Prima del trumpismo venne il berlusconismo

//   11 novembre 2016   // 0 Commenti

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E se invece di parlare soltanto di Donald Trump non incominciassimo con quel Silvio Berlusconi che, vent’anni fa circa, scrisse fra i primi un’analoga narrazione che oggi, dopo la vittoria di Trump, viene tacciata di quasi le stesse critiche, negative e positive, più le prime delle seconde.

Il berlusconismo, vogliamo essere un tantinello temerari, anticipa il trumpismo e, se vogliamo, anche il grillismo e, già che ci siamo, un certo renzismo. Il che sta almeno ad indicare la capacità di un fenomeno politico di assumere nel tempo della storia una sua collocazione degna della massima attenzione. Fu allora, come lo è oggi il trumpismo, una manifestazione “particolarmente clamorosa, sia per intensità che per durata, di tendenze che hanno caratterizzato pressoché tutte le democrazie” (Giovanni Orsina).

La politologia più avveduta ha utilizzato, nell’analisi di questi fenomeni, le più svariate formule giacché hanno interessato i sistemi democratici di questi decenni: post-democrazia, teledemocrazia, leaderismo, populismo videocratico, personalizzazione della politica, ecc.. Gli stessi analisti, tuttavia, più ne approfondivano le tematiche e più ne indicavano un punto comune, ovverosia l’incapacità delle istituzioni politiche, lente di natura e normate e in sostanza gerarchiche, di contenere, rappresentare e soddisfare società come le nostre, nel frattempo divenute troppo complesse, instabili, multiformi, indisciplinate, spesso e volentieri rancorose, in rivolta verso un establishment percepito come un’insopportabile casta rinchiusa in una sorta di torre d’avorio.

Il successo di Berlusconi del 1994, tanto insperato quando deprecato e con le storiche diversità dei contesti, fu accolto quasi con le identiche frasi che accompagnano la vittoria di Trump che ha fatto inopinatamente irruzione nella vita americana, e non solo. Peraltro, questo successo del tycoon sulla favoritissima Hillary Clinton, è entrato a gamba tesa in un coacervo di sistemi comunicativi nei quali, con le dovute eccezioni, la prevalenza di Hillary era data addirittura per scontata, con un meccanismo sondaggistico del quale il meno che si possa dire è che appariva volutamente orientato in una sola direzione. Certo che l’Fbi ci ha messo del suo a rallentare la corsa clintoniana, certo che scandalini e scandaletti hanno avuto il loro peso, ma l’elezione di Trump è talmente ampia da rendere tali freni nient’altro che rallentamenti, appunto. E il bello è che Trump con la sua squadra ha sempre – praticamente ogni giorno – inveito con uguale ira contro sondaggi e media, non solo o non tanto per un loro univoco e generale schieramento stabilizzante il presente, ma per il naturale sospetto di una manipolazione per orientare ulteriormente l’elettorato.

Del resto, che una come Maria Giovanna Maglie sia stata fra le pochissime eccezioni a battere, a chiarire, a spiegare ed a insistere sulle effettive potenzialità e qualità trumpiane, la dice lunga su tante cose a proposito di mass media. E c’è da rimanere francamente stupiti – e lo ricordava alla vigilia il nostro direttore – a fronte di una sorta di criminalizzazione del tycoon insinuatasi fra le righe di commentatori mondiali, italiani compresi, “of course”, come se una parola d’ordine ideologica si fosse diffusa “all over the world” per “sputtanare” Donald che, pure, non era e non è uno stinco di santo, dal machismo al sessismo, dalla violenza espressionista all’insulto personalizzato. Ma, come dire, c’era anche in queste sue manifestazioni un’esigenza subliminale di porsi in ascolto di rabbie, rancori, insoddisfazioni, stanchezze, delusioni e frustrazioni di un vasto popolo le cui ribellioni ai canoni imposti da un establishment con la pancia piena non vedevano l’ora di riversarle contro uno dei suoi simboli più significativi come la Clinton, mettendone a tacere capacità indubbie, esperienze di governo e persino, da parte delle donne, un femminismo ancorché esplicito ma non più in grado di orientare come una volta il voto delle donne.

Che poi Trump si dimostri un bravo presidente è un altro discorso, ma il sistema americano ha tutti gli anticorpi per controllarne eventuali ma non improbabili eccessi. Tenuto anche conto di una non meno necessaria analisi comportamentale e psicologica del nuovo successore dei Washington, dei Lincoln, dei Roosevelt, degli Obama, al quale si deve – oltre all’indifferenza per le (da lui insopportabili) buone maniere di un’élite che sta stufando ampiamente i popoli un po’ ovunque – un’altra similitudine con molti suoi fan, identificabile nell’anti-intellettualismo, nell’idiosincrasia per simili categorie, un non celato rigetto per una non poco diffusa ipocrisia. Da ciò anche l’anarchismo dei comportamenti, il non occultamento di un certo playboysmo, il godimento nelle performance e, soprattutto, uno speciale gusto della contraddizione sulla quale Trump ha costruito leggende ma, al tempo stesso, sfruttato occasioni così, mi contraddico e me ne vanto, come avrebbe detto un Gabriele D’Annunzio fiumano. E questo anche, direi specialmente, in virtù delle speciali “antenne sul capo di un Trump che sono state capaci di captare i venti dell’attuale post-post moderno, antenne e sensori speciali che sembrano possedere la magia della verità senza la mediazione o la correzione della ragione”. Quando l’intuito batte la ragione scatta la trappola. Imbattibile.


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