L’unica prospettiva è l’Europa delle patrie

//   1 marzo 2012   // 0 Commenti

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La crisi Unione europea che stiamo vivendo trova origine nella debolezza culturale, prima ancora che politica, del processo di unificazione e della stessa filosofia che sottende alla sua costruzione.
Non vi è dubbio che l’Europa attraversi una crisi di struttura e non solo finanziaria ed economica. La verità è che oggi appaiono indeboliti gli stessi fondamenti di quella che chiamiamo la civiltà europea e cioè l’affermazione della centralità della persona e della comunità – ed in particolare delle comunità intermedie naturali e volontarie – e dei connessi diritti, l’economia sociale di mercato, lo stesso sistema di garanzie sociali.
È chiaro perciò, come ha scritto Giovanni Reale nelle “Radici culturali e spirituali dell’Europa” che «non basta più una Carta costituzionale dell’Europa redatta in maniera astratta e prevalentemente su basi giuridiche ed economiche, non basta questo tipo di Costituzione a creare il cittadino europeo».
Finora i Governi e le classi dirigenti europee hanno voluto realizzare un’area nella quale persone, capitali e merci possano circolare liberamente, in un’ottica esclusivamente economicistica. In tale contesto, si spiegano i segnali di euroscetticismo provenienti dalle singole opinioni pubbliche nazionali, nonché il radicalizzarsi delle prese di posizione degli Stati membri.

In effetti l’Unione Europea non è, e non può essere, soltanto una zona economica di libero scambio. Essa è soprattutto, o avrebbe dovuto essere, e fin dalle origini, un organismo politico; una terra di diritti; una realtà che non si contrappone alle nostre patrie nazionali, ma le collega e le completa. E’, o avrebbe dovuto essere, un soggetto politico che non nega l’identità dei nostri Stati nazionali, ma li rafforza di fronte alle grandi sfide di un orizzonte sempre più vasto.

Questa concezione viene ancor più confermata oggi dagli scenari internazionali attuali e futuri, caratterizzati dal protagonismo dei sub-continenti indiano, cinese e dell’america latina, dalla fine della guerra bipolare Est-Ovest e dalla nascita della contrapposizione mondo occidentale ed Islam, che dovrebbero indirizzare ed incoraggiare l’Europa verso la costruzione di un soggetto politico forte ed unito.
Questa sfida si potrà vincere solo partendo dalla riscoperta dell’identità europea come elemento fondante delle istituzioni politiche.
L’obiettivo strettamente economico ha dimostrato infatti di poter funzionare – la decisione di aderire o meno all’Unione dei nuovi Paesi ebbe motivazioni eminentemente economiche – in un contesto espansivo e di sviluppo lineare. In breve, quando tutto va bene e non nascono problemi, la Unione Europea funziona.
Quando, invece, aumentano i timori per l’incertezza futura e per le conseguenze della crisi finanziaria ed economica, si affacciano spinte populistiche nazionali e visioni particolaristiche, che stanno mettendo a rischio l’intero edificio comunitario.
Eppure la globalizzazione avrebbe dovuto distruggere lo Stato-nazione. I trasporti e le comunicazioni avrebbero dovuto cancellare i confini e reso il mondo più piccolo. Le reti transnazionali, le organizzazioni internazionali e le istituzioni multilaterali avrebbero dovuto soppiantare i legislatori nazionali. Invece sono stati gli Stati nazionali a salvare le banche, ad immettere liquidità nel sistema finanziario, a lanciare stimoli fiscali ed assicurare ammortizzatori sociali ai disoccupati. Il G-20, il Fondo monetario internazionale e le Istituzioni comunitarie non hanno fatto niente finora per evitare le crisi finanziarie.
Al momento, il laissez-faire del mercato che si autoregolamenta da sè e la tecnocrazia internazionale non hanno fornito una valida alternativa allo Stato-nazione.
Anzi l’attaccamento allo Stato-nazione rimane piuttosto forte.
Un’indagine condatta dal World Values Survey in diversi Paesi dimostrò che il numero di chi si considerava cittadino nazionale superava di gran lunga chi si considerava cittadino del mondo e che l’identità nazionale prevale persino sull’identità locale. Solo i cosiddetti intellettuali snob e radical chic, che appartengono all’alta società, si dichiarano cittadini del mondo.
Per tali motivi l’Europa, l’Europa delle Patrie e delle Nazioni, tutte con parità di dignità e di diritti, si trova di fronte ad un bivio: o guardare alla sua storia millenaria, ritrovare le sue radici profonde e i valori di civiltà, solidarietà ed identità, ovvero scivolare verso un progressivo svuotamento delle istituzioni comunitarie con il conseguente indebolimento degli stessi Stati membri, o, addirittura, assistere alla deflagrazione di tutta l’area con il tramonto di un sogno.
Appaiono particolarmente appropriate pertanto, nella ricerca dell’elemento unificante, le affermazioni che l’allora cardinale Ratzinger pronunciò nella Biblioteca del Senato nel suo intervento proprio sull’Europa: “… la fissazione per iscritto del valore e della dignità dell’uomo, di libertà, eguaglianza e solidarietà con le affermazioni di fondo della democrazia e dello stato di diritto, implica un’immagine dell’uomo, un’opzione morale e un’idea di diritto niente affatto ovvia, ma che sono di fatto fondamentali fattori di identità dell’Europa…”. Il cammino dell’Europa cioè potrà riprendere e diventerà più saldo e spedito se riformerà le sue istituzioni progettando la costruzione di un vero e proprio soggetto politico che incarnerà tali valori.
L’Europa unita è oggi una realtà consolidata, dalla quale è praticamente impossibile che gli Stati membri possano prescindere.

La comune matrice della cultura europea costituisce l’effettivo nucleo identitario delle comunità e delle nazioni aderenti all’Unione.
L’Europa perciò deve riprendere il cammino intrapreso andando oltre l’integrazione economica e finanziaria per puntare con decisione alla creazione un soggetto politico omogeneo e coeso, che coinvolga popoli e comunità.
Ed allora risulta improcrastinabile aprire una nuova stagione di riforme istituzionali per rilanciare il dibattito sulla stessa idea di unità europea, consapevoli che bisognerà salvaguardare l’identità, esaltandone le radici, dei singoli popoli e di tutte le nazioni.


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