La stretta creditizia

//   20 febbraio 2012   // 0 Commenti

credito pa

Per gli esperti credit crunch.
Per arrivarci, in questo caso, basta aver letto qualche fumetto. Ma non è sempre così e la predilezione di chi si occupa di finanza per la terminologia inglese non si giustifica sempre con la sinteticità dell’inglese. Giocano anche altri fattori: moda; colonizzazione culturale; e, non ultimo, il latinorum di manzoniana memoria, ovvero l’utilizzo di terminologia in lingua originale per darla a intendere, se non proprio per gabbare, la controparte. Esistono infatti in italiano termini perfettamente corrispondenti a quelli inglesi.
Dunque stretta creditizia. E’ forse uno degli effetti più preoccupanti della crisi in atto, prevedibilmente più lunga di quanto si vorrebbe credere. E giustamente è alto l’allarme nel mondo dell’impresa, soprattutto piccola e media, da sempre fortemente dipendente dal credito bancario.
Le banche, specie in Italia, si dichiarano con la coscienza a posto e non di rado si atteggiano a vittime di una bufera nata altrove. In parte corrisponde al vero, ma anche il nostro sistema bancario non è immacolato come pretenderebbe d’essere: perché, richiamando quanto si diceva in premessa, quando si adotta un codice linguistico, se ne è anche già acquisita la cultura di cui è espressione.
C’è stato un ventennio, quello degli anni ’80 e ’90, in cui anche da noi le banche hanno erogato il credito con allegria. Si riversavano soldi sui richiedenti con la stessa facilità con cui a carnevale si lanciano manciate di coriandoli. Furono gli anni in cui, spingendo sul credito al consumo, senza il minimo criterio prudenziale rispetto alla capacità di rimborso del creditore, le banche trasformarono rapidamente un popolo tradizionalmente risparmiatore in un popolo di indebitati. E non solo, si badi, in termini di mutui immobiliari, che in fondo finanziano un solido investimento familiare; ma soprattutto, attraverso la forma tecnica del “prestito personale”, per un consumo il più delle volte voluttuario: vacanze, viaggi, abbigliamento, elettronica, automobili e moto ; un menu quanto mai variegato. E produttivo di un mercato drogato.
Non diversamente sul versante delle imprese. Si aumentavano i fidi senza andare troppo per il sottile; a volte offrendo l’aumento prima ancora che se ne manifestasse la domanda. E in taluni settori produttivi, vedasi l’immobiliare, si finanziava in toto, dall’acquisto del terreno, alla edificazione per avanzamento lavori, praticamente senza che l’imprenditore impegnasse di suo un quattrino; con ciò contribuendo in maniera determinante alla creazione di quella bolla immobiliare che prima o poi doveva scoppiare. Ed è l’attualità con tutte le sue vittime.
Un ventennio in cui si abbandonò l’uso dei tradizionali criteri di erogazione del credito: ovvero la conoscenza diretta da parte della banca, attraverso i propri uomini, dell’imprenditore e dei suoi progetti produttivi e di sviluppo. Un rapporto diretto fra persone, in cui da una parte ci si doveva confessare con sincerità, e dall’altra si doveva capire quanto ciò che veniva dichiarato corrispondeva al vero; ma anche quanta passione imprenditoriale, quanta conoscenza del proprio mercato e quanta determinazione c’era nel perseguire il progetto esposto.
Tutto ciò è finito di colpo. Gli accordi di Basilea, come sempre solo provvedimenti esterni riescono ad imporci mutamenti, hanno rappresentato il confine rigido fra il prima e il dopo.
Il contatto con l’imprenditore, quando c’è, è tutt’al più telefonico. E si sa che guardarsi negli occhi è tutta un’altra cosa. La pratica di fido, è un aggregato di dati statistici che dicono molto sul piano dei numeri, ma non possono rivelare nulla di quel tanto di incommensurabile che c’è in qualsiasi attività umana: determinazione a lottare, disponibilità al sacrificio, capacità di affrontare le difficoltà. Valori che non contano più; che non entrano più in una ponderata valutazione del rischio.
Perché dopo aver gettato quattrini dalla finestra come i pezzetti di carta a Manhattan durante le “parate degli eroi”, le banche hanno cambiato rotta e sono passate all’estremo opposto: non danno più credito per non assumersi più il minimo rischio.
Ma questo mutamento di atteggiamento coincide, guarda caso, con il periodo in cui i tassi sono più bassi e, conseguentemente, la forbice fra tassi attivi e passivi si fa sempre più stretta. E ovviamente meno remunerativa.
E le banche rinunciano sempre più all’attività propria per andare a cercare profitti altrove: nell’attività finanziaria pura; nella speculazione in proprio o per conto della clientela. I margini di profitto sono più alti e assicurano risultati di bilancio che consentono di mantenere elevati, spesso assurdamente tali, i compensi dell’alta direzione.
Perché qui sta il vero cuore del problema. Quando il top management si è abituato a compensi annuali plurimilionari, è difficile per non dire impossibile che rinunci spontaneamente a guadagnare di meno.
La sola moral suasion, tanto per stare in tema di anglicismi, da parte delle istituzioni è destinata a produrre scarso effetto. Occorrono misure più condizionanti.
Un’azione sicuramente efficace potrebbe essere quella di agire sulla leva fiscale. Diversificare l’imposizione fiscale applicando aliquote nettamente più pesanti alle voci di bilancio che si riferiscono all’attività finanziaria rispetto a quelle riconducibili all’attività di intermediazione creditizia, potrebbe portare a una decisa inversione di tendenza: se c’è una cosa che i banchieri sanno fare bene sono i conti.
Ma chi sarebbe disposto a scommettere che a imporre misure del genere sia il governo dei tecnocrati (e dei consiglieri, diretti o indiretti, di Banca Intesa)?


Articoli simili:

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *