No TAV: Anatomia di una rivolta

//   7 marzo 2012   // 0 Commenti

no tav 300x192Certamente ad una semplice analisi del rapporto costi-benefici la dilagante protesta contro la costruzione delle infrastrutture per l’Alta velocità pare assai poco motivata. L’infrastruttura infatti rappresenta il tratto italiano del “corridoio 5” – e non , come viene chiamato riduttivamente, il solo tratto Torino- Lione – da Barcellona a Kiev, interseca il “corridoio 1” da Berlino a Palermo aprendo le “Autostrade del mare” da Genova e Trieste verso i mercati asiatici emergenti, ed è connessa all’intera rete ferroviaria AV consentendo, per limitarsi ai vantaggi più ovvi e senza nemmeno accennare agli annosi trattati europei da rispettare, un ormai indilazionabile collegamento veloce del nostro paese con gli altri paesi Europei, e dai quali una sua eventuale mancata realizzazione ci troverebbe inevitabilmente esclusi. Inoltre la costruzione della nuova infrastruttura porterebbe una drastica riduzione dell’inquinamento atmosferico – i TIR potranno transitare su ferro e non, come ora, su gomma- ed ad una consistente diminuzione di tempi e costi di percorrenza (le code ai valichi sono normalmente interminabili), con conseguenti rimbalzi positivi sui prezzi al consumo di molti prodotti e con la previsione di incremento del PIL dell’intero paese (l’1,5% per il solo Piemonte).
Per contro si prevede che l’AV inciderà in misura molto limitata sul’inquinamento acustico (le barriere antirumore previste ed i passaggi del tracciato in trincea sono molto efficaci) , mentre è dimostrata la pressochè totale irrilevanza di inquinamento ambientale .
Fatta quindi la tara sui partecipanti alla protesta, che comprendono anarchici, no-global pentiti, ecologisti che hanno fatto dell’ambientalismo una religione, aspiranti carrieristi politici (la pubblicità gratuita offerta dai media a chi capeggia le proteste è enorme) e protestatari in servizio permanente effettivo, e tralasciando gli -inconsistenti- timori su presunti pericoli idrogeologici o di dispersione di polveri d’amianto dovuti ai lavori , restano tuttavia tra i manifestanti molti abitanti della Val di Susa , che tuttavia risiedono spesso in parti del territorio ben lontane da quelle interessate dalla TAV.
Come si può quindi spiegare questa violenta e continua levata di scudi ? A suo tempo ho avuto l’ occasione di assistere ad un vero e proprio dramma sociale che tuttavia non sollevò alcuna protesta di piazza, forse perché allora l’interesse generale prevaleva ancora su quello privato e le ragioni del malcontento non trovarono nell’opinione pubblica alcuna accoglienza. Questa vicenda aveva però impressionanti analogie con la TAV: la costruzione del tratto Bologna-Firenze dell’Autostrada del sole.
Prima della sua venuta alla luce infatti l’unico modo per passare dal Nord al Sud dell’Italia e viceversa (a parte la costa) era rappresentata dalla SS Futa, sulla quale erano via via sorte numerosissime e fruttuose attività di ogni genere e comprendenti bar, alberghi, ristoranti, attività commerciali di varia natura, distributori di carburante, officine, ecc, che prosperavano esclusivamente sul grande traffico di veicoli di ogni tipo permanentemente in transito che forniva quindi lavoro e denaro a molte migliaia di persone. La costruzione delll’autostrada azzerò qusi totalmente la possibilità di sopravvivenza di queste attività (che infatti furono quasi tutte costrette alla chiusura), lasciandone sopravvivere solo pochissime destinate al modesto traffico locale.
Torniamo in Val di Susa. E’ vero che l’autostrada esiste già, ma è altrettanto vero che è oggi percorsa da un intenso traffico costituito in gran parte da veicoli commerciali e privati che possono  uscire ed immettersi sulla rete stradale locale tramite i numerosi caselli, fornendo alle numerose attività locali lavoro e guadagni consistenti, che ovviamente con la costruzione della TAV verrebbero a mancare. Mi pare che questa evidente ma mai confessata considerazione possa costituire il vero generatore del malcontento della gente della Valle, al di là delle motivazioni addotte ufficialmente ma capaci di suscitare in ampie frange del Paese che hanno fatto di ogni forma di protesta una ragione di vita reazioni tanto estreme quanto poco comprensibili e giustificabili.
Se però il problema reale della protesta, come credo, fosse questo, occorrerebbe riflettere seriamente sulle sue possibili soluzioni. In Italia, contrariamente ai paesi anglosassoni ed agli USA in particolare, i danni di qualsiasi natura prodotti dall’esecuzione di opere dichiarate di pubblica utilità vengono risarcite in ragione del danno prodotto. In Italia un tale risarcimento non è contemplato se non per gli espropri, ed anche questo in misura insuffficiente, per cui l’interesse privato, se in contrasto con l’interesse generale, soccombe senza alcuna contropartita. In Val Di Susa il danno dovuto alla costruzione della linea ad Alta Velocità è certo, in particolare per quanto inerente le attività esistenti. Questo richiederebbe un risarcimento per così dire “indiretto” , non facile da valutare ma certamente dovuto. Se i Valligiani NO-TAV che vedono le loro attività seriamente compromesse avessero il coraggio di denunciare il danno personale -ma evidentemente “politically incorrect”- dovuto alla costruzione della nuova infrastruttura, invece di farsi scudo di facinorosi di professione (ma chi li finanzia ?) in grado di scaldare l’opinione pubblica ma anche di danneggiare irreparabilmente le loro ragioni, la questione potrebbe risolversi, ritengo, senza ulteriori e controproducenti drammatizzazioni sociali.

Una nota a margine: sarebbe interessante conoscere il numero dei procedimenti avviati nei confronto dei No- TAV per “interruzione di pubblico servizio” causa l’occupazione pressochè quotidiana di strade, autostrade e ferrovie. Per poche ore di sciopero (e danni ai cittadini incomparabilmente inferiori) tanti tassisti si sono ritrovati, per lo stesso reato, gravati da pesanti procedimenti penali.

Arch. Claudio Bertolazzi


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