intervista al Senatore Gregorio DE FALCO

//   1 maggio 2020   // 0 Commenti

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Interpellato di recente il Sen Achille Totaro della Commissione Sanita’, il 23 marzo ci assicurava in intervista che non esisteva nessun “protocollo antipandemia” anche se le sue dichiarazioni furono pubblicate su Mondolibero l’11 aprile 2020  (vedi Polintervista al Sen Totaro). 

Noi crediamo nel Sen Achille Totaro, ma crediamo anche all’interrogazione parlamentare del Sen Gregorio De Falco fatta il 1 aprile, priva a tutt’oggi 1 maggio, di risposta dal Governo.  Mi riservo in altro editoriale di esprimere tutta la mia indignazione di cittadino.

Buongiorno Senatore. Abbiamo appreso dalla Protezione Civile in TV che esisteva in piano antipandemia e che Lei aveva fatto il 1 aprile una interrogazione parlamentare cui a tutt’oggi non ha ricevuto risposta dal Governo, cosa dice ai cittadini a tale riguardo? 

Buongiorno, quando lei parla di risposta della PROTEZIONE CIVILE, credo faccia riferimento a quella, confusa, che Borrelli diede alla domanda della giornalista Claudia Fusani ad un “punto stampa” delle ore 18, quando la sua collega menzionò la mia interrogazione.

Il capo della PROTEZIONE CIVILE disse in pratica che il piano antipandemie  non serviva essendo stato elaborato per la influenza (in realtà era stato predisposto per la pandemia  Sars) perché sarebbe stato, a suo dire, necessario un piano specifico anti Covid 2.

Era il 18.4; il 20, il Dg ministero della salute, Dott. Urbani, avrebbe rivelato l’esistenza di un piano segreto antipandemia che sarebbe stato seguito, ma del quale a tutt’oggi non è noto il contenuto.

Con il post che segue, pubblicato sulla mia pagina Facebook, ho poi illustrato l’interrogazione, dando conto delle risposte confuse di Borrelli e sulla necessità di disporre comunque di una vostra visione dello scenario epidemiologico prima di “riaprire”. Ma in queste condizioni, in cui l’unica misura adottata risulta essere stata il distaccamento sociale.

È molto significativa la successione delle circolari del ministero della salute del 5 gennaio, recante indicazione dei sintomi dei casi cinesi e la raccomandazione OMS di non sospendere i rapporti con la Cina; quella del 20 che identifica il caso sospetto in base alla sola sintomatologia; quella del 27 gennaio in cui si ritiene di restringere l’indagine di sanità pubblica solo a coloro che oltre alla sintomatologia  abbiano anche una specifica storia di viaggio o un contatto con positivi accertati. Ne consegue che si faranno così ben pochi tamponi e nessuna indagine epidemiologica.

L’interrogazione di cui si parla nel video è quella che ho presentato con procedura d’urgenza, pubblicata dal Senato il 1 aprile, alla quale il Governo avrebbe dovuto rispondere rapidamente. Nel frattempo, le confuse risposte fornite sul tema dal Commissario Straordinario Borrelli, destano perlomeno stupore. Infatti:

1) Secondo il Commissario Straordinario un Piano Anti Pandemia non basta; sarebbe necessario un piano per ogni tipo di agente patogeno (uno per ogni virus, uno per ogni batterio, ecc.), poiché quello esistente era stato preparato per epidemie influenzali (influenza = malattia infettiva contagiosa delle vie respiratorie, endemica ed epidemica, di origine virale, a carattere acuto, come Sars – Cov 2, appunto). Il testo della risposta di Borrelli è letteraria e sembra scritta da Ionesco…

2) Borrelli non risponde, non dà dettagli, afferma (altro che dettagli!) perché, afferma, non sarebbe compito del Capo della Protezione Civile, né del Commissario Straordinario, né infine del coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico affrontare l’epidemia. Ed ha ragione lui, poiché ha le competenze di un revisore dei conti, è normale, quindi, che non capisca di contagio, malattia, epidemia, pandemia ed emergenze in genere;

3) Il video rende anche evidente che Borrelli non ripone fiducia nemmeno nel Professor Locatelli, il luminare che gli siede di fianco, se – come sembra – gli toglie la parola e non gli consente di rispondere alla giornalista.

Ma è il Governo a dover rispondere, in Parlamento, e a dover chiarire perché il Piano Anti Pandemia che esiste dal 2006 e che si trova sulla pagina del Ministero della Salute non sia stato utilizzato, nemmeno come modello per preparare le misure e le azioni di tutela della popolazione, e degli operatori sanitari in primo luogo.

