Manifesto dei lavoratori autonomi

//   9 dicembre 2011   // 1 Commento

lavoratori autonomi

Nell’Ottocento, il quadro che si presentava agli occhi degli indagatori della realtà sociale, almeno di taluni, era costituito dalla contrapposizione tra ceto borghese che viveva essenzialmentedi capitale, e ceto proletario che viveva del proprio lavoro, vendendolo secondo il prezzo di mercato e secondo la domanda, se e quando tale domanda esistesse.
Il ceto proletario era sfruttato dal ceto borghese, che aveva distrutto il ceto degli artigiani medievali, riducendoli a proletari ed aumentando continuamente la propria ricchezza,mentre i proletari-lavoratori divenivano sempre più poveri e si facevano sempre più concorrenza tra loro.
Il “Manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels del 1848 almeno ci dice questo.
I proletari di allora, come i lavoratori dipendenti di oggi, hanno raccolto l’invito ed hanno iniziato la loro guerra. Da allora ad oggi i termini usati sono “lotta”, “difesa”, “conquista”, declinati necessariamente in lotta dura e violenta, cui è seguita una vittoria.
Ma dopo la vittoria e la conquista, si sa, viene il saccheggio e il popolo vincitore, come è accaduto, si insedia come casta sul popolo sottomesso, che viene ridotto a categoria inferiore.
Così i lavoratori dipendenti si sono assicurati, nel dopoguerra, una posizione generale di superiorità giuridica. Se la Costituzione afferma (art.1) che la Repubblica è fondata sul lavoro (mentre in realtà il partito comunista voleva più chiaramente che fosse introdotta, in tale articolo, “l’Italia è una Repubblica dei lavoratori”), il termine “lavoro” significa solo lavoro dipendente, come risulta dalla lettura dei successivi articoli 34, 35, 36, 37, 38, 46 e come ha ripetuto costantemente e conformemente la Corte Costituzionale. Così il secondo comma dell’art. 3 stabilisce che la Repubblica garantisce ai lavoratori (quindi ai dipendenti) la partecipazione all’organizzazione politica economica e sociale del Paese, mentre all’art. 46 riconosce agli stessi il diritto a collaborare alla gestione delle imprese. Tali diritti non sono tuttavia riconosciuti agli altri cittadini, e soprattutto ai lavoratori autonomi.
La Costituzione solennemente attribuisce altresì ai lavoratori (cioè i dipendenti dato che gli altri non sono considerati tali) vari poteri non dati ad altri come il potere di sciopero, e rende solenne ed ufficiale, come organi della vita pubblica e quindi della vita politica, il ruolo dei sindacati, che divengono così di fatto un organo dello Stato al massimo livello.
In sostanza, mentre nel vecchio stato corporativo fascista, anche i lavoratori autonomi erano rappresentati a pari livello con i lavoratori dipendenti, nel nuovo Stato nato dalla Costituzione solo la corporazione dei dipendenti è rappresentata e ha ragione di esistere giuridicamente, con propri speciali poteri.
Se ne deduce che l’Italia è uno Stato corporativo con una sola corporazione.
Ma c’è di peggio: lo Stato (ossia il complesso dei contribuenti) è posto al servizio economico dei lavoratori dipendenti. Infatti la Costituzione (all’art. 36) stabilisce che la retribuzione dei lavoratori è una variabile indipendente, in quanto questi debbono essere retribuiti non in base al valore economico del loro lavoro, ma con un salario che consenta loro di vivere dignitosamente, ossia secondo i bisogni loro e della loro famiglia. Il che significa che lo Stato deve assicurare ad essi tale tipo di retribuzione, che va posta, per quanto occorra, a carico della generalità dei contribuenti.
Conformemente a ciò, nell’applicazione della Costituzione, i sindacati sono venuti a costituire di fatto una sorta di terza Camera del Parlamento, superiore alle altre, praticamente con diritto generale di veto sulle decisioni del Parlamento e sempre con potere di esprimere il proprio parere. Sicché i lavoratori dipendenti sono rappresentati due volte: una volta per mezzo dei politici da loro eletti, e un’altra volta per mezzo dei sindacati come organo politico dello Stato del quale già sono parte; sindacati che costituiscono altresì controparte del Governo e di ogni ente pubblico, con diritto -o almeno prassi- di sistematica consultazione e sostanzialmente di veto, a tutti i livelli, come ci informano costantemente i mass media.
Nel contempo i sindacati hanno impedito l’attuazione della Costituzione ove prevede per essi una legalità formale e forme di controllo democratico e pubblico sulle loro decisioni e meccanismi interni, finora del tutto mancati.
Negli anni ’70, dopo la rivoluzione del 1968 e il susseguente “compromesso storico”, I lavoratori dipendenti, ormai al potere, hanno ottenuto la promulgazione dello Statuto dei Lavoratori, che li consacra definitivamente come classe giuridicamente superiore alle altre sotto ogni aspetto. Hanno ottenuto i distacchi retribuiti dei propri rappresentanti e la sostanziale illicenziabilità dei dipendenti, separando definitivamente la qualità e la quantità di lavoro effettivamente prestato e quindi il suo valore economico, dall’ammontare della retribuzione, con conseguente costituzione di una rendita specifica relativa al “posto”.
Hanno per di più ottenuto giudici speciali a tutela dei propri diritti, dotati di poteri non dati ad altri soggetti, facendo rivivere la magistratura del lavoro introdotta dalla fascista “Carta del Lavoro”, abolita dalla neonata Repubblica.
Hanno ottenuto, padroni dello Stato come sono, che la generalità dei contribuenti dovesse sovvenire alle loro necessità, ponendo a carico di tutta la collettività una consistente quota dei costi di cassa integrazione, di mobilità anche speciale e prolungata a vita fino alla pensione, di prepensionamenti e così via.
Il risultato è stato la creazione di un enorme debito pubblico generato dalle varie rendite attribuite ai lavoratori dipendenti, pubblici e privati.
In conclusione è stata creata una classe giuridicamente superiore , una sorta di aristocrazia, l’unica titolare di diritti nei confronti dello Stato e quindi, più propriamente, nei confronti degli altri cittadini, visto che gli altri cittadini non hanno alcun diritto del genere.
Tale condizione è stata mantenuta e viene mantenuta dal possesso da parte della parte politica che si rifà alla classe dei lavoratori di ogni mezzo di comunicazione di massa, visto che tutti i giornalisti e simili sono lavoratori dipendenti.
La condizione di classe privilegiata, superiore alle altre, non viene smentita dalla condizione economica dei singoli lavoratori, che può essere talora individualmente inferiore a quella di alcuni lavoratori autonomi (ma spesso complessivamente e mediamente ad essi superiore).
