Lettera aperta a Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi

//   29 marzo 2013   // 0 Commenti

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Gent.ma signora,
chi le scrive ha lavorato per oltre 40 anni al Ministero dell’Interno, solo gli ultimi 20 alla Direzione Investigativa Antimafia. Un Poliziotto che ha svolto il proprio ruolo con coscienza, anche quando ha dovuto proteggere “collaboratori di giustizia”, nonostante fossero stati rei di numerosi ed efferati fatti di sangue.
Le dico questo, signora, non certo per accampare apprezzamenti, né per pretendere sostegni di sorta. La morte di suo figlio è tanto più forte e dolorosa quanto puerili e risibili possono apparire questioni e giustificazioni davanti a cotanta perdita.
Solidarizzo con lei e disapprovo totalmente e non biasimo il comportamento di alcuni poliziotti teso a manifestare pubblicamente a favore di colleghi, peraltro, condannati e difficilmente difendibili. Nel contempo esprimo il dolore di quei molti, direi la quasi totalità di tutori dell’ordine estranei e obiettori convinti di violenze, abusi e prepotenze gratuite nei confronti di chicchessia.
Il nostro, cortesissima signora Moretti, è un maledetto lavoro pregno di difficoltà estreme insite nel ruolo che la sicurezza e la salvaguardia dell’ordine pubblico impone.
Il rischio di incappare in eccessi e condizionamenti non sempre dipendenti dalla volontà di chi la esercita è, purtroppo, sempre in agguato. Nulla a che vedere con fatti dolosi o colpevoli, sia chiaro, dai quali prendo le distanze nettamente, giacchè la vita umana non ha prezzo e deve essere sempre e comunque salvaguardata costi quel che costi.
La sua indignazione, giustificata naturalmente, ha riaperto la ferita, mai chiusa, tra il sempre vivo ed atavico scontro tra chi rappresenta le Istituzioni e chi scende in “piazza”, pronto a dileggiare una categoria la cui stragrande maggioranza non ha colpe e lavora in silenzio a costi altissimi.
Le minacce e le ingiuriose frasi diffamatorie apparse sul Web riflettono tragicamente la realtà e dimostrano inequivocabilmente quanto sia ancora distante il divario tra l’ordine costituito e chi è pronto a lucrare su eventuali sventurati episodi, seppure accaduti per supponenza o prepotenza degli uomini in divisa.
Non giustifico nessuno, né assumere difese corporative o di giubba. Intendo, con questa mia, arrogarmi il diritto di non sentirmi colpevole e giudicato solamente perché sono stato un appartenente a quella classe dalle quale oggi lei ha dichiarato prendere le distanze e di non fidarsi più.
Peccato. Seppure, condivido il suo dolore e l’amarezza per la perdita di un figlio, non riesco a sopportare l’idea di essere accumunato a chi esercita poteri al di fuori di norme civili, in primis al di fuori dei canoni della morale e dall’etica, poi dalle regole deontologiche e disciplinari. Le confesso che nel corso della mia carriera ho sgomitato dentro l’apparato come pure all’esterno dimenandomi tra mentalità retrograde e punti di vista “razziste” di chi ambiva ad isolava e ghettizzare un lavoro che nella maggior parte dei casi deprime e lascia amarezze di fondo difficilmente recuperabili.
Non per convincerla, ma sono altrettanto sicuro che nella sua città lavorano Poliziotti diligenti e comprensivi, magari anche quelli che hanno inscenato in piazza una protesta probabilmente mal interpretata e, poi sgretolata, magari, in frasi ed atteggiamenti poco edificabili.
Vorrei tanto farla ricredere, mi piacerebbe che potesse rivedere le sue affermazioni e potesse ancora credere nel ruolo di chi la sostiene e continuare a fidarsi ancora della Polizia di Stato, nonostante l’esperienza orribile che ha dovuto e deve sopportare.
Mele marce ce ne sono e quelle cadono presto dall’albero sul quale crescono e sono visibili tanti buoni frutti che può cogliere e gustare con soddisfazione. E’ presto per dirlo? Forse no, forse sono ancora in tempo per convincerla a rivedere il giudizio estremo avverso un comparto che esprime valori a salvaguardia della libertà di tutti noi.
Le auguro ogni bene.


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