LA RIFORMA DEL TERZO SETTORE E LE SOCIETÀ BENEFIT

//   21 settembre 2018   // 0 Commenti

volunteers-2654004_1920

Sembrava una buona idea quando la Legge di stabilità 2016 n. 208 aveva sancito l’avvio delle Società Benefit, ibridi societari copiati dalle B-Corp americane. Ovvero nuove strutture deputate a svolgere un’attività d’impresa con lo scopo di dividerne gli utili e, contestualmente, svolgere finalità di beneficio per la società, operando in modo sostenibile e trasparente, unendo i temi profit/no-profit in un’unica mission.

La riforma del Terzo Settore, spinta dalla Comunità Europea, e recepita in Italia con la Legge 106 del 6 giugno 2016, ha stravolto questo panorama innovativo.

Purtroppo nella riforma si tiene conto solo dell’Impresa Sociale, che svolge attività di business solo ed esclusivamente con lo scopo no-profit, lasciando le Società Benefit nel limbo dell’incertezza senza collocarla in nessun ambito preciso.

Mentre l’Impresa Sociale è inserita tra gli Enti del Terzo Settore, definendone i limiti operativi in modo chiaro, la riforma evidenzia un evidente contrasto legislativo per la Società Benefit, non chiarendo in che modo potrebbe svolgere il proprio ruolo di no-profit, non essendo esso riconosciuto e defiito.

In questo contesto, una società che voglia svolgere compiti di benefit per la società, per restare in un quadro normativo corretto, a detta dell’Agenzia delle Entrate, dovrebbe rispettare lo schema di donazioni a una no-profit con ruolo e scopi definiti e non identificarsi in ambedue i ruoli.

Anche in questo punto siamo inseriti in un’Europa diversa fra i Paesi membri, dove fino a oggi solo in Italia esistevano le Onlus, (dico esistevano perché la riforma dl Terzo Settore le trasforma), mentre nel resto del mondo esistono le ONG. Un’Europa dove ci sono normative che consentono, in modo controllato, le società che svolgono attività di business e attività sociali. Considerando poi che l’Europa ha definito le linee guida delle normative del Terzo Settore nel luglio 2017 e in Italia forse saremo pronti a metà del 2019, c’è da riflettere sulle tempistiche con cui si attuano le strategie europee in Italia.


Articoli simili:

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *