Intervista al Presidente Sforza Fogliani da parte del giornale online di Piacenza

//   15 gennaio 2019   // 0 Commenti

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- Presidente, c’è la grana “Carige”: un’altra banca in difficoltà. Come sta, invece, Banca di Piacenza?
Il bilancio 2018 della Banca ormai è definito: aumenteremo l’utile e il dividendo ai soci. La Banca non ha mai mancato, in 82 anni di vita, di distribuire anche un solo anno un dividendo. Alcune delle maggiori banche non possono dirlo. Ci distingue questo, a parte la nostra solidità perché siamo una delle prime banche per patrimonio, comprese le grandi (che hanno tutte una patrimonializzazione che è nella gran parte dei casi meno della metà della nostra). Le spese che ci vengono imposte sono tante: spendiamo un milione e 200mila all’anno per verificare il rispetto delle norme di legge, delle direttive e normative europee. Si pensi che nel 2016 la normativa europea per le banche è cambiata, di media, due volte al giorno. Abbiamo dipendenti che si occupano esclusivamente di rispondere a tutte le richieste di organismi di controllo, magistratura e Guardia di Finanza.
- Spesso sottolinea quanto distribuisce la Banca sul territorio…
Sono oltre 60 milioni di euro all’anno: 8 milioni di dividendi, 38 di stipendi, 15 ai fornitori. Siamo la prima azienda piacentina privata per numero di dipendenti. Poi ci sono tutti i finanziamenti concessi.
- Come mai sottolinea in ogni occasione che gli eventi culturali nati su Suo impulso “non godono di contributi pubblici”?
Tutti sono capaci di fare cultura coi soldi di tutti. Ritengo che la cultura abbia la possibilità di finanziarsi in proprio, se ben fatta. Quando si parla di fondi della comunità, deve essere la comunità a decidere, e non enti autoreferenziali. Comunque il Festival della cultura della libertà aveva chiesto un contributo alla Fondazione, ma non è arrivato, perché per loro è un’iniziativa politica. Non lo neghiamo, in senso aristotelico, ma non ha finalità partitiche. Noto comunque, e lascio i piacentini giudicare, che la Fondazione dava al Festival del diritto di Rodotà dieci volte tanto quanto i Liberali chiedevano ed è stato loro negato. In ogni caso, il Festival della libertà si farà grazie ai volontari, impegnati in modo massiccio.
- I suoi rapporti con la Giunta Barbieri si stanno raffreddando?
Credo possa fare meglio. Non vedo iniziative che contraddistinguano questa Giunta rispetto a quelle precedenti, di differente colore politico. Non vedo differenze, non mi pare di aver visto nulla di diverso. C’è una forte delusione, perché gli ideali esistono eccome in politica e non si è vista discontinuità con le Giunte di centrosinistra. Faccio un esempio: la “Fondazione Teatri” non ha ragion d’essere. Costa al Comune contributi e mezzi, viene da qualcuno elogiata, ma i piacentini
non vanno a teatro, gli spettatori vengono da fuori. È esagerato avere un ente predisposto solo a gestire il Municipale, i Teatini e il teatro dei Filodrammatici. È una “scatola fintamente privata”, creata dalla nomenklatura comunista, per esonerare gli amministratori da adempimenti che toccano agli enti pubblici per affidare incarichi e lavori in piena trasparenza.
- Come giudica il rimpasto di Giunta dell’ottobre scorso?
Questo rimpasto può essere condivisibile o meno, ma non ha risolto il vero problema dell’Amministrazione. Che deve avere dei dirigenti di propria fiducia, o prenderne altri, secondo i casi previsti dalla legge. Questa Amministrazione non ha dirigenti di fiducia e quindi ha capacità
decisionali limitate, se non dimezzate. Roberto Reggi, da sindaco, appena arrivato, ha fatto “girare” tutti i vertici del Comune.
- Però è innegabile l’impegno per la manutenzione di strade e vie di città e frazioni…
Hanno fatto qualcosa ultimamente. Però è un’attività ordinaria sulla quale non si può caratterizzare un’Amministrazione, né su cui possiamo giudicarla.
