro.

Semplificando, le regole devono cambiare il meno possibile per avere la “Prevalenza del Diritto”, che fornisce una cornice entro cui i singoli perseguono liberamente i propri obiettivi e non ha alcuno scopo sociale; è neutro ma crea le condizioni perché le diverse interazioni sociali si possano avverare spontaneamente senza ostacolarsi. La teoria etica del Diritto- che rappresenta il contrario dello Stato etico – ritiene che le regole pubbliche debbano salvaguardare i diritti di tutti (senza prevalenza dello Stato), garantendo il quadro delle relazioni e non i loro esiti .
L’opzione liberale di utilizzo del territorio , finora pressochè assente in Italia ma anpiamente utilizzata all’Estero con ottimi risultati ( solo negli USA più di 3.000.000 di persono vivono in città interamente pianificate , edificate e gestite da privati in concorrenza tra loro, con indici di gradimento da parte della polpoazione che di norma superano il 75-80 % del consenso) costituisce un programma di riscatto culturale e morale della nostra gestione del territorio e si pone in netto contrasto con il concetto di urbanistica , tanto in voga in Italia, intesa come semplice strumento di volontà precostituite ed eterodirette che ne ha svilito il ruolo, conducendo l’intera società , in seguito al progressivo abbandono dell’etica della responsabilità, ad un livello di corruttela pari solo alla sua inefficacia.

Per limitarsi a questo tutt’altro che ristretto ambito (ma è chiaro che il gioco è ormai a tutto campo), oggi si può affermare, senza che questo venga considerata un’eresia, che la nostra pianificazione tradizionale non è salvabile né riformabile (niente ”snellimenti” delle norme esistenti. o scriteriati innesti sull’impianto normativo in vigore di “nuovi” metodi come la cosiddetta “perequazione” che genera nuova sperequazione o, peggio, di “nuovi” strumenti, copiati male dall’ urbanistica europea, come i Piani di dettaglio a più livelli).

Buttato il bambino, rimane solo l’acqua sporca.

Arch. Claudio Bertolazzi – Tea Party Bologna


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