“La lucida follia di Marco Ferreri” (“Dangerous but necessary”), docu-film diretto da Anselma Dell’Olio nella sezione “Venezia Classici” alla 74.Mostra del Cinema di Venezia

//   9 settembre 2017   // 0 Commenti

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Anselma Dell'Olio, regista

Marco Ferreri (Milano, 11 maggio 1928 – Parigi, 9 maggio 1997) è stato un regista, sceneggiatore, attore, produttore cinematografico e scenografo italiano.

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Marco Ferreri, regista

“La lucida follia di Marco Ferreri” è un viaggio nel cosmo unico – insieme sovrannaturale e terragno – dell’autore. Un uomo che abbandona gli studi di veterinaria ma mai gli animali, scegliendo di occuparsi principalmente dell’essere umano nella sua essenzialità corporea e desiderante. Per avvicinare al mondo frastagliato e organico, per alcuni ostico di Ferreri, il film offre clip dei suoi film spagnoli, italiani e francesi, tra cui El cochecito, La cagna, L’ultima donna, Dillinger è morto, La grande abbuffata, Chiedo Asilo, Ciao maschio, Storia di Piera, La donna scimmia. Ascoltiamo il controverso regista riflettere sulla nomea di “provocatore” che l’ha sempre seguito, perennemente accompagnato da censure, scandali, contestazioni, accuse velenose.  Vi sono le risposte ironiche e taglienti, sue e dei suoi sostenitori più celebri e affezionati: Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Philippe Noiret, e Ferreri stesso. Li ritroviamo in pieno vigore nei materiali d’epoca e backstage dell’Istituto Luce, Raiteche e archivi francesi, alcuni inediti in Italia. Ci sono testimonianze nuove, illuminanti sul suo modo di dirigere gli attori, offerte dai protagonisti che hanno dato il soffio della vita ai suoi personaggi (Roberto Benigni, Hanna Schygulla, Isabelle Huppert, Andréa Ferreol, Ornella Muti), i collaboratori più stretti (il musicista Philippe Sarde, il regista Radu Mihaileanu) lo scenografo Dante Ferretti, un forbito luminare del mitico Cahiers du cinéma (Serge Toubiana). Arguto, mirabile, penetrante è la poesia che fa da prologo al film, dedicata a Ferreri, scritta e recitata da Benigni. Il film compone, come in un mosaico, l’arte, il carattere, la poesia, il pensiero e la visionarietà di un autore inclassificabile.  Il nostro film prova a consegnare alcune chiavi per accedere all’universo prodigioso e carnale di un Mago Merlin con lo sguardo laser e il bernoccolo per gli affari. Ci interessava comunicare la compassione rovente con cui l’autore scandaglia senza ipocrisia, il nostro accidentato viaggio terrestre. Italia-Francia, durata 80’

Poster 210x300Note di regia:

Era la primavera del 2016 quando Nicoletta Ercole, che avevo conosciuto come costumista e fiduciaria di Marco Ferreri, mi chiamò per chiedere se avevo voglia di girare un docu-film per rilanciare il suo immenso cinema. Autore dell’epoca omerica del cinema italiano, Ferreri era ormai caduto in un oblio che sa di rimozione, e sconosciuto dalle generazioni successive alla sua scomparsa. L’occasione era il ventesimo anniversario della sua morte avvenuta a Parigi il 9 maggio del 1997. Lavorare a stretto contatto con Marco Ferreri per lunghi mesi è stata una delle esperienze più sconvolgenti e decisive nella mia formazione professionale ed esistenziale.  Fare il critico mi ha permesso di approfondire l’esperienza pratica acquisita su tanti set, accanto ad autori italiani della stessa splendente costellazione di Ferreri: il progetto non poteva essere più calzante. Ho detto subito di sì. Nel 1977 vivevo a Los Angeles, quando un giorno di primavera mi chiamò Marco Ferreri. Voleva incontrarmi per parlare del film che avrebbe girato in inglese a New York e a Roma a fine agosto, Ciao maschio. Voleva arruolarmi per rendere più scorrevoli i dialoghi inglesi, per fare la dialoghista durante le riprese, e per fargli da aiuto regista per i dialoghi, sovente riscritti prima di un ciak perché aderissero meglio ai diversi attori e attrici. Quest’ultimo ruolo era il più delicato, un’enorme responsabilità. Voleva dire essere l’ombra e le orecchie del regista, che non aveva gli strumenti per distinguere se le battute, tutte in lingua inglese nella versione originale, fossero dette e pronunciate adeguatamente. Il compianto regista e autore Elio Petri, suo e mio grande amico, gli aveva fatto il mio nome. Marco non ha mai chiesto di vedere un mio curriculum, non era il suo metodo. Oltre alla segnalazione di una persona competente, gli bastava guardarti e osservarti con quello sguardo azzurro traforante e, quando si sentiva a suo agio, incantevole, per decidere se fidarsi di te.  Intorno a Marco Ferreri spesso aleggiava una sostanza cosmica; una magia, un incantesimo, una trascendenza. Aveva antenne che captavano sonorità nascoste, rimosse, spesso pericolose (per se stesso e per gli spettatori), lungimiranti e primarie. Basterebbe il modo in cui ha assorbito e restituito prima di tutti con chiarezza e senza storpiature la questione femminista e della coppia nei suoi film. Nemmeno Mary Wollstonecraft, Simone de Beauvoir, Kate Millet o Betty Friedan avrebbero saputo drammatizzare con tanta affilata lucidità la condizione femminile e il tormentato, contradittorio dialogo maschio-femmina quanto l’ha fatto lui in ogni suo film. Poi c’è la questione del profumo di zolfo che sempre circonda il cinema di Ferreri e il regista stesso. I suoi sostenitori lo amano e lo apprezzano per il suo spessore intellettuale e artistico. Altri l’hanno attaccato come furbo, pazzo, brutale e incontinente nel proporre storie che destrutturano il sistema e scassano l’immagine purificata, addolcita, che preferiamo avere di noi stessi. Chi lo apprezza coglie l’essenziale: la sua compassione per noi incespicanti figli di Eva. Ma è una verità eterna che chi rompe gli schemi, sconvolge i benpensanti. Approfondire le opere di Ferreri arricchisce la fantasia, allarga lo sguardo sul mondo; ci si accorge del risveglio di neuroni cerebrali che, si scopre, prima sonnecchiavano. Pensavo di aver conosciuto piuttosto bene l’artista e l’uomo, lavorandogli accanto e vedendo l’arcobaleno gravido dei suoi variegati umori e doti. Mi sbagliavo. Sono arrivata a cogliere la sua originalissima visione artistica, l’incessante, irrequieta ricerca sul “legno storto dell’umanità”, solo dopo un salubre tuffo nel suo cinema, nel suo pensiero, nell’impronta che ha lasciato sui collaboratori. Se si seguono con attenzione i suoi film, così limpidi e poco ermetici che diversi spettatori restavano perplessi e anche sconvolti, si scopre un cinema il cui significato è come quello della lettera rubata: talmente palese che chi lo cerca spesso non riesce a vederlo. Se La lucida follia di Marco Ferreri invoglia a scoprire o riscoprire il suo cinema, il nostro compito è fatto. (Anselma Dell’Olio)cast 300x225

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Masha Sirago, attrice, artista e scrittrice - ph Stefano Esposito

Masha Sirago: “Ho un ricordo di Marco Ferreri, durante il provino per “Diario di un vizio”, con Jerry Calà protagonista e Sabrina Ferilli al suo primo film da protagonista. Lui scelse una mia foto dal mio agente di allora, il conte Peppino Perrone, che mi fu presentato a suo tempo dal mio amico Walter Chiari. Venivo dai successi televisivi del mio primo programma in tv, “Gran Premio” con Pippo Baudo su Rai1. Del cinema sapevo poco e non conoscevo Marco Ferreri quale grande regista. Era estate ed ero in vacanza in Puglia, e l’idea di svegliarmi all’alba per fare un provino alle 10 del mattino e prendere 3 treni (!) e giungere fin sull’Appia antica per l’incontro era decisamente per me piuttosto complicato, ma Peppino Perrone insistette molto perché mi disse che “incontrare un regista così importante ne valeva la pena”. Ascoltai il suo suggerimento, e feci bene. Intanto scoprii all’alba la bellezza e il silenzio dell’Appia Antica, poi pian piano arrivai al numero civico che mi ero scritta su un foglietto di carta. Mi aprirono il cancello ed entrai. All’incontro vidi un uomo grande e grosso, o almeno così pareva a me.  Entro nella stanza e lui mi guarda e poi rimira la foto sulla sua scrivania, quella per la quale mi aveva scelto e dove interpretavo Jessica Rabbit, il cartone animato della Walt Disney. “Ma tu non sei così!” mi disse osservandomi nel mio fisico di ballerina forgiato da studio di danza e spettacoli in giro per l’Italia da Trasformista. “Certo è che non ho quelle tette gonfiate e finte dell’abito che indosso nella foto!” rispondo prontamente e direttamente in tutta sincerità. “E’ un abito da scena che ho ideato io, cucito con rigonfiamenti di gomma piuma per simulare finte tette che durante lo spettacolo rimbalzano e fanno ridere il pubblico che osserva!” continuo. Pian piano il regista comincia ad interessarsi alla mia spiegazione, soprattutto perché non mi pongo il problema  di chi fosse, cioè un Maestro. Anzi, a dirla tutta, gli rispondevo quasi piccata, perché mi stava facendo delle domande insistenti per me, non ero abituata, e poi secondo me mica per forza tutte le donne dovevano avere le tette grosse e per me assurde di quella taglia! Pensavo questo tra me e me. Ma sentivo che stava pensando a qualcosa. Di colpo mi chiese:  “Ma questo vestito dov’è, fammelo vedere, l’hai portato?” “Certo! E’ qui nella borsa.” Rispondo. “Allora indossalo!” prosegui. “Però io normalmente lo metto velocemente e poi lo tolgo velocemente, in 3/ 4 secondi dietro ad un paravento, e così per 25 volte con altri abiti” risposi. Sempre più attento ascoltatore, gli mostrai la cosa, un po’ danzando un po’ spiegando quel che facevo durante i miei spettacoli di Trasformismo. “Ma tu riesci a ballare su una musica che ti diamo noi o ti serve un coreografo?” mi domandò. “Quasi piccata ma tranquilla e risoluta: “Certo che no, non ne ho bisogno, ho studiato anni di danza jazz e moderna, qualsiasi cosa ascolto posso creare i movimenti”.  Il Maestro giunse ad una conclusione, con una domanda: “Ti va di toglierti l’abito durante la scena mentre stai ballando e di rimanere a seno nudo sul palco dove si svolge l’azione?” e mi spiegò un po’ la scena con il protagonista Jerry Calà che arriva nel locale di nascosto e dove lavora la sua fidanzata (Ferilli) che gli nasconde la professione di spogliarellista.  “Preferirei di no, sono un’artista e faccio questo come lavoro e non so, non mi sentirei a mio agio. Anzi, se posso proporre, potrei mettere questa guepière bianca molto stretta  che ho portato qui ora con me, e potrei indossarla sotto il vestito rosso scintillante di Jessica Rabbit, come le sembra?” glielo dicevo mentre mi vestivo velocemente, o forse potrei dire svestivo. Senza neanche scomporsi e tranquillamente mi disse che andava bene così, gli piaceva la cosa, e “Ricordati di portare questi due abiti sul set il giorno della convocazione”.  Salutai e andai via. Praticamente nella scena faccio me stessa, cioè quella professione che mi ero inventata a quel tempo e che mi aveva dato successo in tv: la Trasformista Masha Sirago” .(“Masha e Raddoppia?”soprannome che mi diede il mio amico Walter Chiari: clicca per leggere http://www.lagazzettameridionale.com/2013/11/il-personaggio-masha-o-raddoppia.html). Ora sono rappresentata da Andrea Lamia Management: http://andrealamia.it/2017/05/05/masha-sirago/

Masha Sirago, mashasirago@gmail.com – www.mashasirago.com


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Andrea Lamia

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Diario di un vizio

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Festival Cinema Venezia

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La lucida follia di Marco Ferreri

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