M’innamorai di Micol?

//   10 giugno 2017   // 0 Commenti

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Può succedere di innamorarsi di un personaggio letterario, della creatura partorita dalla mente di uno scrittore? A me è successo a quattordici anni, quando – su consiglio, o forse imposizione, di una prof di italiano– mi toccò in sorte l’estiva lettura de ‘Il giardino dei Finzi Contini’ di Giorgio Bassani. Destinataria della mia infatuazione (un capriccio autentico, col batticuore e tutto il resto) fu Micol, la rampolla di una facoltosa famiglia ebrea della Ferrara fascista del funesto ventennio. Il romanzo affronta proprio il periodo dell’entrata in vigora delle leggi razziali allorquando le prime meschine misure di apartheid importarono anche in Italia il morbo antisemita del nazismo. Il destino andava incubando l’inferno e  nubi di pece si addensavano sui peggiori anni della nostra storia. Eppure, sulla villa dei Finzi Contini, elaborata fantasia di Bassani, splendeva il sole anomalo  di una radiosa estate di San Martino del Trentotto: una infilata di cieli tersi senza nuvole, ideali per far giocare al tennis, nel campo dell’immensa dimora signorile della famiglia di Micol, una comitiva di amici, in gran parte ebrei, ghettizzati dal circolo sportivo cittadino. Di recente, ho sentito il commento sorprendente di un critico, sulla protagonista femminile del romanzo in questione. Diceva, più o meno, che è impossibile non innamorarsi di lei, della sua esile figura, del bizzoso carattere, dell’intelligenza adamantina, dello spirito ribelle, della sofisticata bellezza anche. Una bellezza immaginaria, in effetti, perché Micol non c’è. Non esiste. O meglio è esistita, esiste, ed esisterà ogni qual volta un lettore sfoglierà il testo di Bassani e attaccherà le prime righe, imbattendosi in Micol, venendone immancabilmente rapito e finendone ineluttabilmente innamorato. Forse, Micol è eterna. Dispone dell’unica immortalità indiscutibile, della giovinezza perenne e senza tempo riservata a un certo tipo di dei:  i personaggi di una storia ben fatta e messa per iscritto, i quali risuscitano non appena qualcuno vi si accosta e, leggendoli, li rianima, innescando daccapo la miccia di una trama. Per curiosità,  son ritornato nel ‘Giardino dei Finzi Contini’ ascoltando l’audiolibro dell’opera (reperibile su youtube, voce di uno strepitoso Lorenzo Pieri). Mi ha ripreso l’emozione di quel sopito amore. Ma non solo e non  tanto per Micol, quanto piuttosto per la malia dell’ipnotica sintassi di Bassani, per il suo periodare complesso e rotondo, per il fiorire inesausto di subordinate, per l’apoteosi del discorso indiretto e di un fraseggio da lasciare senza fiato, in senso letterale e metaforico: per quanto trattieni il respiro in attesa del punto e per quanto il respiro stilistico dell’opera è impeccabilmente perfetto. Mi sono allora chiesto se fosse davvero Micol l’oggetto della mia cotta di gioventù. O non, piuttosto, l’incantamento approntato da un giocoliere del Verbo. O non, infine, il rapimento da ‘questo’ mondo a ‘quello’, dall’abrasiva oggettività del reale all’impalpabile magia del narrativo. Che è poi il vero motivo per cui  chi legge, legge e chi scrive, scrive: per quanto la lettura e la scrittura sanno rendere più sopportabile la vita.

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