La causa del debito pubblico

//   24 febbraio 2012   // 1 Commento

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Sono in molti a ritenere la classe politica come unica responsabile della crisi economico-finanziaria che stiamo tuttora vivendo. C’è chi dice che siano state le novecento persone che siedono in Parlamento ad aver causato un debito pubblico stellare, attraverso vitalizi e privilegi non dovuti.
C’è chi si lamenta di essere stato tenuto all’oscuro dell’andamento delle finanze pubbliche, avendo conosciuto solo ora, attraverso i media, la grave situazione italiana in merito a deficit e debito.
Quelli con la memoria più lunga, poi, rimembrano decenni passati di mala amministrazione e corruzione. Tutti dicono il vero, ma nessuno la realtà completa.

Le radici della crisi attuale, che sia italiana oppure greca, affondano in cause più recenti e di natura economica. Per entrare nell’Euro, infatti, ogni paese ha dovuto sopportare notevoli sforzi che gli permettessero di rispettare i parametri del Trattato di Maastricht, ovvero il 3% di deficit e un obiettivo del 60% di debito, entrambi in termini di Pil.
Alcuni paesi hanno puntato sull’aumento della pressione fiscale (molti ricorderanno l’eurotassa della finanziaria del 1997) con la previsione di una diminuzione dei tassi d’interesse che avrebbe portato ad un risparmio sul debito futuro. Ed effettivamente così è stato.
Se si analizza il famigerato spread con i titoli tedeschi nel decennio 1998-2008, ovvero fino allo scoppio della crisi, si nota facilmente valori prossimi allo zero, molto lontano da quello che ci hanno fatto conoscere i mass-media negli ultimi mesi.
In altre parole l’Italia aveva la possibilità di indebitarsi a tassi d’interesse molto contenuti, sostenendo lo stesso costo della Germania. Nei primi anni dall’entrata della moneta unica, molti paesi tra cui Francia, Germania e la stessa Italia, gestendo male la politica economica, hanno dovuto apportare delle correzioni al bilancio. Ma se i tedeschi ci sono riusciti, registrando continui surplus commerciali grazie a riforme per le imprese, consumi privati bassissimi e una crescita salariale pressoché nulla, in Italia sono state utilizzate le maggiori entrate, dovute all’aumento della pressione fiscale, dal risparmio degli oneri sul debito e da un ciclo economico favorevole, per diminuire le imposte e aumentare la spesa primaria (+ 7 punti percentuali), arrivando a ridosso della crisi del 2008 con un debito pubblico insostenibile, non in termini di grandezza, ma in previsione della crescita. Nel settore privato poi, sono stati incentivati i settori meno produttivi per definizione, come quello immobiliare. Le politiche espansive hanno perciò permesso sia di far crescere un apparato pubblico già ipertrofico, sia di mantenere alti i consumi privati: mutui per l’abitazione, finanziamenti per l’automobile (magari tedesca), o per la televisione a schermo piatto e lo smartphone ultimo modello.

Ad oggi, 24 febbrario, il debito pubblico è pari a 1 916miliardi di debito, con una quota personale pari a 31 800 euro. E’ chiaro che gli unici responsabili siano tutti gli italiani, nessuno escluso. Ognuno ha beneficiato dei “periodi di grassa” attraverso l’utilizzo dei servizi pubblici e delle favorevoli condizioni di accesso al credito. La vera colpa della classe politica è stata quella di non aver avuto lungimiranza, avendo agito secondo il detto settecentesco “Il popolo ha fame e manca il pane. Dategli le brioches.”
In periodi difficili come questi è ovviamente più semplice e appagante dare un volto al maligno, incolpando il politico di guadagnare troppo o l’evasore di far aumentare il costo dei servizi. Ma, la vera colpa è all’interno di ogni casa italiana. La soluzione è l’abbattimento di uno stato improduttivo e inefficiente, puntando su riforme che stimolino la crescita e la concorrenza. Il sacrificio è maggiore ora di quanto lo fosse qualche anno fa, ma sicuramente minore di quanto dovremo sostenere in futuro, quando ci ritroveremo nella situazione della Grecia.


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