L’industria 4.0 è anche lavoro: serve uno sprint sulle competenze

//   24 novembre 2017   // 0 Commenti

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Il Piano nazionale per la quarta rivoluzione industriale ha dato una scossa agli ordinativi di macchinari e apparecchiature connesse. Ma la trasformazione digitale non è solo tecnologia e senza skill si rischia una rivoluzione a metà. Una sfida di sistema che non ammette temporeggiamenti.

Il lancio del Piano nazionale industria 4.0 ha visto la luce a inizio anno, presentandosi come una politica industriale basata sullo sviluppo tecnologico trasversale e non sul sostegno ad alcuni settori verticali. Gli importanti sgravi fiscali di sostegno agli investimenti sull’innovazione digitale hanno dato i frutti sperati: tra iper-ammortamento, super-ammortamento e Nuova Sabatini gli ordinativi interni di macchinari, apparecchiature elettriche, macchine elettroniche ed altri apparecchi aumentati di oltre 10 punti percentuali fra gennaio-giugno 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente. Non è però sul fronte della corsa tecnologica che l’industria 4.0 italiana sta mostrando debolezze, bensì su quello delle competenze digitali. Un ambito tutt’altro che secondario della quarta rivoluzione industriale, che richiede un impegno notevole da parte di tutti gli attori coinvolti da questa partita, dal governo alle aziende passando per la scuola.

L’esecutivo ha previsto nella Legge di Bilancio 2018 un credito d’imposta al 50% per le spese destinate alla formazione in materia di trasformazione digitale, con l’obiettivo di smuovere le acque anche su questo versante. Una misura che si aggiunge allo spostamento del focus del Piano Calenda dall’industria 4.0 alla formazione 4.0, che prevede un ruolo più attivo del ministero del Lavoro e del Miur, perché l’integrazione di tecnologia e dati all’interno dei processi produttivi tradizionali richiede non solo investimenti, ma anche le competenze adeguate per gestire e sostenere questa trasformazione. A sottolineare questo aspetto è anche l’ultima edizione dell’Osservatorio sulle competenze digitali 2017, realizzato da Aica, Assinform, Assintel e Assinter in collaborazione con l’Agid e il ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, che sottolinea la necessità di favorire l’affermazione di una nuova cultura digitale, agendo sulle skill e sulle qualificazioni.

Le filiere italiane, spiega il report, scontano oggi molti vincoli allo sviluppo delle competenze e delle conoscenze digitali che contano. Per quel che riguarda in generale tutte le professioni, il nostro Paese non soddisfa l’offerta aziendale di formazione o aggiornamento verso competenze digitali, con una diffusione di cultura digitale molto eterogenea. Scendendo nel dettaglio delle professioni Ict, lato domanda si assiste a una crescita del fabbisogno di laureati con competenze strategiche e in aree tecnologiche emergenti, mentre lato offerta non si riesce a colmare il gap. E nel frattempo si genera invece un eccesso di diplomati nell’ambito delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione. Questo scenario, si legge nel rapporto, richiede due ambiti di azione: interventi di tipo orizzontale per tutte le professioni, con l’obiettivo di ridurre l’eterogeneità nella diffusione della cultura digitale e delle competenze digitali di base; interventi di tipo verticale, per aumentare la “pipeline” di laureati e specialisti Ict. Il problema è che la quarta rivoluzione industriale non aspetterà più di tanto.

La velocità di penetrazione e diffusione delle nuove tecnologie è infatti il tratto distintivo di questa era 4.0. Ne sanno qualcosa le compagnie che sono nate e cresciute a pane e tecnologie, alle quali il sistema Paese chiede infatti uno sforzo qualitativamente e quantitativamente importante per sostenere le nuove frontiere del lavoro. Alcune di queste si stanno muovendo per sostenere la formazione digitale e seguire le indicazioni del tagliando al piano Calenda, che ha messo in luce l’importanza del lavoro per lo sviluppo dell’innovazione in Italia. Ad esempio, Ibm ha coinvolto nel corso di quest’anno 2.200 ragazzi con più di 1.500 ore di formazione sui big data, sul cognitive computing e sul coding tramite il programma “Digitale per Fare”. Il colosso statunitense ha inoltre stretto alcuni accordi di collaborazione con diverse associazioni, come Assolombarda e le divisioni territoriali di Confindustria, per portare l’industria 4.0 nella didattica degli istituti tecnici superiori. E ha dato vita ad alcuni master e corsi di studio in tandem con le università italiane e altri centri di formazione.

Un’altra realtà del panorama hi-tech italiano che sta scommettendo sulla formazione è Cisco, che da gennaio 2016 sta lavorando alla diffusione delle nuove competenze con il piano “Digitaliani”. Un’iniziativa triennale che vanta un investimento da 100 milioni di dollari e che in quasi due anni di attività ha portato migliaia di studenti, laureandi, laureati e persone ai suoi corsi dedicati all’IoT, alla cybersecurity e agli altri temi caldi. L’impegno di Ibm, Cisco e degli altri grandi player hi-tech si sta rivelando un alleato del sistema Paese nella difficile partita delle competenze digitali, che non è una di quelle sfide che si può pensare di non vincere. Non ne va infatti solo di chi sta connettendo la fabbrica, visto che nell’arco di un anno in concetto di trasformazione digitale è uscito dai confini manifatturieri, allargandosi a tutti gli ambiti economici. E questo è un altro importante motivo per togliere definitivamente il freno a mano dell’assenza di competenze.

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