I grandi problemi dell’Occidente

//   6 settembre 2011   // 0 Commenti

Noi non vogliamo essere dei «declinisti», ma in questi ultimi mesi ci capita sempre più spesso di ripensare al famosissimo libro di Spengler. Certo è che gli assetti geopolitici mondiali sono radicalmente cambiati rispetto alla fine della Guerra Fredda ed il mondo Occidentale appare impantanato in complessi problemi.
Lontanissimo appare il decennio dei miti entusiastici e fallaci (gli anni ’90): “la Fine della Storia”, l’espansione inarrestabile della globalizzazione che si trascinava dietro l’economia di mercato e le istituzioni democratiche, la forza del turbocapitalismo finanziario come motore dello sviluppo, la supremazia onnipotente e globale dell’America.

Poi, l’Occidente, soprattutto l’America, è passato attraverso “l’età della paura”: 10 anni di guerra globale al terrorismo, di logoramento, di costi sociali e umani enormi, di costi economici squassanti (1000 miliardi di dollari circa), di spaventosa caduta d’immagine, in cui si è innestata anche la tempesta di Wall Street del 2008. Ora, come dice Robert Kagan, “è il ritorno della Storia e la fine del sogno americano”: a cui è utile aggiungere la riflessione di Larry Summers, l’ex capo della équipe economica di Obama “Quanto a lungo può il massimo debitore mondiale restare la massima potenza mondiale?”. Queste complesse premesse geopolitiche si trascinano dietro altri grandissimi problemi nel mondo occidentale: la rivoluzione demografica mondiale e la crisi di invecchiamento dell’Occidente; le sempre maggiori fratture culturali e strategiche dentro la compagine occidentale; l’incremento costante del debito sovrano e privato (circa 300% del PIL, la media dell’Occidente); meno soldi quindi meno potenza; pochi stimoli e crescita troppo lenta da troppi anni; un inesorabile declino dell’etica weberiana e della cultura dell’economia sociale di mercato che per oltremezzo secolo hanno orientato dal punto di vista valoriale il capitalismo occidentale. Ma anche di fronte alla tempesta di Wall Street, l’Occidente si è mosso in ritardo attraversato da pericolose divisioni, spesso senza strategia: ad esempio si è continuato e si continua ad affrontare la crisi come un dato congiunturale e non come una svolta strutturale ed epocale; si continua a scambiare la finanza per economia, la economia per politica o addirittura per cultura; si sono buttati tre anni per costruire nuove regole che in qualche modo permettessero di governare la internazionalizzazione della finanza; non si sono fatti passi avanti sufficienti nel costruire strumenti di governance globale.

Sarebbe utile prendere coscienza rapidamente che lo stereotipo del«mondo piatto» è stato aspramente sconfitto dai fatti; non c’è un canone mondiale comune; anzi proliferano ideologie divaricanti ed incompatibili, soprattutto nello spazio virtuale. E questa multipolarità che tende all’impotenza, genera incertezza, turbolenze nei mercati, insicurezza, paura del futuro. Dentro questa ardua temperie si colloca il nostro Paese, carico di criticità consolidate nei decenni, indebolito da una lunga fase di bassa crescita, reso ancora più fragile da un clima politico torbido per i violenti processi di delegittimazione, per il pernicioso squilibrio tra i poteri dello Stato, per il tatticismo della politica ed in genere delle élites, ossessionate dai risultati di breve respiro e dalla tendenza a galleggiare. Eppure, la drammaticità della situazione complessiva imporrebbe responsabilità, dialogo, coesione, coraggio strategico verso il futuro: la politica deve sforzarsi di disincagliare il dibattito e la vita parlamentare dalle secche delle manovre e dalle emergenze a ripetizione, recuperando un respiro strategico verso il futuro ed un disegno di sviluppo. Questo vale anche per il nostro impegno in Europa: ci vuole più coesione, più solidarietà tra gli Stati, più sviluppo. Imagen Satelital Oeste Mundo


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