Il tempo c’era, poiché l’emergenza sanitaria si era manifestata in Cina fin dalla fine di dicembre del 2019 e sarebbe stato possibile sia fare scorta dei dispositivi di protezione sia di apparecchiature medicali, quali, ad esempio, i ventilatori polmonari, e di medicinali antivirali che si sono dimostrati provvidenziali in combinazione tra loro, come ad esempio nel protocollo approvato dall’AIFA ed utilizzato al Cotugno, a Napoli. 

Se si fosse proceduto nei tempi previsti, inoltre, si sarebbero certo evitate affermazioni avventurose, come quella per cui le mascherine sarebbero state utili ai soli casi positivi.

Inoltre, ci sarebbe stato il tempo per fare scorta di tamponi e reagenti e di conseguenza per poter tracciare i focolai dei positivi, indipendentemente dai sintomi ed innanzitutto tra il personale sanitario e per rafforzare la medicina territoriale, cercando di curare al domicilio il maggior numero di pazienti, senza però mettere a rischio i medici di base, che per ora hanno pagato il più alto tributo, non avendo alcun presidio. Nulla di tutto questo è stato fatto e si è proceduto alla cieca.

La conduzione complessiva delle operazioni è stata fatta senza alcuna conoscenza effettiva del complessivo scenario in cui si opera, e tali condizioni sfavorevoli sono state determinate da quelle valutazioni e da quelle scelte inopinate, a causa delle quali il contagio non ha incontrato altro ostacolo che il distanziamento sociale.

Ora è evidente che non avendo alcuna idea, nemmeno approssimativa, dello scenario emergenziale effettivo in cui ci muoviamo, ogni ipotesi di riapertura, in queste condizioni (e con questi decisori) si rivela assolutamente pericolosa e velleitaria. 

La mancata conoscenza del virus avrebbe dovuto essere rilevante solo per quel che riguardava l’assenza dei dati circa la sua specifica virulenza e contagiosità, ma per il resto si sarebbe dovuto fare riferimento alla storia ed all’esperienza più recente (Sars); sulla virulenza specifica occorreva evidentemente essere prudenti e non escludere – come giustamente non era stato escluso in Corea del Sud, laddove si tracciavano giustamente tutti i focolai – che senza tosse e starnuti il virus si diffondesse comunque in modo significativo, come invece aveva fatto, con una certa dose di imprudenza, il Prof. Locatelli.

Si tratta, invece, di un’epidemia virale aerodiffusa altamente contagiosa e di altissima virulenza. Il sistema complesso uomo-virus di per se è difficilmente valutabile nella sua evoluzione epidemica tanto più non attuando misure essenziali, basilari, di contenimento attivo. Prima di riaprire è dunque fondamentale fare quello che non si è fatto finora e che pure era previsto fosse fatto, isolando i focolai affinché non si trasmetta in modo silente la malattia. 

Su questi presupposti essenziali, più che prudenziali, si potrà decidere quando, come e cosa riaprire a ragion veduta, nell’ottica della progressiva riduzione dello sforzo, tenendo conto che una volta riaperte le attività sarebbe di certo molto difficile imporre un eventuale nuovo Lockdown, qualora fosse necessario.

In definitiva, non si può riaprire, chiudendo una “Fase 1″, che non essendo mai stata implementata, rischia di far precipitare le nostre città in una pesantissima recrudescenza dell’epidemia, come accadde in occasione della Pandemia di Spagnola dei primi del 1900, in cui la seconda ondata fece più vittime della prima.

La storia deve ammonire, l’esperienza preparare, il buon senso guidare anche dinanzi a situazioni totalmente nuove: a maggior ragione allorquando, le caratteristiche essenziali del fenomeno da affrontare sono in buona parte sovrapponibili alle nostre esperienze pregresse, non si deve esitare ma occorre agire, con prontezza e decisione, e dinanzi ad una emergenza di massa occorre profondere il massimo dello sforzo possibile fin dal primo momento, per portare soccorso alla popolazione senza alcun balbettio. Solo in seguito, stabilizzata la situazione, si può ridurre l’intensità e adeguare e proporzionare l’impiego delle risorse, assecondando le minori esigenze.

Purtoppo, constato con amarezza che anche in queste tragiche circostanze, anche dinanzi, appunto, ad una emergenza di massa, profilandosi il serio rischio di dover seriamente dare conto del proprio operato, molti già tentano di defilarsi.

TESTO DELL’INTERROGAZIONE DEL SEN DE FALCO del 1′aprile 2020 (a cui a tutt’oggi non e’ stata data risposta)

Ho presentato una interrogazione parlamentare (con carattere d’urgenza) al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Salute, sulla mancata attivazione del “piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale”.

