La salute tra le forche caudine
// 3 agosto 2012 // 0 CommentiIl dramma che si nasconde dietro la vicenda giudiziaria dell’ILVA di Taranto riassume una verità agghiacciante con la quale Eduardo Segantini sul Corriere della Sera di venerdì 27 luglio ha sottolineato nel suo commento dal titolo veramente significativo, “quel bivio ingiusto tra occupazione e salute”.
L’ILVA, posto parzialmente sotto sequestro dalla magistratura del capoluogo pugliese, è la più grande acciaieria d’Europa. Fondata nel 1961, è decimo produttore mondiale di acciaio, un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove cioè avvengono tutti i passaggi che portano il minerale dal ferro all’acciaio. Il fulcro della produzione sono i cinque altoforni, dove viene prodotta la ghisa. Ognuno di essi è alto più di40 metri e ha un diametro tra 10 e i15 metri.
L’ILVA di Taranto produce da sola circa 9 milioni di tonnellate l’anno e il Gruppo Riva nel suo complesso ne produce più di 17. L’Italia è un paese esportatore di acciaio, ma la produzione italiana è importante anche per il mercato interno. Uno dei settori più importanti per l’export italiano è la meccanica, cioè le macchine per uso industriale. Per mantenere competitivo questo settore è molto importante potersi rifornire in Italia di acciaio a buon prezzo (che altrimenti andrebbe importato dalla Germania).
Il Gruppo Riva è il proprietario dello stabilimento, lo scettro della Presidenza è detenuto dal decano Emilio Riva, finito agli arresti domiciliari insieme al figlio Nicola. I Riva acquistarono dallo Stato l’impianto di Taranto nel 1995. Inquegli anni lo stato vendette tutta l’industria pubblica dell’acciaio, che dagli anni Ottanta si trovava in grave crisi. Da anni comitati cittadini e ambientalisti contestano l’impianto dell’ILVA, accusandolo di inquinare l’aria e provocare malattie. Nell’ordinanza il gip Patrizia Todisco, nella quale ha disposto il sequestro e gli arresti, ha scritto che l’impianto è stato causa e continua a esserlo di “malattia e morte” e “chi gestiva e gestisce l’ILVA ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Allo stesso tempo i lavoratori e i sindacati difendono l’impianto e l’azienda e hanno annunciato scioperi.
Gli altoforni e il resto dell’impianto, però, non sono ancora stati spenti. Ma la chiusura della produzione non è una procedura semplice. Il professor Donato Firrao, che insegna metallurgia al politecnico di Torino, ha spiegato che ”un altoforno ha una vita operativa di 15 anni durante la quale deve restare acceso. Lo spegnimento può causare un guasto irreparabile dell’altoforno. In ogni caso, dopo uno spegnimento, anche nel caso l’altoforno non si guasti, sono necessari dagli 8 ai 15 mesi per riattivarlo”. Sul sequestro prenderà una decisione finale il 3 agosto il tribunale del riesame.
Questi i fatti ed il “diritto”.
Il rovescio della medaglia, invece, e che “l’Italia non può essere posta davanti a un’alternativa-ricatto e costretta a scegliere tra lavoro e salute”.
Che mondo è quello che stiamo costruendo e che lasciamo ai nostri figli costretti a scegliere tra diritti inalienabili. Sarebbe come dire: vuoi lavorare? Accettane i rischi! Che, attenzione, non sono gli stessi in capo a chi riveste una divisa che di suo è chiamato a fronteggiare il rapinatore o il mafioso. Un’eventualità, scritta e prevista nei compiti del Tutore dell’Ordine e della Sicurezza Pubblica. Qui ci troviamo di fronte a rischi non concordati, scongiurati dalla legge attraverso norme precise e severe dirette alla tutela dei luoghi dei lavoratori (legge 626 e successiva legge 81).
Emanuele Morandi, presidente di Siderweb, ha sostenuto che il fermo della produzione all’ILVA di Taranto potrebbe costare lo 0,15 per cento del PIL, considerando solo l’attività dell’impianto, e lo 0,165 per cento considerando anche l’impatto sul resto dell’industria. In questo caso, per la prima volta dagli anni Cinquanta, l’Italia tornerebbe ad essere un paese importatore di acciaio.
Tradotto: tutto si riduce ad un problema legato al Dio denaro.
Inquadrare le priorità e condizionare le scelte sul dilemma lavoro-salute nel momento in cui il nostro Paese subisce una grave crisi finanziaria ed occupazionale, per la verità rimane difficile. Gli stessi provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria di Taranto rischiano di apparire tardivi e controtendenza. Gli sforzi per aprire la fabbrica si stanno pianificando, ma perché non condizionarli all’obbligo di effettuare tutte le iniziative necessarie che possano bonificare e rendere ad impatto zero il problema ambientale?
Il protocollo d’intesa siglato a Palazzo Chigi, pochi giorni or sono, tra il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini e le parti sociali, è senza dubbio un passo avanti verso una risoluzione soft della vicenda, sempre che il magistrato ne disponga il dissequestro. Possiamo dire che la questione sia in fase di risoluzione, quindi? Mi piacerebbe dire di sì. Già, perché non tutti sanno che tra il Governo e il Gruppo Riva è intercorsa una diatriba amministrativa presso il Tar che nel frattempo ha respinto la richiesta dell’Esecutivo che intendeva costringere la proprietà ad investire all’interno dello stabilimento, assumendosi l’onere solo per ciò che concerne l’esterno. Ora si attende la pronuncia del Consiglio di Stato.
Una riflessione va fatta sul modo in cui si applica la giustizia in questo Paese. Un termine di paragone mi è stato offerto dalla vicenda accaduta a Milano dove il provvedimento Comunale che aveva disposta l’interdizione alle autovetture nella fantomatica Area C, è stato annullato. Una decisione che il Comune era stata costretta ad adottare dopo l’aumento vertiginoso dei limiti di inquinamento registrato in città a causa delle polvere sottili e dei gas di scarico delle autovetture in circolazione. Ebbene, quì il magistrato ha dato ragione al titolare di un garage privato del centro milanese che si era sentito danneggiato per la mancanza di clienti dovuti alla chiusura al traffico, mettendo in secondo piano la tutela ambientale e quella dei cittadini. A Taranto si è agito con motivazioni e soluzioni differenti.
Che Paese!
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