La famiglia resta la più grande risorsa nazionale

//   21 gennaio 2012   // 0 Commenti

famiglia

Le situazioni di vulnerabilità finanziaria delle famiglie sono, il più delle volte, il risultato di una serie di concause che interagiscono tra loro.
Tra queste sicuramente sono: decesso, separazioni e divorzi, la perdita posto di lavoro, malattia; i bassi livelli di reddito e ricchezza che rendono l’individuo particolarmente esposto a eventi negativi inattesi; le scelte di indebitamento errate o non sostenibili; l’assenza di misure di prevenzione.
“L’Osservatorio Vulnerabilità e benessere delle famiglie italiane”, promosso nel 2009 dal Forum ANIA – Consumatori ha analizzato i profili di vulnerabilità finanziaria delle famiglie italiane e la capacità di gestire i rischi per tutelare gli standard di vita, utilizzando, appunto, come espressioni chiavi “la vulnerabilità finanziaria e la debolezza economica” per descrivere il momento di incertezza e difficoltà che vivono il 94% delle famiglie italiane non solo nell’ultima settimana del mese, ma anche e persino ogni qualvolta capiti un incidente d’auto, arrivi una multa, ci si debba sottoporre ad una visita medica. Ed ha constatato che «tra le determinanti socio-demografiche emerge come lo stato civile e il genere siano variabili rilevanti nella determinazione della condizione di vulnerabilità delle famiglie; più specificamente, la condizione di “separato” o “divorziato” ed essere donna aumentano di grado di vulnerabilità finanziaria. Anche l’area geografica di residenza è rilevante, poiché risiedere al sud aumenta la vulnerabilità finanziaria delle famiglie. Viceversa, un maggiore livello di istruzione contribuisce a incrementare il benessere degli individui…» Inoltre «La detenzione di prestiti è un fattore che incrementa la vulnerabilità finanziaria»…. La perdita del lavoro o la riduzione delle ore lavorative, la necessità di assistere gli anziani in famiglia, le malattie, gli incidenti e le separazioni sono tutte variabili statisticamente significative e positivamente correlate alla vulnerabilità”».
Questa vulnerabilità, evidentemente, si è fortemente accentuata, da un canto, per le patologie che sempre più hanno investito le famiglie italiane (divorzi, consumismo, indebitamento per spese voluttuarie ecc.) dall’altro, per la crisi economica e finanziaria, che come uno tzunami ha investito anche il nostro paese con conseguente aumento della disoccupazione, della cassa integrazione, del precariato, ecc. ecc.
Lo studio condotto dal Forum Ania-Consumatori conferma sostanzialmente la condizione di malessere economico del nostro Paese con un quarto delle famiglie italiane che non sarebbe in grado di sostenere spese impreviste di significativa entità.
In particolare, il 24% del campione, composto da 3.102 capifamiglia, non sarebbe in grado di far fronte a spese impreviste di significativa entità, mentre il 70% riuscirebbe a farvi fronte solo con difficoltà o con molta difficoltà. Va inoltre sottolineato che il 50% del campione ha dichiarato che nell’attuale situazione riesce appena a far quadrare il bilancio familiare. Il 15% deve intaccare ogni mese i propri risparmi. Il 6,1% è costretto a chiedere aiuti e prestiti. Nove nuclei su dieci potrebbero non reggere a uno choc economico inatteso.
Inoltre il fatto che la decisione di avere figli sia ormai considerato un fattore di «vulnerabilità» è veramente assai grave.
La famiglia – come ha osservato Francesco Belletti, presidente del Forum delle Associazioni familiari – è un «attore economico» importante «non solo in cui lo scambio e la solidarietà, la gratuità del sostegno si trasformano in risparmio economico e dunque in guadagno per tutti».
A questo punto sarà bene riprendere il discorso daccapo e ripartire dalle fondamenta.
La famiglia è una comunità di persone formata dagli sposi, dai genitori, dai figli e dai parenti, fondata su un rapporto particolare che non ha eguali nella società e nell’ordinamento giuridico, che è l’amore: prima l’amore tra uomo e donna e poi l’amore tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, tra nonni e nipoti, tra parenti insomma.

LA FISIOLOGIA STRUTTURALE DELLA FAMIGLIA

La famiglia è costituita perciò dall’ordine della parentela che comprende l’intreccio tra linee verticali di discendenza (nonni, genitori, nipoti) e linee collaterali (zii, cugini).
Alla sua base sta il matrimonio, fondamento di alleanze tra reti di parentela.
Perciò i grandi principi ordinatori di queste due reti sono due: la discendenza, che perpetua valori, linguaggi e regole e le alleanze, che sviluppano l’ambiente psicosociologico che tende a tutelare e salvaguardare la discendenza.
Nel matrimonio e nella famiglia si costituiscono, perciò, una serie ed un complesso di relazioni interpersonali (nuzialità, paternità, maternità, filiazione, fraternità) mediante le quali ogni persona viene introdotta nella “famiglia umana”, cioè nella società.
E’ proprio questo singolare rapporto relazionale a fare della famiglia una comunità ed a creare, man mano che la famiglia cresce e si sviluppa, una comunione trai suoi membri sempre più intensa e profonda.
La prima comunione che si instaura e si sviluppa è, naturalmente, quella tra coniugi in forza del patto coniugale ed è questo sodalizio che costituisce il fondamento sul quale si viene edificando la più ampia comunione della famiglia, dei genitori e dei figli, fino ad arrivare ai parenti più lontani.
Questa comunione trai coniugi si radica nei rapporti naturali della carne e del sangue, ma questo non basta, perché essa si sviluppa e trova il suo perfezionamento umano nei legami più profondi e più ricchi dello spirito, cioè in quel rapporto che ho definito d’amore, che solo può plasmare e vivificare e costruire una vera e propria comunità familiare.
Sapendo bene che essa potrà conservarsi e fortificarsi solamente se ciascuno sarà capace di comprensione, di tolleranza e saprà essere disponibile al perdono reciproco ed alla riconciliazione.
Essere in comunione con gli altri presuppone chiaramente un grande spirito di sacrificio.
E’ nella famiglia, infatti, che la persona non solo viene generata, ma progressivamente viene introdotta mediante questa educazione nella comunità umana.
La cura e l’amore verso i più piccoli, gli ammalati e gli anziani, il servizio reciproco di tutti i giorni, la condivisione dei beni, delle gioie e delle sofferenze possono fare della famiglia una vera e propria scuola di umanità completa e ricca, alla quale possono e debbono partecipare tutti i suoi membri, mettendo a disposizione i propri doni, le capacità, ciascuno esaltando il proprio ruolo e partecipando in base alle proprie responsabilità.
A questo punto dobbiamo chiederci se la famiglia dei nostri giorni presenta o meno queste caratteristiche che dovrebbero essere alla base di tutte le comunità familiari.
Andando oltre il facile pessimismo, si può dire che la situazione storica in cui vive attualmente la famiglia si presenta come un insieme di luci ed ombre.
Da una parte, infatti, vi è una coscienza più viva della libertà personale e una maggiore attenzione alla qualità delle relazioni interpersonali nel matrimonio, alla promozione della dignità della donna, alla procreazione responsabile ed all’educazione dei figli.
Dall’altra, invece, si è diffusa un’errata concezione, teorica e pratica, della libertà e dell’indipendenza dei coniugi; esistono gravi ambiguità nel rapporto di autorità tra genitori e figli; aumenta il numero delle unioni di fatto e dei divorzi; la piaga dell’aborto si apre sempre più; il ricorso alla sterilizzazione è sempre più frequente.
Alla radice di questi fenomeni negativi vi è molto spesso una distorta concezione ed una vera e propria corruzione dell’idea di libertà.
Ciò dipende anche dalla rappresentazione che della famiglia oggi danno e – quel che è più grave – cercano di diffondere ed accreditare una certa sociologia e molta parte dei media, attribuendole un carattere strettamente ed esclusivamente privato.
Pur non essendo, infatti, oggetto di attacchi indiscriminati di tipo ideologico, come accadeva negli anni settanta del secolo scorso, la famiglia, se viene valorizzata – e non potrebbe non esserlo – e quando viene valorizzata, lo è solamente quale centro di affetti privati ed intimi, irraggiungibili ed indicibili, riguardanti la sfera emotiva e sentimentale, chiusa in un mondo a sè stante, senza alcuna rilevanza sociale.
Appartenere ad una famiglia – si dice – oggi non conterebbe nulla, quando si agisce nel sociale e nel pubblico; fuori dalle mure domestiche esistono solo gli individui, da valutare e trattare, indipendentemente dalla loro condizione familiare.
E se così non si facesse, significherebbe tradire i valori fondamentali della democrazia e della uguaglianza, ricadendo in logiche proprie delle società tradizionali e della famiglia patriarcale.
Ma un’impostazione di questo genere ripropone schematismi storiografici di tipo progressista ormai destituiti da ogni fondamento scientifico, perché la storia non sempre è un cammino verso il meglio, bensì un evento di libertà, anzi tra libertà che si oppongono tra loro o, come diceva S. Agostino, un conflitto tra due amori: l’amore di Dio spinto sino al disprezzo di sé, e l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio.
E non ci si accorge che, se si legge la storia delle società europee come una progressiva liberazione dell’individuo da tutti i vincoli naturali, bisogna constatare che alla fine di questa marcia c’è o uno stato totalitario ed assistenziale, che ha tentato di invadere ogni spazio di libertà, annichilendo tutta la società e distruggendo tutti i suoi corpi naturali intermedi, compresa e soprattutto la famiglia, o vi è uno stato liberal-capitalistico nel quale l’uomo liberato e sciolto da ogni vincolo naturale non solo ha trovato una vita più libera e più umana, ma ha incontrato debolezze e fallimenti come testimoniano tutti i problemi sociali in rapida ed accelerata diffusione: dall’alcolismo alla tossicodipendenza, dai suicidi giovanili, ai giochi di morte.
Per non parlare dei Paesi più ricchi, dove il consumismo ed il benessere hanno diffuso angoscia ed incertezza per il futuro che hanno tolto a molti coniugi persino il coraggio di mettere al mondo nuove vite umane.
Di contro su questo nucleo genitoriale, disarticolato, e senza alcuna influenza pubblica, privo di voce in capitolo, il più delle volte composto di un solo figlio, si vorrebbero caricare tutte le responsabilità per “produrre” un individuo “sano”, un cittadino socialmente efficiente ed attivo, quindi buono ed utile alla collettività.
Da un canto, dunque, si dice che la famiglia non deve avere alcuna rilevanza sociale, risultando insignificante per l’individuo appartenervi o meno, dall’altro essa sarebbe causa di tutti i mali e quindi la si considera onnipotente, come nel caso delle devianze giovanili e delle malattie mentali.
La famiglia, cioè, viene nello stesso tempo negata e valorizzata, colpevolizzata e caricata di doveri e di compiti a cui da sola non può assolvere.
Sta di fatto che se è vero che l’individuo ha preso il sopravvento – segnatamente intorno alla Seconda Guerra mondiale, ma il processo era iniziato fin dall’Ottocento – sulla realtà familiare, la famiglia resta, soprattutto in Italia, l’unica e l’ultima, essendo scomparsi tutti gli altri corpi intermedi, possibilità di mediazione tra l’uomo e la società.
Questa mediazione esiste ancora e non è eliminabile perché una società non può essere fatta e non è ancora fatta di individui solitari e disperati.
La famiglia cioè, mantiene ancora una rilevanza pubblica è ancora un’istituzione che svolge una funzione sociale, individuabile nella mediazione tra singolo e collettività, tra individuo e società, come dimostra il fatto che il condizionamento familiare è ancora più forte di quello economico quando, ad esempio, c’è da decidere su problemi importanti come quello, per una donna, se abortire o meno.
Certo, si tratta di un nuovo tipo di mediazione che non ha nulla a che vedere con quella tradizionale, nella quale risultava essenziale la concezione di “appartenenza”, “essere di“ un gruppo familiare piuttosto che di un altro in termini cogenti ed obbligati, quando una persona era definita solamente a seconda della famiglia d’origine, indipendentemente dalle sue capacità.
Nella concezione di appartenenza odierna, invece, gioca molto, oltre il legame del sangue e della carne, anche la “scelta” di “essere con” qualcuno e “per” qualcuno, per costruire insieme la propria identità e la propria storia.
La crescente complessità della società ha infatti costretto la famiglia a modificare il proprio ruolo di mediazione, anche perché essa è sempre più attraversata dalla società.
La famiglia diventa così, oggi, l’unica realtà in grado di dare senso alla vita di ciascuno, di fornire quei significati per i quali vale la pena vivere e spendere la propria esistenza per sé, per il proprio gruppo familiare, per la comunità alla quale si appartiene per vincoli naturali ed alla quale si sceglie di appartenere per i valori, gli ideali, il destino comuni.
Per questo gli italiani considerano ancora la famiglia come un vero e proprio bene per l’uomo.
E’ vero che caratteristica di queste nuove mediazioni familiari è che esse sono “aperte”, come aperta è diventata la famiglia stessa, ma ciononostante i suoi membri continuano a costruire insieme una strategia di vita ed un codice per distinguere quel che attiene alla famiglia e quel che non ne fa parte e ne è fuori.
Le singole famiglie cioè elaborano le proprie regole ed i propri valori e chi vuole dialogare con esse deve rispettare queste regole e questi valori.
Anche lo Stato, deve riconoscere che essa è una società che deve godere di una propria sfera di autonomia, nella quale nessuna invadenza o imposizione viene ritenuta legittima.
A cominciare dai compiti educativi, che la maggior parte delle famiglie italiane continua a riservare per sé, anche nei confronti di altre istituzioni, rivendicando sempre più quella libertà d’educazione che di fatto nel nostro paese continua ad essere negata e cercando di mediare, magari con sforzi confusi e non adeguati, persino i messaggi e le intromissioni esterne come quelle televisive.
La famiglia oggi non si chiude in se stessa e si apre alle altre famiglie ed a tutta la società a differenza del passato, soprattutto in senso orizzontale con altre famiglie per il sostegno reciproco. Resta chiara la coscienza, però, di essere inseriti in una “storia” che continua attraverso le generazioni e di far parte di una “catena” nella quale molto si è ricevuto e molto si è pronti a dare alle generazioni successive, specie per quanto riguarda la trasmissione dei valori e della propria visione del mondo e della vita.
La famiglia cioè viene vissuta non come una costrizione e come un vincolo asfissiante, ma come risorsa e come un vantaggio.
Lo dimostra la ricerca di un figlio ad ogni costo (anche con la manipolazione genetica) ed il fenomeno sempre più diffuso dei giovani adulti che vogliono rimanere a vivere in famiglia.
Anche il ruolo economico della famiglia mostra in questi ultimi tempi una crescente vitalità: tutta una serie di bisogni che non riescono ad essere soddisfatti attraverso trasferimenti e perequazioni dei redditi a favore dei membri più deboli. Nella distribuzione del reddito la famiglia è, cioè, insostituibile soprattutto in relazione alle scelte procreative ed occupazionali.
Sotto questo profilo i nuclei familiari più grandi hanno maggiori potenzialità economiche, come dimostra il fatto che il grave fenomeno della disoccupazione non ha prodotto qui da noi effetti eccessivamente dirompenti e devastanti.
Le cure ai disabili, i servizi alle persone anziane, gli aiuti ai meno abbienti stanno in questi ultimi tempi sempre più suscitando ed incentivando associazioni tra famiglie, che sono sempre più presenti sul territorio, proprio nei settori problematici della società.
A livello di comunità locale si riscontrano sempre più frequentemente esempi di coinvolgimento tra famiglie e strutture sociali formali (scuole, amministrazioni comunali).
Ciò conferma che negli ultimi anni la mediazione familiare non è affatto venuta meno, anche se non è più istituzionale, essendosi accentuata la sua privatizzazione.
La famiglia, quindi, proprio quando da alcune parti si vorrebbe delegittimarla o assimilarla ad una qualsiasi unione di fatto, va scoprendo una nuova cittadinanza ed un nuovo ruolo.
Diciamo la verità, fino ad oggi il sistema politico e l’ordinamento giuridico hanno fatto della famiglia l’oggetto di misure per estrarre risorse e per scaricarvi tutti gli oneri di uno stato assistenziale e sprecone.
Mentre sarebbe stato opportuno chiedersi quali e quanti vantaggi possono derivare alla società dal fatto che i suoi cittadini vivano o meno in famiglia e vivano o meno in una famiglia “sana”.
E sarebbe stato bene riflettere di quella che potrebbe essere – in termini di emarginazione, squilibri mentali di singoli e problemi sociali di interi gruppi – una società senza la famiglia.
E se, invece, la famiglia, al di là degli aspetti economici, che pure sono importanti, possa essere utile dal punto di vista etico, per promuovere cittadini più virtuosi, per aiutare tutta la società a crescere armonicamente ed ordinatamente.
Il guaio è che anche se in maniera indistinta oggi si sa quale sia l’importanza della famiglia, nella maggior parte dei casi manca ancora la consapevolezza che la famiglia in quanto tale possa contare, possa essere ufficialmente rappresentata a livello politico ed istituzionale, debba essere consultata per i provvedimenti legislativi e per le riforme che la riguardano.
Si vorrebbe dallo Stato più sostegno, ma anche maggiore autonomia di scelte.
Si vorrebbe cioè che le istituzioni ed, in particolare, lo Stato non intervenissero sulla famiglia con progetti e provvedimenti di tipo ideologico e velleitariamente taumaturgici, ma lavorassero “con” la famiglia, garantendole una rappresentanza adeguata in tutte le sedi competenti.
Per questo uno Stato che si rispetti dovrebbe assicurare:
una risposta seria ai nuovi bisogni delle famiglie, partendo da appropriati interventi a favore delle coppie giovani con mutui agevolati, aiuti monetari per la nascita dei figli, particolari graduatorie nell’assegnazione degli alloggi;
adeguati sostegni alla vita nascente e all’infanzia per offrire alle donne valide alternative all’aborto, che garantiscano ad ogni bambino il diritto ad avere una famiglia, aggiornando la legislazione relativa all’adozione e all’affidamento;
un’efficace lotta alla povertà.
maggiore flessibilità nel lavoro, per consentire sopratutto alla donna di conciliare le esigenze della vita familiare;
un servizio sociosanitario che, inserendo nei servizi pubblici la famiglia, favorisca le solidarietà di vicinato e familiare, in modo che il malato non venga separato dalla famiglia e dal suo ambiente (il che consentirebbe anche enormi risparmi alle finanze pubbliche);
la promozione di forme associative (volontariato, cooperative) a base familiare e la creazione di organi rappresentativi delle famiglie ad ogni livello istituzionale, da quello comunale a quello statale.
riformare il sistema fiscale ed alleggerire le imposte in considerazione del numero e della qualità fisica dei componenti (una famiglia con un membro portatore di handicap non può essere tassata come una famiglia che non l’abbia).

IL TRATTAMENTO FISCALE DEI REDDITI FAMILIARI

Il trattamento fiscale dei redditi familiari è infatti la risultante di una scelta che si muove tra una concezione esclusivamente individualistica della società (il percettore del reddito è l’unico soggetto preso in considerazione dal fisco) ed una concezione organica della società nell’ambito della quale si riconosce soggettività ai corpi sociali intermedi ed alla famiglia in particolare (il reddito va imputato al nucleo familiare nel suo complesso). Nel valutare la capacità contributiva di un soggetto sarebbe opportuno tenere conto degli impieghi socialmente rilevanti del reddito disponibile di un soggetto, oltre che delle risorse possedute e degli oneri sostenuti. In altri termini, il legislatore dovrebbe valutare la qualità degli oneri oltre che la quantità (ad esempio privilegiare le spese per l’educazione dei figli rispetto ad altri tipi di consumi spesso anche voluttuari e superflui).
Alla luce di questa diverse concezioni della società, si possono quindi distinguere – anche se in maniera non diretta e automatica – due modelli di sistemi tributari: quello della tassazione su base individuale e quello della tassazione per parti.
a) Il sistema della tassazione su base individuale prevede che l’imposizione dei redditi familiari avvenga avendo riguardo ai redditi individualmente guadagnati da ciascun coniuge. Tale soluzione comporta, a parità di reddito complessivo, un trattamento fiscale più favorevole per le famiglie bireddito le quali, per effetto delle aliquote progressive, pagano un’imposta sempre minore rispetto alle famiglie monoreddito. Tale differenziazione risulta massima nell’ipotesi di famiglie ad eguale composizione e con reddito percepito da uno solo o da entrambi i coniugi. Il sistema in sostanza penalizza la famiglia monoreddito. Si tratta del modello attualmente in vigore in Italia.
La tassazione su base individuale è quella che tuttora regola l’applicazione dell’Irpef in Italia. In tale contesto operano a sostegno del reddito familiare due correttivi: il primo di natura fiscale, il secondo di natura parafiscale.
Sul piano fiscale, sono accordate detrazioni di imposta per il coniuge e per i figli a carico e si consente al titolare del reddito di usufruire di oneri deducibili o detraibili a fronte delle spese sopportate per i componenti fiscalmente a carico.
Sul piano parafiscale sono previsti gli assegni per il nucleo familiare: per i redditi da lavoro dipendente e assimilati (pensioni), ad esempio, si fa riferimento a scale di reddito e alla composizione dei nuclei familiari.
Gli effetti distorsivi del sistema attualmente vigente in Italia rispetto al trattamento tributario delle famiglie monoreddito non sono stati attenuati dall’applicazione delle varie riforme fiscali attuate nel corso delle ultime legislature, anzi, per certi versi essi sono stati accentuati. In certi casi addirittura si è finito per acuire la sperequazione in ordine alla pressione fiscale subita dalle famiglie monoreddito rispetto a quelle con due percettori di reddito.
Particolarmente significativa risulta la distorsione prodotta dal meccanismo della deduzione di base (che determina la c.d. no tax area). Tale meccanismo, infatti, consente alla famiglie bireddito, a parità di reddito familiare, di fruire di due deduzioni di base, una su ciascun reddito. La famiglia monoreddito, invece, potrà usufruire di una sola deduzione di base. Ciò implica che il carico fiscale della famiglia monoreddito sia maggiore di quello della famiglia bireddito anche nell’area di proporzionalità dell’imposta, ciò a prescindere dall’effetto distorsivo tradizionale imputabile alla progressività.
b) Il sistema della tassazione per parti, invece, risponde al principio secondo cui – a parità di reddito e di composizione familiare – a ciascun componente della famiglia deve essere garantito lo stesso ammontare di risorse, prima e dopo le imposte. Le modalità per attuare tale modello sono di due tipi: attraverso lo splitting del reddito per effetto del quale i redditi complessivi dei coniugi sono divisi per due e si applica al reddito complessivo l’aliquota corrispondente alla metà del reddito. L’altro metodo si definisce del quoziente familiare, secondo cui il complesso dei redditi familiare è tassato per quote ottenuto dividendo lo stesso reddito per un quoziente determinato in funzione del numero e delle caratteristiche dei componenti del nucleo familiare.
L’adozione del sistema di tassazione per parti (in particolare del quoziente) risponde alle esigenze di perequazione tributaria, garantendo, tendenzialmente, un’eguale tassazione delle famiglie a parità di reddito.
La tassazione per parti, evidentemente, non è neutrale rispetto al matrimonio poiché incentiva la costituzione di nuclei familiari legali quanto più è forte la differenza tra i redditi guadagnati da ciascuno dei futuri coniugi.
In sintesi, si usa parlare di splitting quando si hanno due sole quote uguali fra di loro e di quoziente quando le quote non sono uguali. In tale secondo caso, più precisamente, si ha il quoziente coniugale laddove il reddito lordo venga suddiviso, in quote non uguali, solo fra i due coniugi, e il quoziente familiare qualora il numero delle quote dipenda anche da altri componenti.
Il quoziente familiare è la regola in Francia, mentre quello coniugale può essere scelto in Belgio come opzione, qualora i contribuenti lo ritengano per loro conveniente.
Lo splitting fra coniugi è obbligatorio in Portogallo, mentre è opzionale in Germania e Irlanda (Fonte Università di Milano).
Rispetto ai modelli illustrati al fine di assicurare una maggiore equità verticale ed orizzontale poi ci sono altri strumenti per rendere maggiormente analitico il prelievo.
Gli oneri che il contribuente sostiene per i familiari possono essere riconosciuti in modo diretto, consentendo di dedurre dal reddito alcuni specifici capitoli di spesa, oppure di detrarre dall’imposta una quota delle spese stesse.
La normativa olandese, che pure non prevede per i figli né quoziente, né deduzioni e nemmeno detrazioni, consente di dedurre un’ampia gamma di spese che la famiglia deve sostenere per il mantenimento e l’educazione dei figli. Ed ancora, in Belgio, ad esempio, possono essere dedotte le spese sostenute per la baby-sitter e l’asilo; mentre in Spagna sono previste una serie di agevolazioni tariffarie per le famiglie numerose con sconti, ad esempio, sui trasporti pubblici e sulle spese scolastiche.
La politica familiare adottata da un Paese riflette, tra l’altro, la considerazione delle spese sostenute per il mantenimento dei figli: esse possono essere valutate come semplici scelte di consumo privato delle famiglie, e allora il legislatore non assegna ad esse nessun carattere di privilegio tributario; oppure esiste la volontà a riconoscere, interamente o in parte, l’investimento in capitale umano effettuato all’interno dei nuclei familiari ed a dare valore ed apprezzamento ai conseguenti trasferimenti di reddito tra diverse generazioni: in tale secondo caso anche il legislatore tributario è incaricato da dare significato concreto a tale disponibilità nell’alleggerire il prelievo fiscale.
In campo europeo i sistemi più elaborati e in cui appare più consistente la “leva fiscale” a favore delle famiglie, sono quello Francese, Tedesco, Belga e Lussemburghese, che nell’imposizione sui redditi delle famiglie tengono sensibilmente conto del numero dei componenti il nucleo familiare (Fonte Università di Milano).
Come si rivela, dunque, agevolmente l’Italia anche dal punto di vista del trattamento fiscale della famiglia, si trova ad occupare la posizione di fanalino di coda tra tutti i paesi europei.
Ma le politiche fiscali non possono esaurire il campo degli interventi a favore delle famiglie.
In effetti, l’obiettivo di sostenere il reddito e insieme di incoraggiare la fecondità deve essere perseguito anche rafforzando altri strumenti, quali quelli diretti ad assicurare disponibilità dei posti asilo, favorendo in tal modo la partecipazione delle madri al mercato del lavoro.
Occorre anche migliorare l’erogazione di servizi per l’infanzia, la cui carenza rappresenta spesso il principale vincolo che limita la partecipazione delle madri al mercato del lavoro.
Occorre, inoltre, assicurare più fondi a sostegno del costo sopportato dalle famiglie per gli affitti, soprattutto con riferimento ai costi dell’abitazione per le famiglie più povere, tra le quali è molto elevata l’incidenza di quelle numerose. In particolare, tra le coppie con tre figli sono più quelle che vivono in affitto (il 19%) che non quelle con un mutuo a carico (il 16%).
Infine, ma non ultimo per importanza, occorre raccogliere l’istanza che sale con forza dal mondo delle associazioni familiari affinché la politica a favore delle famiglie si doti di una strumentazione d’intervento stabile nel tempo, uscendo dalla contingenza rappresentata dalla discussione politica a ridosso del dibattito sulla legge di stabilità.
Si tratta in poche parole, di dar luogo ad una collaborazione tra Stato e famiglie, nell’ambito della quale il primo, in base al principio di sussidiarietà, offra sostegni, coordini, susciti e stimoli le iniziative che nascono dal basso e le seconde, consapevoli di essere titolari di una soggettività sociale, economica e tributaria mettano in moto tutte quelle energie e quella capacità d’iniziativa che sa esprimere chi vive e condivide gli stessi problemi ed in uno spirito di solidarietà intende risolverli.

Riccardo PEDRIZZI
Presidente Regionale UCID Gruppo Lazio


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