La Serbia crocevia politico ed economico dello sviluppo balcanico

//   9 dicembre 2013   // 0 Commenti

serbiaDopo la Croazia le strategie della Comunità Europea si dirigono verso i Balcani, sostenendone l’organizzazione e lo sviluppo anche con fondi specifici. Siamo già entrati, lo scorso 25 settembre, nella fase preparatoria per l’inizio dei negoziati che valuteranno l’adesione della Serbia all’Unione e oggi ci troviamo di fronte a una nazione sta assumendo in modo crescente la regia dello sviluppo imprenditoriale dell’area balcanica, attraendo ingenti capitali dalla Russia, Cina, Israele, Turchia, Inghilterra e USA. La sua posizione strategica le ha consentito di elevarsi a una delle nazioni con la maggiore crescita degli ultimi anni, supportata anche dagli accordi di libero scambio siglati con la Turchia, la Norvegia, la Svizzera, l’Islanda, il Liechtenstein, il Kazakhstan e la Russia stessa.

La Serbia si assume il ruolo di leadership affiancando anche la Bosnia, il Kosovo e il Montenegro, proponendo incentivi, sia fiscali che finanziari, dedicati alle aziende estere che vogliono inserirsi in questo nuovo mercato e creare occupazione locale. Non dobbiamo però credere di approcciarci a una professionalità a basso costo e poco qualificata, al contrario, le università immettono nel settore lavorativo circa 43.000 laureati all’anno, di cui un buon terzo proveniente da competenti facoltà tecniche. E come molti altri, vorrei ascoltare di iniziative simili, ma volte a sostegno dell’Italia, per attrarre capitali e investitori, mentre invece leggo di promozioni sostenute dal Ministero dello Sviluppo Economico e Unioncamere, dove si invitano le aziende italiane a partecipare a “Missioni Imprenditoriali” e fra le tante anche a Belgrado, sbandierando che oggi solo in Serbia “… sono presenti oltre 500 aziende italiane, per un giro d’affari di circa 2,5 miliardi di euro, attratte da un prezzo del lavoro più favorevole e anche da un efficace sistema di incentivi e di esenzioni fiscali…”. Chissà perché tutto questo mi suona tanto come un controsenso: invitare i nostri a emigrare, invece di costruire sul territorio, e sarei tentata di entrare nei costi di queste spedizioni accompagnate, spesso politiche e inconcludenti, dove è previsto un all inclusive di viaggio, soggiorno e promettenti “incontri d’affari con potenziali controparti locali”, ma rischierei di immettermi in una polemica riguardante una constatazione sulle vere capacità future delle PMI italiane dopo questi spostamenti produttivi.

Non controbatto sugli esponenziali sviluppi imprenditoriali di queste aree, facendo io stessa parte dell’East West Bridge (www.ewb.rs), un’organizzazione dedita al consolidamento degli aspetti politici, economici e culturali, con base in Belgrado e connessa alla Commissione Trilaterale, fondata da leaders internazionali del calibro di David Rockefeller e che annovera fra i membri anche gli italiani Mario Monti, Enrico Letta, Marco Tronchetti Provera, Paolo Andrea Colombo e Alessandro Pansa, ma dopo anni dedicati allo sviluppo internazionale di aziende, non posso che notare con quale leggerezza si continuano a proporre tali “missioni”, ai fini di una delocalizzazione imprenditoriale in aree, come questa, che di semplice non hanno niente, tantomeno i rapporti lavorativi e dove pure gli USA ne sono usciti sconfitti perché non entrati alla perfezione nel meccanismo.

Non risulta sufficiente essere dotati di buona volontà e capacità imprenditoriale, oltre a possedere un buon budget economico, poiché i finanziamenti giungono quando si è dimostrato di essere indipendenti economicamente e si sono posate ben ferme le basi aziendali sul territorio, soprattutto in un terreno dove i rapporti personali indicano la direzione da intraprendere, non posizionando certamente la Serbia fra i Paesi dove andare all’avventura, ma fra quelli che possono supportare un’azienda produttiva se è già organizzata e non in fase di start up.

In una sua ultima affermazione, Jovan Kovačić, Presidente dell’East West Bridge e membro del Consiglio della Commissione Trilaterale, afferma che “Il futuro sviluppo di queste aree si fonda su investimenti esteri nel settore dell’energia, come le mini centrali idroelettriche, e sfruttando il proprio territorio come area di ponte tra la Russia e l’Europa, in un progetto teso a consolidare la sicurezza energetica dell’Ovest, tagliando fuori l’instabilità del Medio Oriente”, dove la mossa principale è rappresentata al meglio dal gasdotto “South Stream”, citato come il più importante sistema di distribuzione del gas dalla Russia, che attraverso la Bulgaria, la Grecia e il Mar Adriatico giungerà anche fino alla nostra Puglia. È chiaro che la necessità di attrarre aziende produttive in loco è fondamentale per la crescita e l’impiego della popolazione, come attività parallela e non principale, mentree invece non è così chiaro quanto tutte le agevolazioni attuali perdureranno nel tempo, una volta consolidati i programmi base e soprattutto dopo l’ingresso in Europa.

Ne risulta perciò che un approccio a queste nuove realtà, così distanti dalla mentalità italiana, sia giusto, ma solo in nel contesto di una valutazione approfondita delle reali possibilità aziendali, valutate in modo professionale e soprattutto cautelativo verso i futuri partner e loro sostenitori, poiché nei Balcani la capacità lavorativa non è l’elemento più pesante di una possibile partnership…

Simonetta Stefanini

NGO ASMS Global Compact ONU

mail: info@daedalusmanagement.co.uk

 


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