Minibot people

//   30 marzo 2018   // 0 Commenti

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Quando qualcuno ti ha incastrato con delle regole ingiuste e ti richiama al loro rispetto in nome della legalità, ma contro la giustizia, allora forse è venuto il momento di rispondere aggirando la legalità con l’uso della furbizia. Non crediamo vi sia schema migliore per introdurre il discorso sui cosiddetti mini-bot, una misura di politica economica (non diciamo monetaria, per non violare le regole del politicamente corretto), inventata dall’esponente della Lega Claudio Borghi Aquilini e, quindi, non così impossibile da realizzare visti i numeri del partito di Salvini in Parlamento. Ma cosa sono i mini-bot? Dei piccoli buoni del tesoro. Funzionano, più o meno, come quelli grandi. Quindi consistono in titoli del debito pubblico. Pensate ai loro fratelli maggiori, i bot classici. Se avete del denaro da investire, voi andate dallo Stato e acquistate i bot. Lo stato vi consegna un titolo (di credito per voi, di debito per lui) e – alla scadenza pattuita – vi restituisce i vostri soldi con l’aggiunta di un interesse. Oggi i maxi bot o bot tradizionali, che dir si voglia, vanno via come il pane e vengono acquistati mensilmente sul mercato secondario dei titoli di stato soprattutto da Mario Draghi che ci investe decine di miliardi di euro al mese. Si chiama, come noto, quantitative easing e – ci dicono gli economisti – è proprio grazie a questa preziosa bombola d’ossigeno se l’Italia non viene soffocata dallo spread. Ma, dalla bombola,  torniamo a bomba. Immaginate ora di avere un credito nei confronti dello stato, per esempio di natura fiscale o di altro tipo. Lo Stato, anziché pagarvelo, ve lo salda consegnandovi delle note di banco di piccolo taglio del valore esattamente equivalente, a livello nominale, al vostro credito in euro. Quindi voi nulla pagate perché portate in compensazione il vostro credito precedente. Adesso avete in mano dei minibot e iniziate a farli girare. Ci potete pagare servizi (come treni o benzina) o pagare le tasse. Sono mezzi di pagamento, cioè liquidità salvifica,  pompati nel sistema e  in grado di alimentare la famosa crescita. Formalmente questo strumento non viola il dannato, ed eversivo, articolo 127 del Trattato di Lisbona che attribuisce la governance esclusiva in ambito monetario, nella zona euro, alla BCE. Dico ‘formalmente’ perché sostanzialmente lo viola eccome. Lo avete mai visto un minibot ‘dal vivo’ così come creato in forma di fac-simile dalla fervida fantasia dei suoi ideatori? È uguale, pari pari, a una banconota e ricorda assai la Lira. Per questo l’operazione è geniale. Non trasgredisce la lettera dei trattati, ma li aggira con machiavellica precisione ed efficacia. È la traduzione, sul piano della sagacia politica, del celebre motto: a brigante, brigante e mezzo. Inoltre, consente di predisporre il terreno anche all’altra opzione, per ora innominabile –  sennò mi si spaventano i bimbi –  chiamata euro-exit: se mai qualche temerario patriota dovesse riuscire nell’intento di portarci fuori dalla gabbia, la nuova moneta in sostituzione di quella funesta, e attuale, ci sarebbe già. Suggerisco anche un nuovo slogan. Smettiamola di parlare di ‘uscire dall’euro’ (si urtano i palati più fini e si terrorizzano i bambini). Iniziamo a chiamare il progetto: ‘rientrare in Italia’. Un ritorno a quel radioso passato –  avete presente? –  quando eravamo tutti dei bot people.

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