La «rivolta» degli istituti italiani: «Siamo penalizzati ingiustamente».

//   11 dicembre 2011   // 0 Commenti

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Tutto è nato dai dati sul fabbisogno di capitale delle banche europee diffusi dal Fondo monetario internazionale in settembre. Cifre altissime che hanno creato agitazioni, tensioni e sgomento. Per farne giustizia l’Eba, l’autorità di vigilanza europea presieduta dall’italiano Andrea Enria, ha deciso di fare una sua indagine per verificare quanto fosse e se vi fosse un’esigenza di maggiore patrimonio da parte dei gruppi del Vecchio continente. Da qui l’iniziativa presa a tambur battente di un nuovo test, o stress test, che però via via è stata caricata di aspettative. O meglio è stata travolta dal peggioramento delle condizioni dei mercati sotto tensione per la crisi dei debiti sovrani. E così quella che doveva essere una semplice verifica di dati è diventato un esame-ghigliottina. Anche perché nel frattempo si è innescato l’accordo sulla ricapitalizzazione da parte dell’Europa che si è rivolta all’Eba per avere stime e cifre. E si è anche affermata una grave crisi di liquidità per le banche che minaccia seriamente la possibilità di mantenere distese le condizioni di credito all’economia. Così le cifre date ieri dall’Eba sono piombate sul sistema europeo, che peraltro se le aspettava, come una mannaia. Per l’Italia sono più o meno le stesse di quelle, provvisorie, diffuse circa un mese fa, che non sono leggere, 15,4 miliardi, cioè 700 milioni in più rispetto alla precedente valutazione, riconducibili in gran parte a Unicredit, che dovrebbe aumentare i suoi mezzi fino a 7,97 miliardi invece che 7,5. Mps dovrà reperire più risorse per 3,2 miliardi, Banca Popolare per 2,73 e Ubi Banca per 1,39. Vanta invece un capitale adeguato Intesa Sanpaolo, la quinta delle grandi banche prese in considerazione dall’Eba. Ad aggravare i conti dei gruppi italiani è stata soprattutto la valutazione ai prezzi di mercato,
quindi la svalutazione, dei titoli di Stato in portafoglio. La richiesta di maggiore capitale deriva dunque sostanzialmente dalla crisi del credito sovrano italiano e non dalle strategie o dall’attività bancaria. Da qui le richieste del sistema, a livello individuale e comune attraverso l’Abi, di una revisione dei criteri per evitare penalizzazioni eccessive. Il pericolo è che una
nuova richiesta di mezzi patrimoniali possa portare a una riduzione dell’attività delle banche a danno della clientela, imprese e famiglie. Si farebbe più forte il timore di un credit crunch, cioè di una strozzatura dei finanziamenti, con la conseguenza di soffocare l’economia e accentuare i rischi di una recessione che per molti istituti di previsione è prossima. Le banche indicate dall’Eba ieri hanno tutte confermato che faranno la loro parte ma, assieme all’Abi, hanno protestato vivacemente perché, sostengono, i calcoli dell’Eba non sono omogenei in Europa, dal momento che, come dice per esempio Mps, «non appaiono appropriati e possono comportare gravi conseguenze sull’attività di erogazione del credito, nonché distorsioni della concorrenza su scala nazionale ed europea». La Banca d’Italia cerca di sdrammatizzare la situazione, confermando la solidità del sistema italiano e anche la sua capacità di rispettare i più rigorosi criteri di capitalizzazione. Che dovranno essere raggiunti utilizzando «risorse private provenienti da utili non distribuiti;
restrizioni sui bonus aziendali; aumenti di capitale della migliore qualità; emissioni di strumenti di debito convertibili in azioni», dice un comunicato di Palazzo Koch. Nel quale si lancia anche una sorta di paracadute per quando, a partire dal 20 gennaio, dovranno presentare alla Banca d’Italia i piani di ricapitalizzazione da attuare entro giugno 2012. Questi piani infatti saranno «concordati e revisionati» in base a un’armonizzazione delle regole dei diversi Paesi dalla Banca d’Italia e dall’Eba.

(dal Corriere della Sera)


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