L’impiego privato ha teso sempre più a divenire simile all’impiego pubblico tradizionale, mentre l’impiego pubblico si è evoluto nel senso di mantenere i propri originari vantaggi (ad esempio una retribuzione ingiustificatamente superiore all’impiego privato), peraltro aumentando gli stipendi in misura maggiore che nel privato e riducendo per converso la
durata dall’orario di lavoro, divenuto in sostanza un part-time, con il conseguente aumento di insufficienza (se non -sovente- di assenza) della sua produttività, con effetto concretamente e costantemente dannoso per l’economia.
In conclusione, parlando marxisticamente, la classe egemone dei lavoratori dipendenti, pubblici e privati, gode di una rendita, di una plusvalenza derivante dal lavoro degli altri.
Ma l’uso dei poteri di questa classe egemone, nella quale si sta distinguendo appunto l’impiego pubblico, sta devastando l’Italia, distruggendone le basi economiche, mentre finirà col distruggere necessariamente anche se stessa.
* * *
E gli altri lavoratori, in particolare i lavoratori autonomi? Essi costituiscono una classe enormemente cresciuta nel dopoguerra, però senza alcun diritto, come peraltro tutti gli altri cittadini e categorie, ad eccezione della classe dei lavoratori dipendenti.
Per i lavoratori autonomi non esiste alcun diritto di rappresentanza, essi non sono “parte sociale”, non sono mai consultati, anche se sono parte economica rilevante dello Stato.
Una vasta massa di cittadini con le loro famiglie ( e sono milioni di persone) è così priva dei diritti spettanti ad altri. Per essi lo Stato non riconosce l’esistenza di una crisi, ad esempio quella attuale, che li ha colpiti assai più duramente rispetto alle altre categorie, lasciandoli soli con l’incubo degli studi di settore.
I lavoratori autonomi, anche se lavoratori e non capitalisti, non hanno la tutela generale previdenziale ed il welfare degli altri.
Semplicemente non esistono, in quanto non hanno rappresentanza legale o politica come classe, pur essendo pienamente contribuenti; tutto ciò in aperta violazione del noto principio secondo il quale “nessuna tassazione senza retribuzione” .
Non esistono per i mass media, ricchi di considerazioni economiche e politiche per i lavoratori dipendenti.
Tanto meno sono consultati e hanno qualche minimo rilievo politico nella vita dello Stato.
Sono d’altra parte sottoposti ad una tassazione più gravosa rispetto alla categoria dei dipendenti, contro ogni principio di uguaglianza dei cittadini e di riferimento al solo reddito del contribuente, sanciti dalla Costituzione.
Debbono contribuire col loro denaro al benessere dei dipendenti, mentre non accade l’inverso.
Sono in conclusione una classe sfruttata e giuridicamente inferiore alla classe privilegiata.
D’altro canto, essi non desiderano divenire un ceto privilegiato dotato di diritti (o meglio di poteri) sugli altri cittadini, non vogliono divenire dipendenti pubblici o privati. Amano il rischio, che è per loro ragione di vita. Amano il loro lavoro, a differenza dei dipendenti che lo vedono solo come sofferenza, anche se lavorano molto più dei dipendenti, più ore, più
giorni a più anni.
Non vogliono tuttavia essere più sfruttati e perseguitati, rappresentati come sfruttatori o come una classe di inferiori senza diritti, senza voce né cittadinanza. Vogliono l’uguaglianza dei diritti e dei doveri per tutti e quindi l’abolizione dei diritti di classe o di categoria.
Sono orgogliosi di costituire una classe oggi sana ed economicamente portante dell’economia dell’Italia, vivendo unicamente del proprio lavoro ed essendo retribuiti non in base a privilegi di legge o di azione pubblica (che li pongano quindi a carico di altri), ma semplicemente per quello che vale il proprio lavoro secondo il giudizio degli altri cittadini,
cioè del mercato.
Per ottenere ciò che richiedono, ovvero una condizione di uguaglianza, non si possono aggiungere privilegi a privilegi, ma, come in ogni mutamento rivoluzionario, vanno aboliti i privilegi delle caste favorite, ossia i tanto vantati diritti dei lavoratori, che non sono altro che poteri sugli altri, in sostanza per porsi a carico degli altri. Come insegna la storia, la libertà è assenza di diritti/privilegi/poteri del genere che abbiamo descritto, e l’uguaglianza va perseguita mediante l’abolizione di norme, non mediante creazioni di nuove norme per varie categorie diversamente trattate. Va abolita l’ipocrisia dell’art. 3 della Costituzione che, nel primo comma, sancisce la perfetta uguaglianza di tutti i cittadini di ogni categoria e nel comma successivo stabilisce sostanzialmente l’obbligo di un diverso trattamento per le varie categorie.
La vera uguaglianza può essere soltanto la libertà di tutti, consistente nell’assenza di trattamenti di favore per taluni, necessariamente discriminatori per gli altri. Il cammino è lungo, per abolire le posizioni di privilegio a danno dei lavoratori autonomi e per acquistare voce e presenza nella politica e nell’attività dello Stato. Molte leggi vanno riformate, per giungere alla realtà e all’equilibrio dei rapporti sociali, all’abolizione delle posizioni e dei diritti di rendita dei lavoratori dipendenti.
D’altro canto il sistema attuale di privilegio dei dipendenti sta chiaramente crollando. Le imprese non possono più tollerare l’attuale sistema e si ristrutturano chiudendo e riaprendo in luogo diverso, sotto altro nome, con manodopera ridotta, ma ottenendo la stessa produzione, oppure si trasferiscono all’estero. Le imprese rimaste dovranno rifiutare, e stanno rifiutando, l’attuale sistema, pena la chiusura definitiva.
Nel contempo la classe dei lavoratori dipendenti totalmente garantiti si sta articolando in classi differenziate, con in basso la nuova crescente categoria dei precari, mentre emerge la classe superiore dei sindacati. Questi ormai rappresentano prevalentemente pensionati e pochissimi lavoratori, e in sostanza rappresentano solo se stessi, sono mantenuti senza
lavorare per lo stipendio che ricevono, sono una casta aristocratica autonoma, una parte stabile dello Stato con propri poteri e funzioni, anche contro la volontà dei lavoratori o comunque indipendentemente dal loro consenso e dai loro interessi.
Occorre quindi che i lavoratori autonomi siano finalmente presenti, facendo valere la propria voce e reclamando l’abolizione dei privilegi a loro danno.
Essi debbono anzitutto e sin da ora reclamare:

a) l’abrogazione di tutte le leggi e provvedimenti aventi per oggetto provvidenze speciali a favore di qualsiasi soggetto;
b) in particolare l’integrale abrogazione dello Statuto dei lavoratori, introducendo la piena libertà, per i lavoratori autonomi, di contratti individuali di lavoro totalmente indipendenti da disposizioni statali e, per le grandi aziende, la libertà totale di contratto collettivo e solo a livello aziendale;
c) il diritto di partecipazione paritaria a tutte le consultazioni e richieste di consenso o di parere nei casi nei quali i sindacati siano o possano essere chiamati, quindi l’obbligo di loro convocazione in tali casi;
d) l’abrogazione e il divieto di emanazione di ogni norma che sancisca, specie in materia fiscale, trattamenti diversi a seconda delle categorie di appartenenza;
e) il diritto di essere esonerati da ogni forma o criterio di imposizione e contribuzione fiscale o ogni altro titolo non applicati ad ogni altro cittadino;
f) il diritto di godere delle medesime agevolazioni e contribuzioni pubbliche attribuite ai lavoratori dipendenti, solo ove esse siano necessarie;
g) in conclusione, l’abrogazione di tutte le misure discriminatorie che favoriscano talune categorie e comunque risultino anche solo di fatto a sfavore dei lavoratori autonomi.

