Mino Martinazzoli, uno degli ultimi “DC non pentiti”

//   6 settembre 2011   // 0 Commenti

E’ morto un amico, un galantuomo di altri tempi, colui che suscitò in molti di noi tante speranze e, alla fine, una cocente delusione.
Eravamo riuniti in un drammatico CN della DC nel settembre del 1992, segretario politico Arnaldo Forlani, Presidente del CN DC,Ciriaco De Mita, dopo il risultato peggiore della storia elettorale del partito che nelle elezioni di quell’anno aveva toccato il minimo storico del 29,65 %. In ogni caso una base su cui sarebbe stato ancora possibile ricostruire e consolidare la presenza dei democratici cristiani nella storia del Paese.
In quel CN iniziato con oltre quattro ore di ritardo, senza un vero dibattito,dopo un odg di Cirino Pomicino che, di fatto chiedeva il rinvio di ogni decisione, era sotteso il grande scontro interno tra andreottiani e noi sostenitori di Forlani per il rinnovo della Presidenza della Repubblica. Uno scontro irrazionale autodistruttivo che porterà alla fine all’elezione subita dell’infido Scalfaro che concorrerà in maniera determinante agli sviluppi successivi della storia politica italiana.
Fu in quell’occasione che, alcuni tra di noi, spingemmo affinchè Forlani si dimettesse dalla segreteria politica, puntando su Mino Martinazzoli, il volto buono e anche per noi “preambolisti” della prima ora , sostenibile e al quale affidare l’indispensabile processo di rinnovamento di un partito che viveva la quotidiana chiamata in causa da una magistratura scatenata a senso unico contro il pentapartito.

La sua antica militanza a fianco di Franco Salvi, capo della corrente morotea di Brescia e della Lombardia, quello della “ banda dei quattro” di Zaccagnini (Belci Bodrato, Pisanu e Salvi ) e la sua posizione più moderata tra i nuovi amici basisti demitiani, ci sembrava la naturale prosecuzione dell’eredità zaccagniniana pure a noi cara.
Peccato che appena eletto alla segreteria subì il fascino della pasionaria di Sinalunga, l’On Rosy Bindi, spedita, per l’incapacità dei capi corrente veneti ( “ i due Carlini”: Bernini per i dorotei e Fracanzani per l’area demitiana) di concordare un equilibrio,chiamandola a guidare, senza titolo, la segreteria regionale di uno delle più consistenti realtà elettorali regionali della DC. La Bindi tanto si agitò che lo convinse dell’opportunità di cambiare nome al partito e fu l’inizio di una nuova storia.
Una decisione alla quale, senza successo, si oppose il lungimirante Granelli e pochi altri , preludio di quella svolta favorevole ad un possibile accordo post elettorale con il PCI, divenuto con la Bolognina, PDS, dopo le elezioni del 1994. Triste preludio di una tragedia incombente per tutti noi, tranne che per la Rosy, oggi presidente del partito che raccoglie l’eredità più consistente dei vecchi comunisti italiani.

Quella decisione portò alla scissione di Mastella,Casini e Sandro Fontana con gli amici del CCD e alla Waterloo del 1994, con il PPI ridotto all’11,1 % dei voti e al drammatico CN post elettorale, in cui, Mino, si congedò con un fax, epitaffio di una tragica sconfitta senza appello.
E così, anche noi che pure avevamo creduto e ci eravamo battuti in Consiglio nazionale per la sua elezione, passammo alla frustrazione e alla rabbia, nella consapevolezza che ci eravamo suicidati politicamente e, quel che è più grave, senza la volontà di combattere.
Seguì la terribile diaspora democristiana che si trascina tuttora, specie dopo la sentenza della Corte di Cassazione del Dicembre 2010, secondo cui la DC, seppur politicamente defunta, non è mai stata giuridicamente e legittimamente chiusa. Un capitolo di cui ci siamo impegnati a scrivere correttamente e secondo le norme la parola fine.
Con Martinazzoli, persa la battaglia con Formigoni alle regionali del 2000, con un risultato clamoroso nettamente a favore del governatore alla sua prima elezione, più volte, con lui nella sua nuova funzione di consigliere regionale lombardo, ebbi occasione di ripercorrere quei passaggi essenziali della storia politica della DC e dell’Italia.
Alla fine anche Martinazzoli, espressione di un cattolicesimo liberale,di chiara ispirazione rosminiana, uomo dall’indiscussa tempra morale, rivelatosi poco adatto a quel ruolo di fighter che la vicenda politica di Tangentopoli avrebbe dovuto fargli assumere, finì con l’osservare con spirito critico l’infimo livello cui era scaduta la politica italiana nella lunga transizione della seconda Repubblica e riconoscere l’errore di aver chiuso l’esperienza della DC.
Resta in tutti noi il ricordo di un amico che, pur negli errori politici compiuti, lo riconosciamo quale parte importante della storia democratico cristiana, un d0ecf2d26f3c4ad6b88c41e61349af32 XL dopo una lunga sofferenza, come uno degli ultimi “DC non pentiti”.


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