- Secondo una parte dell’opposizione, dietro a tante scelte della Giunta, ci sarebbe Lei.
È uno dei tanti abbagli che le opposizioni prendono. Non sottolineano i reali problemi, non si concentrano a dire che la Fondazione Teatri illude o che il Cda dei musei civici non esiste da tre anni. Dovrebbero guardare alle incapacità del passato, non ancora superate da questa
Amministrazione, e offrire spunti. Ad esempio è contro lo spirito liberale il fatto che autorizzazioni o permessi di costruzione debbano per forza passare in Consiglio comunale. Non è necessario un giudizio di merito in Consiglio dopo il parere di legittimità di uffici e tecnici e dopo il vaglio dei
progetti alla luce delle previsioni degli strumenti urbanistici. Anche la procedura delle manifestazioni di interesse ha scopi ambigui, che una Giunta con intenti liberali dovrebbe rifiutarsi di applicare, anche se prevista dalla Regione.
- Secondo molti la città è però in preda alla cementificazione. Centri commerciali,
supermercati, logistica…
Non mi pare che sia attualmente in corso un “soffocamento” della città. La cementificazione forse c’è stata in passato, ora no. Se esisteva un problema, questo l’ha risolto il mercato, perché l’edilizia è in fase di stallo da tempo. Io nutro più perplessità sugli interventi urbanistici che richiamano
risorse pubbliche. Come l’ex Chiesa del Carmine: tre milioni e mezzo di euro dalla Regione per realizzare uno “spazio polivalente”: quando non si sa cosa fare di un immobile, si usa questa espressione. Al posto del sindaco Barbieri avrei restituito i soldi alla Regione. Inutile ricevere risorse di quell’importo se poi negli asili i bambini devono portarsi la carta igienica da casa. Altrettanto non ha senso farsi danno solo per il fatto che qualcuno ci dia dei soldi per farlo. Il bando periferie è un esempio: anche qui, per prendere soldi come per il Carmine, creeremo fonti di spesa perenne per il Comune e per i cittadini, con forte impatto sul bilancio e creandosi quindi da sé soli l’impossibilità di diminuire le imposte, che dovrebbe essere il primo obiettivo di una Giunta aperta all’iniziativa privata e di stampo liberale.
- Sul nuovo ospedale ha da suggerire un’area dove costruirlo?
Devo ancora approfondire il tema nel dettaglio. Sono comunque d’accordo con la scelta del Comune di escludere l’ipotesi della Pertite. Avremmo ripetuto l’errore grave fatto dal Pci in passato, quando ha bloccato la realizzazione dell’attuale ospedale vicino alla Besurica, per posizionarlo in centro storico. Quella scelta è stata un disastro che ha causato tanti problemi.
- È nel Cda della Galleria Ricci Oddi. Sta veramente cadendo a pezzi?
Sì. Per 4 anni il Comune ha trattato con la Fondazione per mettere a disposizione palazzo ex Enel – nei pressi della Ricci Oddi – e ospitare lì una buona parte del patrimonio artistico della galleria. Ci sono 2mila quadri che non si riesce ad esporre per problemi di spazi, e la metà hanno un valore culturale all’altezza di quelli già esposti. La precedente gestione della Fondazione era d’accordo: si poteva fare della Ricci Oddi la quarta galleria d’arte moderna in Italia. Questa possibilità è svanitaper colpa dell’attuale Cda guidato dal presidente  Massimo Toscani, che vuole destinare la struttura ad altri scopi, che si potevano fare in altre sedi. Mentre l’allargamento della Ricci Oddi si può fare solo lì. E colpa anche dell’Amministrazione attuale che non ha denunciato all’opinione pubblica questa possibilità. Purtroppo Piacenza non ha una classe dirigente all’altezza dei suoi compiti. Non
riconoscono i meriti a chi ce li ha perché sono troppo impegnati a litigare sulla distribuzione dei 4 milioni e mezzo di euro annui che eroga la Fondazione. Stanno tutti lì con il piattino dell’elemosina a chiedere, e quindi nessuno pone riflessioni e obiezioni, o chiede obiettivi concreti…
- Bersaglio di tanti suoi tweet al vetriolo è proprio la Fondazione. Perché?
