Perché Turchia e Arabia Saudita vogliono schierare le truppe in Siria

//   17 febbraio 2016   // 0 Commenti

La battaglia di Aleppo sarà decisiva per le sorti del conflitto, sul quale pesano la presenza di Mosca e l’assenza di Washignton. Ma Ankara e Riad sono troppo coinvolte per tirarsi indietro
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Il ministro della Difesa saudita, Mohammed Bin Salman, è oggi uno dei principali tessitori della strategia militare che l’Arabia Saudita intende adottare nel teatro di guerra siriano in funzione anti-Assad. Una strategia che Riad condivide anzitutto con la Turchia, l’altra potenza regionale che ha interessi diretti nella delicata partita per il futuro del Medio Oriente. Entrambi i paesi, appartenenti all’Islam sunnita, sono intenzionati a schierare truppe di terra nel nord della Siria, per respingere l’avanzata dei governativi sciiti sostenuti da Mosca, al fine di impedire la sconfitta imminente delle milizie ribelli da loro appoggiate.
Il regno dei Saud, come noto, è esposto più di qualunque altra forza nel grande gioco che, dalla Siria allo Yemen, ha conosciuto un progressivo frantumarsi di antichi poteri statuali sull’onda delle primavere arabe, che tuttavia sono stati sostituiti solo dal caos e dalle guerre civili. Un gioco sempre più rischioso per gli attori regionali e dal quale Riad, che sperava di ottenere maggiore potere e spazzare via i regimi sciiti e filo-iraniani, non riesce più a uscire. La scelta di sostenere le opposizioni al presidente siriano Bashar Al Assad ha ripagato gli sforzi di Riad sino al settembre del 2015. Ora, però, le cose si stanno mettendo male sul terreno, complice l’intervento massiccio della superpotenza russa. Così, è tempo di modificare la strategia e scendere direttamente in campo.
Il progetto saudita
Il progetto di schierare truppe di terra non è nuovo e ha preso vita a partire almeno dal 9 gennaio, quando Salman si è recato in visita ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Qui il ministro ha incontrato il principe ereditario Mohammed bin Zayed al-Nahyan, capo delle forze armate emiratine, informandolo del fatto che un distaccamento di forze turche e saudite era già stato schierato in Siria e che si necessitava di ulteriori truppe per contrastare l’avanzata dei governativi.

In quell’occasione, Al-Nahyan ha promesso al ministro saudita 6mila dei suoi soldati, ma solo all’interno di una coalizione militare più ampia e sostenuta anche dagli Stati Uniti, la sola potenza davvero in grado di opporsi ai russi. In realtà, Riad aveva già annunciato la creazione di una coalizione militare “contro il terrorismo” composta da soli Paesi islamici, che conta sull’appoggio di 34 Stati tra cui le monarchie del Golfo, l’Egitto, il Pakistan e vari paesi africani, oltre all’Indonesia (ma non sullo sponsor americano).

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(Il ministro della Difesa saudita Mohammed Bin Salman)


L’incontro turco-saudita
Salman ha poi contattato il governo turco e organizzato un incontro a Riad il 5 febbraio scorso dov’era presente il generale Hulusi Akar, capo di Stato Maggiore delle forze armate turche. Come primo risultato, la base aerea turca di Incirlik, dove già stazionano sotto i vessilli della NATO le forze aeree americane (la cui presenza peraltro è raddoppiata da due mesi a questa parte) che partono da qui per compiere missioni contro lo Stato Islamico, ora ospita anche i caccia sauditi

Nell’incontro turco-saudita sono state discusse tutte le possibili manovre di aria e di terra da coordinare in funzione anti-siriana e anti-curda, dopo il pressoché totale fallimento di Monaco di Baviera, dove la diplomazia internazionale aveva tentato di imporre un cessate il fuoco (venerdì 19 febbraio è previsto un nuovo incontro).

La battaglia di Aleppo
La situazione peggiore per turchi e sauditi è nella regione di Aleppo, dove il regime e i curdi avanzano e puntano ad accerchiare la città e tagliare l’accesso all’ultima importante via di comunicazione che finora ha consentito ai ribelli di ricevere approvvigionamenti dall’esterno (ovvero dalla stessa Turchia), intorno alla cittadina di Azaz, dove non a caso da una settimana i turchi hanno preso a bombardare gli avamposti curdi.
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Secondo gli attivisti e i residenti nella parte vecchia di Aleppo, le milizie curde dello YPG e i governativi del regime stanno avanzando verso quella che viene chiamata “autostrada del Castello”, controllata dai ribelli siriani dal 2012. Interrotti i collegamenti con le aree limitrofe, per i 400mila siriani intrappolati all’interno di Aleppo non ci sarà più la possibilità di accedere a cibo, medicinali e ed altri beni di prima necessità, che già da mesi faticano ad arrivare in città. Questo potrebbe al collasso delle opposizioni. Ed è proprio ciò che conta di ottenere la Russia: Aleppo nelle mani di Assad significherebbe la sconfitta quasi definitiva per le milizie ribelli e il fallimento dei piani turchi e sauditi per il futuro della regione.

La posizione di Washington
Per tutti, insomma, la priorità è Aleppo, mentre al momento lo Stato Islamico – che tiene saldamente l’est della Siria – è considerato un problema secondario. Non è così per gli Stati Uniti: Washington ha sempre avuto come priorità la sconfitta del Califfato e lo stesso presidente Obama intende lasciare la Casa Bianca con un accordo di pace che includa anche la firma americana in calce, per intestarsi almeno una vittoria diplomatica dopo che Mosca ne ha completamente oscurato i meriti (se ve ne sono).
Ma questo non sarà possibile se l’escalation militare proseguirà ai ritmi incessanti di queste ultime settimane di febbraio. La Casa Bianca è ingessata dal “semestre bianco” americano e, con un presidente uscente e una campagna elettorale dove come poche altre volte regna l’incertezza più completa sul futuro presidente degli Stati Uniti (si vota a novembre), si fatica ad approntare una strategia.

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(Recep Tayyip Erdogan e Barack Obama al G20 di Antalya del 15 novembre 2015)


Il rischiatutto di Ankara
Nei piani di Ankara, invece, c’è la volontà-necessità di andare sino in fondo. Ne va della sopravvivenza delle sue ambizioni regionali e della stabilità del paese stesso, visto che i curdi minacciano di creare uno stato indipendente non solo nelle province siriane di etnia curda ma nella stessa Turchia.

Intanto, Ankara punta a creare una zona di sicurezza di dieci chilometri lungo l’intero confine turco, strappandola alle forze che premono alle frontiere. Su tutti, l’YPG curdo che, profittando dell’avanzata dei governativi siriani, ha espanso le operazioni e ha preso il controllo del cantone di Afrin, nord-ovest della Siria, per congiungere anche questo territorio alla de facto regione autonoma conosciuta come Rojava e salutata dai curdi come il futuro stato indipendente del Kurdistan siriano. Come si comporterà d’ora in avanti l’Arabia Saudita sarà determinante per capire se l’alleanza sunnita intende andare allo scontro diretto o se invece addiverrà a più miti consigli. Intanto, c’è da salvare Aleppo.

tratto da Lookoutnews


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