Palestina verso il riconoscimento ufficiale dell’Onu?

//   15 settembre 2011   // 1 Commento

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A cinque giorni dalla storia. Oppure no? La Palestina è alla vigilia dell’ennesima data cruciale della sua tribolata storia. ll 20 settembre Abu Mazen dovrebbe presentare alle Nazioni Unite la candidatura della Palestina come Stato indipendente. Ad oggi, sembra scontato il sì dell’Assemblea. Ma Israele e Stati Uniti stanno cercando di fermare il processo in atto, i primi per interessi personali, i secondi per ragioni politiche. Perché come sempre, quando si parla di Palestina, sono in gioco i destini di tutto lo scacchiere mediorientale.

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Il simbolo della campagna per il riconoscimento

Certo, nel caso arrivi il sì del Palazzo di Vetro, la Palestina non diverrebbe come per magia uno Stato indipendente, mettendo in pratica, con 64 anni di ritardo, quanto previsto dalla celebre risoluzione 181. Ma i vantaggi acquisiti sarebbero comunque consistenti. Lo stato palestinese, ad oggi semplice ‘entità’, avrebbe accesso alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja e a quella penale internazionale, con la facoltà di denunciare Israele per le sue eventuali azioni come forza di occupazione. E potrebbe usufruire delle istituzioni finanziarie, economiche e commerciali internazionali. Inoltre, diverrebbe stato “non membro” dell’Onu esattamente come il Vaticano. Ma soprattutto potrebbe trattare da pari Israele nei negoziati, che si svolgerebbero non più in un tavolo a quattro (Usa, Russia, Europa, Onu), ma in quello più ampio delle Nazioni Unite sulla base delle sue risoluzioni.

Ad oggi sembra questo lo scenario più probabile. Su 193 rappresentanti, ben pochi dovrebbero votare contro: nell’UE, Germania, Italia, Paesi Bassi e Repubblica Ceca. Proprio per questo gli Usa stanno cercando di bloccare sul nascere questa consacrazione formale. Obama è preso tra due fuochi: da un lato, opporsi ad un gesto di autoderminazione dei palestinesi, dopo avere appoggiato apertamente i popoli arabi (in Tunisia, in Egitto e in Libia) a liberarsi dei loro raìs, non sarebbe coerente e potrebbe riaccendere la miccia dell’antiamericanismo, dall’altro non può trascurare lo storico legame con Israele. Inoltre, il presidente deve far i conti con l’opposizione al Congresso che minaccia di tagliare gli aiuti ai palestinesi, e anche con la convinzione che la via migliore per arrivare a uno Stato palestinese sia quella dei negoziati. Anche se, in virtù del rifiuto israeliano di congelare gli insediamenti di coloni in Cisgiordania, e di quello palestinese di riconoscere il carattere “ebraico” dello Stato di Israele, essi sono da tempo bloccati.
Per salvare capra e cavoli, Obama sta cercando di convincere Mahmud Abbas (Abu Mazen), presidente dell’Autorità Palestinese, a non presentare la candidatura, o ad alleggerirla al punto da limitarne il significato, facendo leva sulle minacce del Congresso. Fermare le sovvenzioni Usa significherebbe infatti tarpare le ali all’inedito boom economico che sta conoscendo la Cisgiordania. Ma venir meno alla parola data ai leader mediorientali - Nabil el-Araby, segretario della Lega araba, e Recep Tayyip Erdogan, premier turco, in prima battuta – e troncare le speranze di un popolo intero è compito ancor più ingrato e arduo. L’obiettivo, incassato il primo sì, è ricorrere fino al Consiglio di Sicurezza per ottenere la piena appartenenza alle Nazioni Unite, sebbene in questo caso il veto degli Stati Uniti sia scontato.

E Israele? Già traumatizzata dai cambiamenti provocati dalla “primavera araba” in Egitto, e dall’accresciuta ostilità della Turchia, ormai ex alleato, la società israeliana risentirà ancor più l’isolamento. Ma il processo è avviato, e se gli Stati Uniti non bloccheranno la candidatura, il sì pare scritto. Viceversa, un ritiro di Abbas suonerebbe forzato e provocherebbe diverse reazioni nell’area. Il filo dell’equilibrio è sottilissimo, e in un modo o nell’altro, verrà nuovamente spezzato.


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