Premesso che:

recenti notizie di stampa hanno ricordato l’esistenza di un “piano nazionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale”, che non viene mai citato in nessuna delle decisioni prese dal Governo, a partire dalla dichiarazione di emergenza del 31 gennaio 2020;

se si consulta il sito del Ministero della salute, emerge che il testo ricordato è stato pubblicato il 13 dicembre 2007. La pagina è stata aggiornata l’ultima volta il 15 dicembre 2016;

nel testo, sono, tra l’altro, elencate le sei fasi pandemiche che l’OMS ha indicato già nel 2005, e le azioni da adottare in relazione alle stesse ed ai rispettivi livelli da parte degli Stati;

in particolare, si osserva che nelle fasi interpandemiche, ossia quelle nelle quali non vi è alcuna emergenza ma solo un plausibile basso rischio, è prevista tutta una serie di azioni di carattere preventivo e preparatorio che, nel caso attuale, sono state espletate solo quando l’epidemia era già diffusa nel Paese;

nelle “fasi interpandemiche (fasi 1-2)” devono essere impartite informazione sanitaria alla popolazione per promuovere l’adozione delle comuni norme ed istruzioni igieniche;

sempre in questa fase si devono adottare misure sempre preventive, per limitare la trasmissione delle infezioni nelle comunità, scuole, case di riposo, altri luoghi di ritrovo;

ancora in queste fasi, anteriori alla dichiarazione di emergenza, è necessario predisporre piani e misure di controllo della trasmissione dell’infezione in ambito ospedaliero tramite approvvigionamento degli adeguati dispositivi di protezione individuale (DPI) per il personale sanitario, controllando il funzionamento dei sistemi di sanificazione e disinfezione e individuando appropriati percorsi separati per i malati o sospetti tali;

sempre in questa fase deve essere eseguito, dispone l’OMS, un censimento delle disponibilità di posti letto in isolamento, di stanze in pressione negativa e di dispositivi meccanici per l’assistenza ai pazienti;

nelle successive fasi (fasi 3-5, ossia quelle di allerta), sempre anteriormente alla diffusione del contagio all’estero, alle misure ricordate se ne devono aggiungere altre, tra le quali assume particolare rilievo la messa a punto di protocolli di utilizzo di DPI per le categorie professionali a rischio, e soprattutto un approvvigionamento adeguato per quantità e qualità; in presenza di trasmissione interumana dovrebbe essere valutata l’opportunità di restrizioni degli spostamenti da e per altre nazioni, ove si siano manifestati cluster epidemici, oltre all’opportunità e alle modalità di rientro dei cittadini italiani residenti in aree affette;

è prevista l’attivazione di protocolli contemplati dal regolamento sanitario internazionale in caso di presenza a bordo di aerei o navi di passeggeri con sintomatologia sospetta. Sono previste anche azioni per informare i cittadini, promuovendo la diagnosi precoce, anche da parte degli stessi pazienti, per ridurre l’intervallo tra l’esordio dei sintomi e l’isolamento con assistenza continua domiciliare;

è ancora in queste fasi, e non in emergenza, che è prevista la valutazione dell’opportunità di chiusura delle scuole o di altre comunità e della sospensione di manifestazioni e di eventi di massa, per rallentare la diffusione della malattia;

solo la fase 6, l’ultima, prevede la limitazione della mobilità delle persone;dunque, esiste una pianificazione del Ministero della salute, predisposta sulla base delle indicazioni dell’OMS, in base alla quale si sarebbe dovuto porre in essere una serie non irrilevante di azioni e misure preventive e preparatorie, per affrontare al meglio l’emergenza. La gran parte delle attività avrebbe dovuto essere posta in atto dal momento fin della prima notizia del passaggio dell’infezione all’uomo, a fine 2019, atteso che con la Cina vi erano intensi collegamenti e scambi commerciali, quindi ben prima del 31 gennaio 2020, data di dichiarazione dello stato di emergenza da parte del Governo;

era, infatti, almeno dalla fine di dicembre 2019 che si era a conoscenza di episodi sempre più gravi di diffusione del Covid-19 in Cina. Dunque, non si sarebbe dovuto attendere altro per mettere in atto le misure e le azioni che di fatto sono state attuate, e solo in parte, con grave ritardo e con effetti drammatici, esponendo a grave rischio concreto, a parere dell’interrogante, il personale sanitario che, suo malgrado, è divenuto vittima e esso stesso focolaio di diffusione del contagio;

non risulta nemmeno chiaro che cosa sia stato fatto dal 31 gennaio sino al 23 febbraio 2020, data in cui è stato emanato il decreto-legge n. 6,

si chiede di sapere:

se il Governo fosse a conoscenza dell’esistenza del piano ricordato;

se il piano avesse, ed abbia, vigenza o se sia stato mai abrogato, e in tal caso quando e con quale atto;

perché, pur nell’ipotesi che il piano fosse stato abrogato e non sostituito, non si sia comunque tenuto conto delle prescrizioni ricordate, e delle altre presenti nel documento, e che, implementate in tempo, e non in piena emergenza, avrebbero potuto quantomeno contenere gli effetti devastanti del virus.


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