La Fondazione fa iniziative culturali anche utili, servendosi di soldi della comunità amministrati in modo autoreferenziale, ma non entra nel merito delle problematiche degli imprenditori piccoli e grandi, come molte altre, che sono anche nei Confidi. Non si pensa a una Fondazione che aiuti l’economia: dicono che “non è previsto dallo Statuto”… però gli statuti non sono delle tavole di Mosè. Forse dipende dal fatto che, se non sbaglio, le associazioni di rappresentanza delle categorie sono in gran parte ad affollare il Consorzio di bonifica… ma non sono presenti nella Fondazione.
Anche questo, un discorso da approfondire. E che verrebbe approfondito se Piacenza fosse una comunità che discutesse e si confrontasse e, forse anche, se avesse una classe dirigente nel vero senso della parola. Che non collabori quindi alla “distruzione” della nostra realtà, che non si accontenti ad esempio di una vicepresidenza in cambio del trasferimento a Parma della sede della Camera di commercio. Quanto alla cultura non dico che per essa gli enti pubblici o parapubblici non debbano spendere. Dico che debbono spendere nel fare una cultura specifica. Cultura pubblica non è Annibale ma è dar vita ad iniziative per far crescere il confronto delle idee, non è l’effimero di Nicolini è aprire gli occhi ai giovani a riguardo del pensiero unico. Per questo tipo di cultura possono essere spesi i soldi pubblici o, comunque, della comunità. La Fondazione fa il contrario e il Comune ha fatto niente almeno sino ad ora.
- Quello che successe qualche anno fa alla Fondazione rimane una grande vergogna locale?
È stata distrutta una fetta importante del patrimonio, ma «non è successo niente». Se avessi io fatto altrettanto in Banca, mi avrebbero inseguito, i Soci, con i forconi in mano. In quel caso sarebbero dovuti essere gli enti locali ad imbracciare i forconi, ma non è stato fatto. E chi poteva pubblicare,
non ha pubblicato. La ragione è sempre la stessa: chi sta con il piattello in mano a chiedere l’elemosina non può poi muovere critiche. La cosa si ripete per Iren ed ogni volta che Piacenza è comprimaria (al più) e non protagonista (mai). Come per le università o fino ad arrivare ad
accettare, applaudendo, che uno di Parma ci venga a dire che Verdi è anche piacentino. Cose da pazzi, subite per servitù volontaria o perché è più comodo subire che far polemiche.
- C’è una crisi della classe dirigente piacentina?
C’è una cultura particolare a livello locale che nuoce. Ci si comporta da provinciali – paradossalmente – per non apparire provinciali nel rivendicare la propria cultura e le proprie originalità, come fa Verdi. Qui preferiamo darci dei premi (472 all’anno) e ballare autoraccontandocela. Guardi, invece, ai tempi della congiura ai danni di Pier Luigi Farnese. I congiurati difendevano le autonomie locali e non accettavano di stare ai suoi ordini, visto che era un feudatario anche lui nominato e oltretutto dal Papa (al quale pagava infatti 9000 scudi all’anno)invece che in collegamento con l’imperatore. Quindi si dimostrarono uniti nei confronti dei nemici esterni, ma rissosi al loro interno. Rapportato ad oggi, si può dire che in città dei nostri problemi non si discute mai. Nel dopoguerra si discuteva cosa fare in interminabili riunioni, c’erano dibattiti su dove posizionare un’opera pubblica o come farla. Adesso dove si discute? Qualche lettera al quotidiano locale dei soliti noti, e basta. Perciò rimprovero al sindaco di non fare una volta al mese un incontro – con tutti gli assessori e i cittadini, perlomeno “quelli che sanno leggere e scrivere” – in Sant’Ilario, in cui ci si metta a disposizione dei cittadini e si risponda. Anche per spiegare che alcune scelte fatte non erano sue, ma della precedente Giunta. Ma molti politici non se la sentono perché non sanno cosa dire e cosa, soprattutto, prospettare di nuovo ai cittadini.

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