No Tav? No Tot

//   5 marzo 2012   // 1 Commento

no tav

Mi sia consentito il ricorso una tantum a questo lessico comune a quasi tutte le declinazioni della lingua emiliano-romagnola per indicare il termine “tutto”, perché mi sembra, oltre che passabilmente acronimico, anche fedelmente fotografico della realtà attuale.
Il movimento No Tav, infatti, occupa quotidianamente le cronache per la dimensione del carattere antagonista che ha assunto; vittima o complice che sia di tale allarmante infiltrazione.
Sbaglia chi pensa che il fenomeno sia, nella sua interezza, riconducibile alla reazione della popolazione di un territorio ad una infrastruttura giudicata troppo impattante. Molto di più influisce il fattore “pretesto”; ed è una storia che viene da lontano.
C’è in questo paese un’ area culturale diffusa sempre pronta a cogliere ogni opportunità per contestare qualsiasi decisione assunta dalle istituzioni secondo i canoni della delega democratica. E soprattutto abilissima nell’imprimere a una qualsiasi, legittima dimostrazione di protesta una inclinazione progressivamente violenta che solo l’italica rinunciatarietà della politica e delle istituzioni che ad essa rispondono, finge non travalichi nell’illegalità.
Un atteggiamento, da entrambe le parti, che nasce nell’ormai lontano 1968, sull’onda di una contestazione puntuale e generalizzata al “sistema”, secondo la terminologia di moda all’epoca; e nel sogno, intravisto tra la nebbia degli spinelli, di realizzare una società più giusta. Che poi il più giusto corrispondesse ai miti del maoismo del libretto rosso o del castrismo cubano da esportazione modello Che Guevara, era cosa secondaria. L’importante era portare “l’immaginazione al potere” e assicurarsi che fosse “vietato vietare”.
E infatti le istituzioni cominciarono a guardarsi bene dal vietare; semplicemente mantenendo formalmente i divieti ma voltandosi dall’altra parte quando questi venivano compiuti; inaugurando la stagione del permissivismo, in ossequio alla sacrosanta libertà di contestare: e poco importava che la contestazione fosse tutt’altro che dialettica, ma praticata secondo modalità proto-rivoluzionarie che configuravano precisi reati.
Cominciò insomma ad imporsi il principio che i diritti dell’individuo dovevano affermarsi liberamente a scapito dei doveri che divennero opzionali; e la sanzionabilità ad essere aleatoria, forse per un eccessivo influsso del pensiero sociologico sulla magistratura; perché le colpe non erano più dell’individuo ma sempre di qualcun altro: fosse la società o la famiglia.
Deriva che toccò il suo culmine nove anni dopo, in quel 1977 che segnò il passaggio dalla contestazione semplicemente “casinara” alla guerriglia urbana, più o meno armata, ma comunque tatticamente pianificata a tavolino.
Bologna, fino ad allora vetrina internazionale della capacità di governo della sinistra italiana, ne fece le spese maggiori divenendo un caso nazionale.
Il Sindaco Zangheri, che pensava di proseguire nel solco di quel pragmatismo “del fare” del predecessore Fanti che aveva arricchito la città di infrastrutture ovunque invidiate, si trovò inaspettatamente contestato alla propria sinistra da formazioni spontanee ed extraparlamentari che misero per un paio di giorni a ferro e fuoco la città.
Il trauma per il partito egemone della sinistra fu enorme e forse mai metabolizzato. E di fatto quella data rappresenta l’inizio dell’era del No a tutto che stiamo vivendo.
Sul piano politico istituzionale, sia locale che nazionale, le ricorrenti scissioni atomiche della sinistra regalano un formidabile potere di veto a formazioni che, sempre più a sinistra della casa madre, si distinguono per oltranzismo; e più vi si radicalizzano, più sono elettoralmente premiate.
Segno evidente, questo, dell’esistenza di quell’area di pensiero antiriformista, antagonista a prescindere e sostanzialmente anarcoide cui si accennava; e che confluisce in buona parte anche nell’ambientalismo, nelle sue varie sfumature, che diviene l’approdo dei reduci sia del sessantotto che del settantasette e la patria del nuovo radicalismo militante .
Vani risulteranno i tentativi della sinistra istituzionale, Pci e successive denominazioni, di tenere a bada quest’area includendola, a livello locale e nazionale, nella responsabilità di governo: il risultato sarà sempre quella formula “di lotta e di governo” che giustificherà una opposizione al proprio interno capace di bloccare ogni iniziativa riformista sul versante politico e “costruttivista” su quello economico e infrastrutturale.
Pervasivo spirito anarcoide, spontaneismo ridondante, individualismo localistico, sfiducia nel meccanismo democratico della delega, in contraddizione con la partecipazione elettorale sostanzialmente alta, sistematico sospetto di oscuri disegni celati, sono il mix che determina l’affermazione del principio secondo cui basta che un centinaio di cittadini non sia d’accordo su una qualche scelta che tutto si blocca, quando va bene in un gioco al rialzo per ottenere maggiori compensazioni economiche, quando va male per far fare marcia indietro a determinazioni già assunte e investimenti già fatti.
Perché, lasciando un attimo da parte le colpe della politica, quelle di cui si è detto ma anche quelle dell’altra parte che non ha fatto nulla di diverso in termini di permissivismo e immobilismo, l’attore principale è comunque l’italica indole che, pronta a dichiararsi a favore delle energie alternative, della green economy, del trasporto su ferro anziché su gomma, del recupero del ritardo infrastrutturale, però vorrebbe sempre che gli impianti fossero altrove. Senza considerare, però, che l’altrove, in un paese altamente antropizzato come il nostro e relativamente povero di territorio, coincide sempre con qualche altra comunità che accamperà lo stesso diritto a sottrarsi.
Così abbiamo, nella sola Emilia Romagna, decine di Comitati civici che si oppongono a parchi eolici o impianti di termovalorizzazione o centrali a biomassa.
Che se non avranno la forza di imporre una escalation stile No Tav, sarà solo perché non avranno la capacità organizzativa o di appeal per coinvolgere nella loro lotta gli studenti di Lettere o di Scienze Politiche dell’Alma Mater, dove, chissà perché, paiono abbondare i sempre disposti ad armarsi e partire per una giusta causa.
Resta un’ultima considerazione: se gli abitanti delle vallate appenniniche negli anni ’20 del secolo scorso avessero ragionato come i valsusini di oggi, probabilmente non avremmo nemmeno la Direttissima e andremmo a Roma utilizzando la Porrettana fino a Pistoia e da qui via Prato e Firenze.
Ma all’epoca, si dirà, c’era miseria vera e bisogno di lavorare. E c’era anche chi sosteneva che gli italiani non fossero maturi per la democrazia.
Auguriamoci che possano essere smentiti.


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1 COMMENT

  1. By Emy..., 25 aprile 2017

    Questo non è un articolo
    Di giornale è un commento fin troppo incentrato su un solo
    Pensiero… Non è così che si fa buona informazione!!!!

    Rispondi

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