La previsione di Cantone e la corruzione di sistema

//   14 aprile 2015   // 0 Commenti

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Secondo il presidente dell’Autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone, il prossimo futuro ci riserva l’esplosione di nuovi scandali provenienti dal mondo delle cooperative tradizionalmente legato a quello della sinistra. È da escludere che Cantone possa poggiare questa previsione sulla convinzione che una parte dei dirigenti delle cooperative siano stati colpiti da un qualche misterioso morbo che li spinge a compiere individualmente comportamenti corruttivi. Più probabile che il presidente dell’Anticorruzione si sia convinto che i fenomeni di corruzione non siano solo frutto delle debolezze degli uomini, ma anche delle carenze del sistema dei rapporti esistente da decenni tra amministrazioni pubbliche e cooperative “rosse”. E abbia formulato la propria previsione dando per scontato che questi rapporti malati non possano non continuare a produrre conseguenze penalmente rilevanti.

Quella di Cantone non è una tesi azzardata. È una convinzione fin troppo generalizzata. Nella Prima Repubblica tutti sapevano come funzionava il sistema degli appalti pubblici con quote fisse e rigide alle aziende vicine alla Democrazia cristiana, a quelle vicine al Psi ed ai minori partiti laici ed alle cooperative rosse legate a stretto filo all’allora Pci. La rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite ha scardinato la parte di quel sistema riguardante i partiti democratici, ma ha lasciato intatta la parte relativa alla sinistra ed alle sue cooperative. E da allora ad oggi questa condizione di favore, aiutata dal crescente predominio politico delle forze di sinistra sulle amministrazioni locali, ha allargato a dismisura la “quota” originaria delle cooperative. Il difetto di sistema è tutto qui. Non nel progressivo degrado morale dei singoli dirigenti, ma nell’intreccio sempre più ampio e più stretto tra apparati pubblici e mondo cooperativo legato a chi occupa gli apparati pubblici.

Naturalmente accanto a questo difetto ve ne sono anche altri. Perché, come ha dimostrato il Mose, l’Expo ed una serie infinita di altri scandali, gli eredi dei partiti democratici della Prima Repubblica e le aziende a loro collegate direttamente o indirettamente non sono rimasti con le mani in mano. Hanno occupato quanto più hanno potuto. Alla faccia di quanti, a dispetto del fallimento di Mani Pulite, hanno continuato a pensare (spesso in cattiva fede) che la corruzione sia un difetto antropologico degli italiani e non la conseguenza inevitabile di un sistema perverso di occupazione dello Stato.

Logica vorrebbe che per risolvere un così lampante problema si ricorresse ad una modifica del sistema e non alla sola repressione degli atti dei singoli. Invece avviene l’esatto contrario. Il sistema rimane invariato e, a beneficio della più banale demagogia giustizialista, il Parlamento produce una legislazione anticorruzione diretta solo alla repressione delle devianze personali. Perché? Già, perché se non per rimanere fedeli alla tradizione del Gattopardo?


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