Neo-dirigismo o liberalizzazioni vere?

//   25 gennaio 2012   // 0 Commenti

monti passera

Francesco Saverio Di Lorenzo Presidente ASSOCIAZIONE CULTURALE ONLUS “CARPE DIEM, nata in Calabria, sodalizio che ha nel proprio DNA la cura della legalità e la crescita civile dei cittadini.

Autore del libro UNAVITA IN PRESTITO – COME D.I.A. COMANDA.

L’editoriale del direttore Arturo Diaconale su L’Opinione ha il merito di aver centrato ed individuato, a mio parere, con una lucida e precisa analisi, il concetto e l’essenza intrinseca delle liberalizzazioni proposte dal governo Monti.

Diaconale afferma che si tratta di “dirigismo” e non di vere  liberalizzazioni quelle approntate dal decreto legge da un esecutivo tecnico in grado di governare un intero paese e sostituire  una classe politica  liberamente e democraticamente eletta.

Il “vescovo Monti” – come lo definisce Diaconale – non ha grandi margini di manovra e la formula “Ego te batipzo piscem” - ricordata nell’articolo – usata dall’antica autorità ecclesiastica per trasformare la carne in pesce utile ai fedeli di rispettare la regola del mangiare di magro anche in tempo di crisi del pescato, non può adattarsi nel caso delle liberalizzazioni introdotte da Monti.

Condivido e sposo appieno la tesi di Diaconale, secondo cui il governo Monti non potrà fare molto di più, né vorrà farlo, aggiungo io. L’aver introdotto l’IMU (ex ICI), tagliato drasticamente le spese della pubblica amministrazione, compresa quelle delle forze dell’ordine, aver riformato il sistema pensionistico, è quanto di meglio poteva racimolare per rimpinguare le casse dello stato e dare respiro al debito pubblico accumulato negli anni.

Mi piange il cuore doverlo ammettere, ma nessun’altra forza politica avrebbe potuto, onestamente, fare di più.

Un dirigismo governativo, quindi, che non intende, né ha la pretesa di incidere più di tanto nei settori forti dell’economia reale quali le banche, le assicurazioni, le autostrade, le ferrovie, i servizi erogati ai cittadini. Penso anche agli ordini professionali, ai baronati delle università o della sanità pubblica nelle quali si è perpetrato una  discendenze familiari nella più completa indifferenza. Ai costi eccessivi dei partiti e delle loro propaggini, all’inefficienza degli enti territoriali, comprese le municipalizzate, alle sue commissioni o agenzie nelle quali vengono assegnati pseudo e fantomatici esperti con scarse possibilità di poter offrire un servizio adeguato alle esigenze statutarie.

A questo punto è chiaro che non si possono spacciare per liberalizzazioni  operazioni tecniche, come quelle approntate da Monti e dalla sua squadra, proveniente da rami settoriali che del tecnicismo e del formalismo ne sono interamente pregni.

Liberalizzazioni che di liberale non hanno nulla, né di salvifico per il paese e per i suoi esercenti sempre più costretti ad obblighi e doveri autoritari che impongono strette e sacrifici economici incomprensibili, per giunta, applicati con una scarsa e scandalosa disuguaglianza sociale.

Liberalizzare significa togliere vincoli, restrizioni protezionistiche, offrire possibilità, promuovere ed incentivare il merito, proporre e garantire equanime condizioni per tutti. Non mi pare che il decreto legge in questione vada in tale direzione,.

Per quanto riguarda i partiti, sono con le spalle al muro.

Il Parlamento sarà il banco di prova dove ogni schieramento dovrà assumersi le proprie responsabilità e poco o nulla serviranno le dichiarazioni più o meno minacciose rilasciate in questi giorni da tutti i leader politici che hanno confermato la necessità di  effettuare dei correttivi al testo proposto dal governo.

Monti, per intanto, se la ride e forte della sua posizione inattaccabile, ha dichiarato che il provvedimento non dovrà essere modificato. Una posizione imbarazzante per la coalizione di maggioranza che, a questo punto, dovrà scegliere: approvarlo o respingerlo.

Monti, anche in queso caso, potrebbe risultare utile ponendo la “questione di fiducia”. Un “cul de sac”, una via d’uscita eccellente sia per il governo che per i partiti.

Niente di nuovo, quindi, sotto il cielo di Roma. Le riforme e gli italiani possono ancora attendere!


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