MADE IN… ITALWORLD

//   28 dicembre 2013   // 0 Commenti

VIGNETTA ARTICOLO SS 01 1024x780Nell’acquistare un prodotto di basso costo, di arredi e oggettistica, abbigliamento e accessori, siamo quasi certi che non sia realizzato totalmente in Italia, nonostante il nome dell’azienda. Quando invece si tratta degli stessi beni, ma nella versione costosa, soprattutto se di pregiato design italiano, non ci è gradito pagare un Made in Italy non reale e creato a basso costo in aree estere.

L’Unioncamere Lombarda ha redatto una chiara guida sull’argomento, indicando che il marchio di origine non ha nessuna rilevanza tributaria ma lo ha come impatto di commercializzazione. Mentre potrei concordare sulla seconda parte, ritengo che l’effetto di contribuzione fiscale subisca comunque un danno ingente, derivato proprio dalle possibilità di fuga della normativa italiana e dalla non consapevolezza dell’acquirente estero.

I Regolamenti CEE e il Codice Doganale Comunitario indicano il criterio dell’ultima lavorazione e trasformazione essenziale, applicabile quando i beni sono interessati da lavorazioni in più Paesi, giungendo alla determinazione che il “Made in…”  possa appartenere a quel Paese dove ha subito “l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata ed effettuata in un’impresa attrezzata a tale scopo, che si sia conclusa con la fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione“.

Inseriamoci nella pratica: se compro la lana merinos in Australia e produco il mio maglione in Italia, io stessa, siamo sicuri che si tratta di Made in Italy, anche se non proprio al 100%.

Se la stessa lana la spedisco in Cina e qualche brava lavorante mi confeziona i pezzi del maglione, poi io li attacco in Italia, incluso di etichetta, come devo considerare il mio prodotto? Se sono brava e riesco a districarmi nelle normative, cogliendo quella giusta, resto sempre nel Made in Italy.

Giungiamo poi alla maggioranza dei casi e… scusate il gioco di parole… non è a caso che i cinesi acquistano aziende italiane, poiché è certo che la nostra manodopera è più cara e le tasse sono più alte. Pertanto, se la lavorante cinese brava a sferruzzare passa i pezzi a un’altra lavorante che li attacca e a me resta solo da appiccicare il cartellino con il nome della mia azienda italiana è chiaro che non si tratterebbe di Made in Italy. Però a me cosa importa, tanto la mia azienda si chiama “Bella Italia” e ha sede magari a Firenze, il mio designer ha copiato uno dei marchi di grido italiani e la mia maglia cinese, tranne che per l’etichetta potrà essere commercializzata in vari Paesi esteri, lasciandomi godere del valore economico aggiunto dal nome italiano… che non necessariamente sarà annoverato tra i ricavi in questa nazione, ma potrebbe anche sostare in un Paese intermedio che importa, prima di inviare a me, il mio prodotto, trattenendo il surplus. Il tutto in modo legale e di grande vantaggio economico e fiscale del produttore.

Dobbiamo asserire che la tutela del Made in Italy ha spinto all’approvazione della Legge 166 del 2009 e a Regolamenti Doganali che sanzionano l’uso del marchio se induce il consumatore a una errata conclusione sull’origine italiana del prodotto. Purtroppo l’obbligo di dare indicazioni precise, come previsto, non scatta in modo automatico ma è limitato a casi specifici, inducento in molte situazioni a false presupposizioni.

A questo punto ho una folgorazione: sarà mica per questo che i cinesi, una volta in Italia si cambiano nome e si appiccicano nomi italiani? Allora come contestare se la mia maglia porta il nome della ditta “Mirella”, qualcuno non me ne voglia se ne esiste una davvero, quando la proprietaria cinese si chiama Mirella pure lei?

Perdonate lo scherzo, ma purtroppo le famose informazioni obbligatorie da porre sui beni, quando non si è trovato il cavillo nelle normative precedenti, possono essere riassunte in: “Prodotto di provienienza Extra UE”, oppure anche con “Prodotto di provenienza UE”, giungendo da un Paese vicino… più consenziente.

Alla fine… un cittadino di altra nazione, che vede in negozio una borsa di un marchio noto o la mia maglia ben confezionata, leggerà l’etichetta principale o guarderà quella nascosta in un angolo della fodera, scritta a carattere da lente d’ingrandimento?

Pensate forse che chiederà il “riassunto delle lavorazioni”? E poi siamo davvero sicuri che gliene importi così tanto, quando vedo i turisti americani acquistare le copie di famosi marchi, vendute sui marciapiedi, affermando: “tanto in America nessuno li sa distinguere”?

Quindi è chiaro che la tutela del Made in Italy è davvero difficile e dovrebbe essere sostenuta da una normativa che offra meno scappatoie interpretative a protezione delle vere capacità italiane e non un low cost d’immagine non controllata.

Per concludere, sono giunta al risultato che per beneficiare seriamente del marchio “Made in Italy 100%” devo chiedere il permesso di soggiorno per la pecora merinos e ospitarla nel mio giardino… e non parliamo di quello che dovrei fare riguardo agli alimenti… meglio rimandare ad altra data questa informativa!

 

Simonetta Stefanini

NGO ASMS Global Compact ONU

mail: info@daedalusmanagement.co.uk

 


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