Ciò darà luogo, quando realizzato, a un forte aumento dell’occupazione e a un aumento delle retribuzioni, volontariamente e liberamente pattuite; al rilancio dell’economia, al rientro di aziende dislocate e all’entrata in Italia di investimenti esteri, che al momento non sussistono; darà luogo a maggiori ricavi fiscali da parte dello Stato, per la creazione di un rapporto di maggiore fiducia da parte di tutti nei confronti dello Stato, con la conseguente possibilità di riduzione delle aliquote fiscali, necessario fondamento di ogni economia in equilibrio ed in prosperità. Il lavoro indipendente accoglie tutti.
Come si disse un tempo, i lavoratori (oggi gli autonomi) non hanno da perdere che le proprie catene. Per questo debbono unirsi, nell’interesse proprio e dell’Italia, al cui governo debbono partecipare.

Giancarlo Mengoli


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1 COMMENT

  1. By francesco, 24 settembre 2017

    ottimo,l’esposizione del problema,io aggiungerei, la liberta’ del lavoro,lo stipendio minimo esentasse a tutti i lavoratori,sia autonomi che dipendenti,trattativa privata tra le parti,e cosa piu’ importante tasse fisse per tutti in modo che chi lavora sa in partenza cosa deve pagare ,e per i lavoratori autonomi sarebbe giusto guadagnare in piu’ rispetto, le ore lavorate , la bravura ,professionalita’ ecc.

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